domenica 21 maggio 2017
L'ex ministro e portavoce dell'ASvis indica le priorità per gli investimenti in Italia: energia, innovazione, educazione, lotta alle disuguaglianze e riqualificazione delle città
Giovannini: «Senza una svolta sostenibile non ci sarà una vera crescita»

Mancano 12 anni e mezzo, l’equivalente di poco più di 4.500 giorni, per centrare i 17 obiettivi fissati dall’Onu nell’Agenda 2030. Il lasso di tempo potrebbe apparire ampio, ma in realtà risulta piuttosto ristretto se si considera il forte ritardo accumulato dall’Italia nella tabella di marcia per raggiungere tutti i Sustainable Development Goals (SDGs) individuati dalle Nazioni Unite. Enrico Giovannini – ex ministro del Lavoro, economista, statistico e attuale portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) – evidenzia come in 7 casi su 17 il nostro Paese compaia nella 'zona rossa', ovvero in una condizione di marcata criticità: «Un divario grave su educazione, occupazione, disuguaglianze, consumo responsabile, lotta contro il cambiamento climatico, pace e giustizia, e partnership». Nelle restanti 10 aree il gap è inferiore, dal colore giallo, ma comunque non trascurabile. L’assenza anche solo di una 'macchiolina' verde, dunque, è indice di un’Italia che necessita di un sprint per riuscire a tagliare 'in orario' il traguardo. Proprio allo scopo di accelerare l’andatura, l’ASviS ha organizzato il primo Festival dello sviluppo sostenibile. Un evento dal respiro internazionale, articolato su 17 giorni, che vuole favorire un cambio di paradigma economico, sociale, politico e culturale. «L’Italia e l’Europa si trovano davanti a uno snodo decisivo - sostiene Giovannini -. La risoluzione dei problemi e il benessere dei cittadini non si giocano su qualche decimale in più o in meno di Pil. Una crescita vera, sana e inclusiva passa inevitabilmente dall’adesione convinta e concreta al modello di sviluppo sostenibile».

Professore, alla luce di una performance fin qui deludente, quali dovrebbero essere 'le priorità delle priorità' dell’Italia
per l’Agenda 2030?
Ci sono cinque aree che dovrebbero avere la precedenza. E non perché siano più importanti delle altre, ma per gli effetti positivi che possono generare a cascata anche in campi diversi. Si tratta di energia; innovazione; educazione intesa come investimento in capitale umano; lotta alle povertà e politiche attive per il lavoro; aumento della qualità della vita nelle nostre città.

Partiamo dall’energia. Che cosa si dovrebbe fare in questo ambito?
L’Italia non ha ancora una strategia definita. I ministri Calenda e Galletti hanno presentato le linee guida in Parlamento, ma il piano non è stato ancora approvato e di conseguenza non sono previsti investimenti. Eppure sarebbe fondamentale avere un quadro di riferimento chiaro per poter rispettare gli accordi presi nel 2015 a Parigi sul clima, per procedere verso la decarbonizzazione del Paese, per operare una riduzione dei costi in bolletta a famiglie e imprese e per ottimizzare i tanti problemi della nostra rete.

Che cosa intende, invece, per innovazione?
È un’area che non può limitarsi all’accesso alla banda larga, ma deve includere la robotica, l’Internet delle cose, e l’intelligenza artificiale, ovvero quegli ambiti in grado di far transitare il Paese anche verso un modello di economia circolare. A seguire indicherei altre tre urgenze: l’investimento in capitale umano (a partire dall’educazione e dall’istruzione, indispensabili già dagli 0-6 anni), una strategia nazionale per la rigenerazione urbana delle città (compito oggi affidato quasi esclusivamente ai singoli sindaci) e la lotta alle disuguaglianze.

A proposito di un’Italia sempre più diseguale, come certificato dal Rapporto dell’Istat di quest’anno, l’istituzione del Reddito d’inclusione (Rei) può essere considerato il primo passo di contrasto alle povertà?
Sarebbe un primo passo, a patto che si compia davvero e con uno stanziamento di risorse adeguato. Il Def, insieme alla legge delega recentemente approvata, rende permanente una misura che era nata come Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) quando ricoprivo l’incarico di ministro e per cui misi da parte un 'tesoretto' (usato solo ora dopo tre anni di 'congelamento'), ma mancano ancora i decreti di attuazione. Uno dei principali punti deboli, comunque, sta nel fatto che è stato impostato come un sussidio a cifra fissa, senza differenziazioni a seconda della distanza dalla soglia di povertà. In questo modo, e in mancanza di politiche attive del lavoro, è difficile ottenere risultati soddisfacenti.

