sabato 17 dicembre 2011
​Lo storico dell’economia: «La campagna sull’Ici serve interessi economici su settori come la sanità e l’assistenza. L’esproprio dopo l’Unità d’Italia favorì proprietari terrieri, banchieri e mafia».
LE STORIE: Arezzo | Cosenza
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​La campagna sull’Ici della Chiesa cattolica è solo un pretesto. Serve a fare piazza pulita di un modo di intendere la società, l’economia, il welfare, per portare avanti interessi di gruppi economici».Storico dell’economia, docente all’Università Cattolica di Milano, Pietro Cafaro è esperto di economia sociale e storia della cooperazione. Ed è proprio calando nella cronaca le lezioni del passato che non ha timore a definire un «attacco interessato» quello in corso non solo contro la Chiesa, ma contro tutto l’universo del non profit italiano.Che idea si è fatto della questione Ici in riferimento agli immobili di proprietà della Chiesa cattolica?Mi sembra una campagna pretestuosa e mistificatoria in piena regola. Non lo dico per ragioni di parte ma perché la legge è chiarissima: ad essere esenti non sono le strutture della Chiesa, di cui non si parla mai, ma solo quelle parti destinate a certe attività di rilevanza sociale, di tutti gli enti non commerciali. Ora, una volta che il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, ha detto che se anche ci fossero degli abusi da parte di soggetti che fanno capo alla Chiesa, questi vanno individuati e sanati, il discorso dovrebbe chiudersi. Invece si va avanti. Proprio perché questa campagna è solo un pretesto.E quale sarebbe l’obiettivo finale di questa iniziativa?Lo spiego con un esempio. Dopo l’Unità d’Italia, che nessuno ovviamente mette in discussione, il Paese si trovava con un problema di debito pubblico molto simile a quello che stiamo vivendo oggi. E una delle risposte che venne trovata fu quella di colpire gli enti ecclesiastici. Con il pretesto del debito vennero così espropriate proprietà, conventi e monasteri che rappresentavano il sistema di welfare del tempo. Oggi il problema del debito dello Stato è ritornato, e si riprende a puntare l’obiettivo sulla Chiesa. Ma sarebbe utile ricordare quale fu il risultato che si ottenne allora.Quale, oltre all’abbattimento, temporaneo, del debito?Quei beni vennero messi all’asta e acquistati da grandi proprietari terrieri e da grandi banchieri internazionali. Una relazione del Parlamento nel 1875 rivelò inoltre che al Sud gran parte di quei beni finirono alla mafia. Non è difficile vedere qualche analogia con l’oggi.Ma chi e quali interessi dovrebbero muoversi ora per alimentare questa campagna.Non si tratta di immaginare grandi retroscena. Oggi ci sono interessi molto forti di gruppi economici, soprattutto nei settori dell’assistenza e della sanità, che non vogliono concorrenti caratterizzati da un modo di operare diverso da quello del lucro. Il problema è che per conquistare un mercato si sta facendo un’operazione culturale, con il risultato di portare la gente comune a pensare che la vera lobby sia la Chiesa.Lei parla di una partita giocata su due fronti, quello economico e quello culturale. Quali sono i rischi di questa operazione?Esercitando attività che il privato trasformerebbe in lucro, le congregazioni religiose, come molti altri enti non profit, sono stati e sono degli straordinari distributori di ricchezza per la collettività. Non si tratta di mettere sotto accusa il profitto. Ma una cosa è distribuirlo tra i soci, un’altra usarlo per realizzare altre opere utili per tutti. La differenza di un certo modo di operare nell’economia non sta solo nel fatto che le attività sono fornite a basso costo, ma che gli utili servono a creare altre attività, generando nuova ricchezza per la società. Gli attacchi in corso vogliono portare le persone a ritenere che le attività di welfare devono essere gestite o dallo Stato o da un privato per lucro, senza vie di mezzo. Così si distrugge la parte viva della società.Come dire che all’alba del 2012 si sta mettendo in discussione il principio di sussidiarietà e l’idea stessa di economia sociale di mercato?Sì, ma così facendo si colpisce l’idea della persona che si auto organizza, il valore della prevalenza del lavoro sul capitale. Invece, tra liberismo e statalismo c’è una via di mezzo, che è il vero farsi della società.C’è l’impressione che anche nella cultura di sinistra oggi vi sia meno sensibilità verso l’economia senza scopo di lucro nel suo insieme.Storicamente, nella cultura socialista, è stato solo il pensiero riformista a originare l’esperienza della cooperazione laica. Le componenti più oltranziste hanno sempre visto nella cooperazione i «piccoli semenzai di capitalismo», e il pensiero marxista e statalista ha finito per prevalere. Eppure le cooperative sono il retaggio più recente di un antico modo di agire delle persone: quello di mettersi assieme per risolvere i propri problemi. Le cooperative ridistribuiscono gli utili non in misura del capitale versato, ma del lavoro prestato. Mentre nel non profit la ricchezza creata viene ridistribuita a costi più bassi. Questa è democrazia economica, economia sociale di mercato. Una visione che non piace a statalisti e liberisti.Chi ci guadagna veramente e chi ci perde in questa "sfida"?Credito, trasformazione e distribuzione alimentare, sanità, assistenza: sono questi i settori dove dà fastidio l’esistenza di soggetti con scopo diversi dalla distribuzione del profitto tra i soci. Il rischio è che se si entra nella logica che il profitto risolve tutto, molti dei nostri problemi non si risolvono più. Se manca l’idea del dare senza ricevere niente, l’economia finisce come sappiamo. Dietro gli attacchi alla Chiesa sull’Ici vedo tutto questo. E a farne le spese, alla fine, sarà solo la gente.
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