giovedì 1 giugno 2017
Eurostat ne ha individuati 173 che solo in parte coincidono con quelli dell'Onu. Punto di riferimento il Bes
Sviluppo sostenibile, l'Europa in cerca dei suoi indicatori

Come si misura il livello di sostenibilità di un centro urbano? Il grado di accessibilità a fonti di energia pulita? Il livello di disuguaglianza o di benessere, l’emancipazione delle donne, l’accesso alla giustizia? Può non essere d’immediata evidenza, ma quella dello sviluppo sostenibile è anche se non soprattutto una sfida di numeri, statistiche e indicatori. La probabilità, infatti, di riuscire a indirizzare lo sviluppo verso sentieri di maggiore sostenibilità sociale e ambientale, come chiedono l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (più brevemente SDGs, Sustainable development goals), è direttamente proporzionale alla capacità di utilizzare su base strutturale e continuativa indicatori che sappiano prima fotografare e poi raccontare i progressi che si compiono sul fronte della sostenibilità. Perché è da quel racconto che è indispensabile partire per orientare interventi, politiche, programmi. Come dire che serve il cruscotto giusto per guidare, possibilmente accelerando, il viaggio verso il futuro sostenibile che ci attende. La costruzione di tale cruscotto richiede un lavoro enorme e soprattutto coordinato su scala mondiale.

La Commissione statistica dell’Onu nel 2016 ha iniziato col proporre una prima lista di oltre 200 indicatori, allo scopo di definire un quadro d’informazione statistica condiviso che possa consentire monitoraggio e valutazione dei progressi sugli SDGs. In parte si tratta di indicatori con metodologia e standard condivisi, e che vengono regolarmente prodotti. Ma in parte no, in un certo senso c’è da inventare. La lista è stata successivamente aggiornata e ampliata a 244 indicatori, altri se ne stanno valutando, e se ne prevede una revisione complessiva nel 2020.Oltre all’Onu, ci si sta muovendo con varie iniziative anche a livello europeo. La Commissione europea a novembre ha emanato alcune comunicazioni per delineare il percorso di attuazione dell’Agenda 2030. In particolare è Eurostat, L’Ufficio statistico dell’Ue, che sta seguendo da vicino il percorso. Non tutti gli indicatori, infatti, hanno la stessa rilevanza in ogni area o Paese del mondo, cioè in contesti anche estremamente diversi ad esempio per collocazione geografica o livello di ricchezza: fenomeni tipici e diffusi in un’area, intercettati da determinati indicatori, possono essere molto meno significativi in un’altra del mondo. Inoltre, occorre valutare se gli indicatori siano rilevanti per le statistiche ufficiali, cioè se siano o possano essere oggetto, o no, di rilevazione con metodi statistici.

Il lavoro di Eurostat confluirà in un report, atteso per novembre, nel quale verrà presentato l’insieme degli indicatori individuati, che dovrà anche tenere conto delle specifiche politiche e priorità europee (ad esempio tutto il tema dell’economia circolare). Un ruolo cruciale in questo articolato processo è giocato dagli Istituti di statistica nazionale, l’Istat in Italia, cui è affidato il compito di coordinare la produzione degli indicatori su base nazionale. L’Istat aveva effettuato una prima ricognizione degli indicatori a dicembre. E nei giorni scorsi sono stati diffusi i risultati della seconda ricognizione, con l’obiettivo di definire l’insieme degli indicatori utili alla misurazione dello sviluppo sostenibile e al monitoraggio dei progressi in relazione agli SDGs. La ricognizione ha reso disponibili 173 indicatori e solo circa la metà (48%) appartiene alla categoria di quelli con metodologia consolidata e che vengono regolarmente prodotti. Meno della metà (62) coincidono con quelli definiti in sede internazionale. Per cui servirà continuare il lavoro sia sul lato dello sviluppo e potenziamento dei dati, sia per quanto riguarda la condivisione e il coordinamento su base internazionale.

Una mano, però, potrà arrivare dal Bes, l’indice di Benessere equo e sostenibile sviluppato da Istat e Cnel che di recente è entrato per la prima volta nei documenti di programmazione economico-finanziaria del nostro Paese, fra i più avanzati al mondo in questo senso. Esistono infatti punti di contatto importanti tra l’impianto del Bes e quello degli SDGs. Ci si può dunque legittimamente attendere una capacità tutta italiana di accelerare per andare “oltre il Pil”, cioè per arrivare finalmente a ragionare su cosa occorre fare per aumentare non solo e non tanto la “ricchezza”, quanto il benessere delle persone. A trent’anni esatti dal Rapporto Bruntland, che nel 1987 diede la prima definizione di sviluppo sostenibile (quello che “consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di fare altrettanto”), il cammino da fare per chiudere l’era della cosiddetta “dittatura del Pil” resta lungo. Ma siamo in marcia.

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