Il Papa ai potenti del mondo: ascoltate il grido dei poveri. Non c’è pace senza giustizia
di Giacomo Gambassi, Roma
Domenica il Giubileo dei poveri con 1.300 indigenti a pranzo con Leone XIV. All’Angelus il richiamo alla «martoriata Ucraina» sotto le bombe russe: «Non abituiamoci alla guerra». Ai credenti: «No all’intimismo religioso che porta al disimpegno verso gli altri»

È un abbraccio ai bisognosi e agli scartati. Nella Basilica Vaticana che ospita la Messa per il Giubileo dei poveri. In piazza San Pietro che si riempie di “pellegrini di speranza” perché la «basilica è piccola» e non riesce a contenete tutti, dice Leone XIV presentandosi a sorpresa sul sagrato prima della celebrazione per salutare la folla che poi, al momento dell’Angelus, sarà di 40mila persone. E nell’Aula Paolo VI dove il Papa pranza insieme con 1.300 indigenti. Gli ultimi che da emarginati e nascosti diventano i protagonisti nella domenica in cui si celebra la Giornata mondiale dei poveri istituita da papa Francesco nel 2017. Perché la «Chiesa, ancora oggi, forse soprattutto in questo nostro tempo ancora ferito da vecchie e nuove povertà, vuole essere madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia», spiega il Pontefice nell’omelia citando il suo primo documento magisteriale, l’esortazione apostolica “Dilexi te” dedicata proprio all’amore per i poveri. Un testo, chiarisce all’Angelus, che «papa Francesco stava preparando negli ultimi mesi di vita e che con grande gioia ho portato a termine.». E ringrazia diocesi, parrocchie e realtà ecclesiali che hanno offerto segni di solidarietà e vicinanza.

Il Pontefice si fa accanto ai dimenticati. E si ha interprete dei loro disagi lanciando dalla Basilica Vaticana e durante l’Angelus una serie di appelli. Il più accorato è ai «capi degli Stati e responsabili delle nazioni» perché ascoltino «il grido dei più poveri». Il suo pensiero va ai profughi di guerra e ai migranti. «Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino». All’Angelus ricorda la «martoriata Ucraina» sottoposta a bombardamenti che «causano vittime e feriti, tra cui anche bambini, e ingenti danni alle infrastrutture civili, lasciando le famiglie senza casa mentre il freddo avanza». Per il Paese invaso il Papa invoca una «pace giusta e stabile». E ammonisce: «Non possiamo abituarci alla guerra e alla distruzione».

Nella Messa si rivolge a chi si dice credente. «La questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi essi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica», afferma Leone XIV. E avverte: «Non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi e in un intimismo religioso che si traduce nel disimpegno nei confronti degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, nessuno escluso». Perché, aggiunge, «è sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come dei viaggiatori distratti, noncuranti della meta finale e disinteressati verso quanti condividono con noi il cammino». Non solo. C’è bisogno di «essere sempre più coscienza critica nella società», sottolinea incoraggiando l’azione degli operatori della carità e dei volontari. E chiede di guardare ai santi che «hanno servito Cristo nei più bisognosi», indicando in particolare la figura di Benedetto Giuseppe Labre, il santo francese del Settecento che «con la sua vita di “vagabondo di Dio” ha le caratteristiche per essere patrono di tutti i poveri senzatetto».

Quando il Papa parla di miseria, non fa riferimento solo alla mancanza di mezzi e risorse. «Quante povertà opprimono il nostro mondo! Sono anzitutto povertà materiali, ma vi sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso riguardano soprattutto i più giovani. E il dramma che in modo trasversale le attraversa tutte è la solitudine». Perciò, dice, serve «guardare alla povertà in modo integrale, perché certamente occorre a volte rispondere ai bisogni urgenti, ma più in generale è una cultura dell’attenzione quella che dobbiamo sviluppare, proprio per rompere il muro della solitudine». Da qui il richiamo a «essere attenti all’altro, a ciascuno, lì dove siamo, lì dove viviamo, trasmettendo questo atteggiamento già in famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, dovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio».

È un invito alla speranza quello che giunge da Leone XIV. «Nelle persecuzioni, nelle sofferenze, nelle fatiche e nelle oppressioni della vita e della società, Dio non ci lascia soli. Egli si manifesta come colui che prende posizione per noi». E incoraggia: «Sì, a fronte della nostra piccolezza e povertà, Dio ci guarda come nessun altro e ci ama di amore eterno». Ecco perché è possibile vincere «lo stato di impotenza» che ciascuno può sperimentare soprattutto di fronte agli «scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo». Impotenza che, osserva il Papa, è «una menzogna» scaturita «dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare» mentre «il Vangelo ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci». Mai rassegnarsi, è la consegna del Pontefice. E mai indifferenza.

Nell’Aula Paolo VI il pranzo organizzato dal Dicastero per il servizio della carità in occasione della Giornata mondiale dei poveri che «tanto ha voluto il nostro amato, mio predecessore, papa Francesco», dice Leone XIV nel suo saluto a braccio prima di iniziare a servire le portate. E per Francesco chiede «un forte applauso». Il Papa cita i vincenziani che offrono il pasto. «Li vogliamo ringraziare. E poi è un anniversario: sono 400 anni dalla nascita del loro fondatore», ricorda. E chiede che «il Signore benedica» non solo chi partecipa all’evento ma anche le «tante persone che soffrono a causa della violenza e della guerra, della fame».
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