domenica 4 luglio 2021
Da gennaio le quotazioni sono salite del 50%, oltre i 75 dollari al barile. Così sale la pressione sull'inflazione. L'Opec dovrebbe ridurre i tagli alla produzione, ma è spaccato
I pozzi di petrolio di Vaudoy-en-Brie, nella Regione Seine-et-Marne, tra i pochi impianti attivi sul suolo francese

I pozzi di petrolio di Vaudoy-en-Brie, nella Regione Seine-et-Marne, tra i pochi impianti attivi sul suolo francese - Reuters

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Venerdì il vertice degli esportatori di petrolio che avrebbe dovuto fermare la corsa delle quotazioni è finito male. Tredici paesi dell’Opec+ avevano trovato un accordo per aumentare gradualmente la produzione: cinque incrementi mensili da 400mila barili al giorno tra agosto e dicembre per arrivare a un aumento complessivo da 2 milioni di barili quotidiani alla fine del 2021. Con questo aumento si ridurrebbe da 5,8 a 3,8 milioni di barili al giorno il taglio ai livelli di produzione “standard” attualmente in vigore, eredità del maxi taglio da 9,7 milioni di barili deciso a maggio 2020 come risposta al crollo della domanda provocato dalla pandemia. Gli Emirati Arabi però si sono opposti: prima di accettare un accordo di questo tipo vogliono che si ridiscuta la loro quota “base” all’interno dell’Opec.

Attualmente il cartello produce 25,5 milioni di barili di petrolio al giorno, poco meno di un terzo della produzione globale complessiva. Gli Emirati, con 2,6 milioni di barili quotidiani, sono il terzo produttore dopo Arabia Saudita (8,5 milioni) e Iraq (4 milioni). Lo scontro tra Arabia Saudita ed Emirati, tradizionali alleati, ha sorpreso gli osservatori. Helima Croft, analista di Rbc Capital Markets, sul Financial Times è arrivata a ipotizzare un’uscita degli emiri dal cartello. L’Opec+ tornerà a riunirsi oggi con l’obiettivo di arrivare a un’intesa.

Stati Uniti ed Europa guardano con attenzione a questa trattativa. Il prezzo del petrolio è salito del 50% dall’inizio dell’anno, superando i 75 dollari al barile, ed è la principale causa dell’aumento dell’inflazione negli ultimi mesi. Gli effetti di questa situazione sono ben visibili anche in Italia, dove il prezzo dei carburanti è tornato ai livelli del 2018, con la benzina sopra gli 1,63 euro al litro e il gasolio a ridotto di quota 1,5 euro al litro. Un balzo dell’inflazione, attentamente monitorata dalle banche centrali, potrebbe ostacolare la ripresa economica, sia in Europa che in Nord America.

Venerdì la Casa Bianca ha ammesso di essere preoccupata dell’impatto dei rialzi del petrolio sui consumi dei cittadini americani, ma ha anche aggiunto di essere in grado di reagire. «Attualmente riteniamo che ci sia abbastanza capacità produttiva inutilizzata a livello globale» ha detto la portavoce Jen Psaki. Gli Stati Uniti sono il primo produttore di petrolio al mondo, con 17,6 milioni di barili al giorno, seguiti dalla Russia, che produce 10,6 milioni di barili al giorno. Da settimane l’amministrazione Biden sta facendo pressioni sugli storici alleati sauditi per ottenere un rialzo della produzione dell’Opec che consenta di evitare uno scenario di un prezzo del petrolio di nuovo sopra ai 100 dollari al barile, come tra il 2008 e il 2009.

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