mercoledì 18 aprile 2018
L'arcivescovo in un luogo simbolo dell’antagonismo bolognese: il Papa si preoccupa dei problemi del mondo affrontandoli con chi se ne occupa tutti i giorni
Un momento dell’incontro con l’arcivescovo Zuppi (Gianni Schicchi)

Un momento dell’incontro con l’arcivescovo Zuppi (Gianni Schicchi)

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La prima volta dell’arcivescovo Matteo Zuppi al Tpo di via Casarini a Bologna, e la prima volta di un vescovo in un centro sociale, perlomeno in Italia. Non poteva non fare notizia l’incontro di lunedì sera nel capoluogo emiliano: «In effetti la Curia bolognese non l’avevamo mai invitata», afferma la voce storica del Tpo, Domenico Mucignat. Ma Zuppi mette le cose in chiaro sin da subito: «No, non voglio mandare nessun segnale, per me è normale parlare con tutti». E continua: «Se parlare fa notizia è veramente preoccupante. Siamo messi male. Bisogna aggiornare le geografie, siamo antichi e parlare non significa diventare uguali. Se parli con tutti costringi tutti a riparlare con tutti. Proprio perché siamo liberi da qualunque strumentalità, siamo qui oggi ». L’occasione è fornita dalla presentazione del libro Terra, casa, lavoro, un volume che raccoglie tre dialoghi di papa Francesco agli incontri mondiali dei movimenti popolari avvenuti a Roma, nel 2014 e nel 2016, e a Santa Cruz, nel 2015.

Un’occasione ghiotta per il centro sociale, ma anche per Zuppi, perché se c’è un tema che tanto il pontefice quanto i movimenti sociali hanno a cuore, è proprio l’antagonismo al sistema neoliberista o “del denaro”, come di solito lo chiama Bergoglio. Tanto che, nella discussione, si toccano temi alti fin da subito: si passa da Togliatti a papa Giovanni XXIII, dal marxismo ai beni comuni, si citano Lenin, Gramsci e naturalmente papa Francesco. «Io non smetto di essere vescovo, come il Papa non ha smesso di essere Papa – scandisce l’arcivescovo di Bologna –. Lui si preoccupa dei problemi del mondo affrontandoli con chi se ne occupa tutti i giorni. Questo forse crea difficoltà perché ci costringe a confrontarci. Cos'è che ci unisce? Abbiamo tanto da dire perché c’è molto da fare. I discorsi del Papa riportati in questo volume ci insegnano a spezzare la tragedia dell’iniquità e dare speranza ai poveri».

Prove di dialogo tra cattolici, a occhio e croce la maggioranza di quelli seduti nel grande cerchio nella sala del Tpo, e attivisti, quelli che fanno la lotta sporcandosi le mani e, se necessario, anche la fedina penale. E infatti le differenze rimangono ed emergono nel corso dell’incontro, sulla sessualità, per esempio, o il corpo delle donne, come ricordano le attiviste a cui Zuppi risponde tranquillo: «Abbiamo diversi punti di vista. Posizioni diverse, tutto qui». Due mondi che in fondo si erano già avvicinati da tempo, due anni fa, sul suolo migliore di tutti, quello dell’esigenza concreta di un richiedente asilo che aveva urgente bisogno di trovare un alloggio. Lo hanno aiutato in due, una parrocchia e lo sportello migranti insieme al progetto “Accoglienza degna” di Làbas, un altro centro sociale.

A dialogare sul libro ci sono anche Luciana Castellina, giornalista e fondatrice del Manifesto e il curatore del testo Alessandro Santagata. «Prendere la parola pubblica insieme anche perché o il conflitto diventa alternativa o non ne usciamo. La prospettiva è un lungo periodo di violenza e di barbarie – sintetizza Castellina –. Che ce ne facciamo di Palazzo Chigi se la società continua a rimanere quella che è? La spinta comune è al cambiamento, mettendo al centro le persone. Gli ultimi». Una parola utilizzata molto spesso, in primis da papa Francesco, da Matteo Zuppi e dagli attivisti. L’arcivescovo di Bologna corona il suo intervento con un’altra parola che gli è particolarmente cara: ricucire. Ricucire una società sbrindellata che disperde le proprie energie anche su battaglie comuni che oggi avrebbero bisogno di un intervento collettivo.

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