Passando al lavoro, siamo assistendo alla frenata progressiva dei contratti
stabili...
Nelle previsioni delineate dal governo da qui al 2020 si stima che il tasso di disoccupazione non scenderà sotto il 10%. Ed è una piaga sociale che riguarda soprattutto il Centro e il Sud. Al di là di misure specifiche – come possono essere considerate il Jobs Act o gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni previste nelle precedenti leggi di Stabilità – per una svolta significativa e di lunga durata sul fronte occupazionale si dovrebbe ragionare più in là del breve termine, orientando meglio gli investimenti.

Si può fare un esempio concreto di progetto
di ampio respiro?
Pensiamo al settore dell’edilizia, settore ad alta intensità di occupazione, vogliamo rilanciarlo cementificando ancora l’Italia o riqualificando le città in chiave sostenibile? Per creare nuovi posti e attrarre investimenti è ovvio che la scelta dovrebbe ricadere sulla seconda ipotesi.

Lei sostiene che la cittadinanza sia più avanti di istituzioni e governo sui temi della sostenibilità. Su cosa si basa questa
convinzione?
Una recente indagine demoscopica ha rilevato che l’84% degli italiani è a favore di politiche di sviluppo sostenibile anche se dovessero costare una minor crescita economica nell’immediato. E nei giovani la quota supera il 90%. Inoltre, l’interesse per questi temi è testimoniato anche dal successo dell’ASviS, che in meno di un anno e mezzo di vita è stata capace di coinvolgere oltre 160 organizzazioni e organizzare un Festival con oltre 200 eventi.

Venendo al Festival, la presenza nutrita di ministri e rappresentanti delle istituzioni ai vari appuntamenti è indice di una sensibilizzazione maggiore anche della politica su questi temi?

Sono grato a tutti coloro che hanno scelto di partecipare all’evento. Ora, però, attendiamo risposte precise e tangibili. Al premier Paolo Gentiloni, che sarà presente alla giornata conclusiva del 7 giugno, abbiamo chiesto di farsi carico dell’attuazione dell’Agenda 2030, proponendo anche di trasformare il Cipe nel 'Comitato Interministeriale per lo Sviluppo Sostenibile' e aprendo un canale di lavoro condiviso con Comuni e Regioni all’interno della conferenza unificata. Già con questi due interventi, dopo l’inserimento di 4 indicatori del Bes nel Def, l’attuale governo segnerebbe un’impronta rilevante sul piano del metodo e della governance da lasciare in eredità alla prossima legislatura.

Un rilancio della Ue in senso più federale, che lei auspica da tempo, agevolerebbe anche l’adozione di modelli di sviluppo
sostenibili?
Sì, perché molte macro-questioni come quelle dei cambiamenti climatici, dell’ambiente o della gestione dei fenomeni migratori non si possono risolvere efficacemente a livello di singoli Stati, ma necessitano politiche europee comuni. Nel momento in cui Paesi come la Cina (che ha distrutto e inquinato il Pianeta per decenni, ma ora sta cambiando rotta) o l’India si stanno muovendo nella direzione giusta, l’Europa non può permettersi di rallentare. Qualche segnale positivo c’è, come la scelta di Macron di istituire in Francia un ministero per la Transizione ecologica e solidale - che è un po’ diverso da un semplice dicastero dell’Ambiente come l’ha definito qualcuno - ma non può bastare.

Proprio a Festival in corso, il prossimo fine settimana a Taormina si terrà il G7. Che cosa c’è da aspettarsi dal summit dei Grandi?
La presidenza italiana aveva indicato tra le priorità, correttamente, lo sviluppo inclusivo e la sostenibilità. Non era scontato, per cui l’intenzione va decisamente apprezzata. Ora bisognerà vedere che cosa si riuscirà a portare a casa in un momento di incertezze e cambiamenti, tra l’amministrazione Trump, la nuova guida francese e una Germania alla soglia delle elezioni. Queste incognite, tuttavia, non devono rappresentare degli alibi per evitare di decidere su questioni cruciali. Noi come ASviS vigileremo sul vertice di Taormina e sugli appuntamenti specifici di giugno: dal G7 dell’Ambiente di Bologna a quello di Udine sull’Istruzione.

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