venerdì 4 agosto 2023
Una mattina insieme a 400 ragazzi della diocesi di Firenze, guidati dall'arcivescovo cardinale Betori, impegnati nella giornata dedicata al sacramento della riconciliazione
I giovani di Firenze sul sagrato e la piazza di Santo Isidoro

I giovani di Firenze sul sagrato e la piazza di Santo Isidoro

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«Cinquecento, a stare larghi». A don Filippo Meli scappa da ridere ripensando alla riunione di gennaio per organizzare la spedizione di Lisbona e alla stima dei ragazzi che ragionevolmemte la sua diocesi di Firenze avrebbe portato alla Gmg. «Se ne sono iscritti 750 – racconta il giovane vice responsabile della delegazione fiorentina in Portogallo –, e noi a correre per cercare ovunque pullman per tutti...». A Santo Isidoro, villaggio agricolo a 50 chilometri dalla capitale, hanno trovato ospitalità in 400, a cura della parrocchia locale, «gente di una generosità incredibile».

Con loro ieri mattina, in uno scenario che pare la campagna toscana, è arrivato il cardinale Giuseppe Betori per aiutarli in un esercizio controcorrente come nessun altro: disporsi ad affrontare un cammino penitenziale, fare esperienza della misericordia di Dio. In termini più diretti, adorare il Signore nell’Eucaristia, esposta su un sagrato da quadro impressionista, e confessarsi. Il silenzio che cala tra i giovani fiorentini davanti all’ostensorio è denso, si tocca. Per un’ora e mezza. Molti passano lunghi minuti in ginocchio. Dopo qualche esitazione iniziale, si formano code alle coppie di sedie sparse in ogni angolo appartato, dove una quindicina di sacerdoti attendono i ragazzi, stola sulle spalle. Sarà per il vento che spazza le alture, ma sembra di sentire lo Spirito Santo al lavoro nei cuori di questi ragazzi. Qualcuno non nasconde la commozione. Letture dall’esortazione apostolica del Papa per i giovani Christus vivit e qualche canto aiutano a portare dentro di sé il silenzio, e con lui molto altro che forse per la prima volta tanti qui nel verde di un’imprevedibile periferia stanno assaporando.

Accanto all’altare, defilato, Betori prega e guarda i “suoi” ragazzi, come un padre. Per introdurli a questo momento che molti ricorderanno per tutta la vita gli aveva detto che «in questi giorni siamo entrati dentro l’orizzonte dell’”alzati” di Maria che va di fretta da Elisabetta non per “fare” qualcosa ma per “stare”. Questo suo stare ci libera dall’ossessione del dover realizzare sempre qualcosa: alzarsi ha la stessa radice di “risorgere”, la conversione del cuore a Gesù che ci viene incontro». E quando l’arcivescovo di Firenze parla ai giovani della «tenerezza di Dio» che li stava aspettando sembra aprirsi una porta: cosa cercano i nostri giovani se non questa accoglienza tenera della loro vita?
«Se state qui – aggiunge – è perché avete sentito il bisogno di qualcosa che cambiasse la vostra vita, andando oltre la pretesa di autosufficienza di cui ci vogliono convincere. Ma se ci persuadono che non abbiamo bisogno di niente, che bastiamo a noi stessi, non resta spazio per aprirsi: e restiamo soli”. La vita invece “è dono”, accolto e offerto, “risposta a una chiamata di Dio che ci viene incontro. Questa è la fede: una risposta».

I ragazzi del gruppone fiorentino (uno dei tanti di queste dimensioni che le diocesi italiane si sono “scoperte” in casa facendo le somme degli iscritti alla vigilia della Gmg) non sono certo tutti “gente di parrocchia”: «Ci sono tanti che non sono del giro della pastorale giovanile, ed è la loro ricerca che ora ci interroga – considera don Filippo –. Sono abituati a riflettere su sé stessi, cercano chi accolga la ricerca che li spinge a desiderare altro rispetto a quello che gli viene offerto dalla società. Trovo in loro una voglia di partecipare, un desiderio sincero, l’attesa di un incontro vero, di una gioia diversa. Di qualcosa che resta. Questa Gmg deve “restare”, non possiamo lasciare che sia un episodio».
C’è qualcuno che bussa alla porta: «In questi giorni sperimentiamo che quasi mai i nostri programmi vanno come pensavamo, ma poi affrontando imprevisti e disagi inevitabili tutti insieme, senza mettere davanti i progetti di ciascuno, scopriamo una gioia inattesa. È lo Spirito che ci sta dicendo di guardare da un’altra parte rispetto a dove stavamo guardando noi». Un po’ come la storia dei cinquecento.

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