sabato 31 agosto 2019
I migranti, il dialogo, i giovani fra temi dell'Incontro che porterà in Puglia oltre 100 pastori. A colloquio con il vescovo di Acireale, vice presidente Cei, che coordinato il comitato organizzatore
A Mazara Del Vallo la processione nel mare Mediterraneo per la festa patronale di san Vito

A Mazara Del Vallo la processione nel mare Mediterraneo per la festa patronale di san Vito

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Le migrazioni. Ma non solo. Anche la giustizia sociale, la vita ecclesiale, i giovani, lo sviluppo, il dialogo fra le diverse confessioni cristiane e con le altre fedi. A partire dal contributo che le Chiese possono offrire alla riconciliazione fra i popoli. Sta prendendo forma l’ordine del giorno dell’Incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace” che dal 19 al 23 febbraio 2020 porterà a Bari i vescovi dei Paesi affacciati sul grande mare e che sarà concluso da papa Francesco. La Cei, che ha voluto l’evento, è impegnata in un’articolata corrispondenza con i capi delle Chiese locali per mettere a punto una bozza di lavoro da cui attingere i temi che saranno al centro della discussione. Tre le giornate di scambio fra i pastori a porte chiuse. Poi la quarta dedicata al confronto pubblico e con le istituzioni. E l’ultima assieme al Pontefice che ha già assicurato la sua presenza al presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, ideatore dell’appuntamento.

Il comitato organizzatore dell'Incontro Cei sul Mediterraneo

Il comitato organizzatore dell'Incontro Cei sul Mediterraneo

A fare da modello al “summit” in Puglia sarà il Sinodo dei vescovi. Non è un caso che Bassetti l’abbia definito nei giorni scorsi «una sorta di Sinodo sul Mediterraneo». «Sarà un incontro fra le Chiese in comunione con il Papa secondo lo stile sinodale richiamato più volte da Francesco, anche durante l’ultima Assemblea generale della Cei a maggio», spiega il vescovo di Acireale e vice-presidente della Cei, Antonino Raspanti, che è il coordinatore del comitato scientifico e organizzativo dell’evento. «L’iniziativa – aggiunge – sarà scandita dal dialogo tra i vescovi che appartengono a un grande bacino culturale. Pastori che attraverso l’ascolto reciproco vogliono favorire la collaborazione fra la sponda Nord e quella Sud, fra Occidente e Oriente. E soprattutto intendono creare un modello interpretativo condiviso per rispondere all’appello evangelico che la storia lancia alle nostre comunità. Un modello che sia capace di guardare ai problemi con uno sguardo comune e che in un’ottica d’insieme possa indicare soluzioni, vie, proposte».

Il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, vice-presidente della Cei

Il vescovo di Acireale, Antonino Raspanti, vice-presidente della Cei

L’Incontro nasce da un’intuizione di Bassetti che, da prete fiorentino, si è ispirato ai “Colloqui mediterranei” concepiti negli anni Cinquanta dal sindaco “santo” Giorgio La Pira, per richiamare alla «comune responsabilità nei confronti della pace, della giustizia, della fraternità come premessa necessaria per la stabilizzazione dell’area mediterranea e quindi per la prosperità e la pace di tutte le nazioni», ha spiegato il cardinale. Nella sede della Conferenza episcopale italiana, in Circonvallazione Aurelia a Roma, sono già arrivate le lettere di risposta degli episcopati all’invito firmato da Bassetti. E sono anche partite le missive con il documento pensato dal comitato organizzatore e compilato da Raspanti che illustra le ragioni dell’appuntamento, propone alcuni tavoli di conversazioni e poi il metodo di lavoro. «L’Incontro di Bari è stato accolto molto positivamente – racconta il vescovo di Acireale –. Nell’invito ufficiale è stato indicato anche il numero di membri che comporrà ciascuna delegazione guidata dal presidente della Conferenza episcopale nazionale o dal capo della Chiesa locale o dal patriarca. La consistenza di ciascun gruppo dipenderà dalla grandezza della nazione e dalla rappresentatività». È ipotizzabile che a Bari giungano più di cento presuli. «A noi preme che non si parta da schemi precostituiti – sottolinea Raspanti –. La base del dialogo sarà un testo elaborato con l’apporto dei vescovi dell’area». Un po’ come avviene con l’Instrumentum laboris di un Sinodo che è preceduto dal questionario. «Nessuna serie di domande, in questo caso. Abbiamo chiesto agli episcopati di indicarci questioni, sfide, necessità che desiderano trattare. In autunno sarà stesa una traccia che raccoglierà il materiale arrivato dai vari Paesi e che consentirà di mettere a fuoco i temi principali».

Eccellenza, a Bari sarà impossibile prescindere dalla questione migratoria.

I movimenti dei popoli vengono valutati frettolosamente come bombe sociali che scompigliano la situazione in cui vivi. Ma possono essere considerati anche in modo del tutto diverso, ossia come occasione di arricchimento reciproco, persino di crescita economica. Vogliamo nascondere che l’Europa, e l’Italia con essa, si avvalgono di tanta manodopera esterna? Del resto il nostro continente, così come è oggi, è frutto dell’incontro fra i popoli e di contaminazioni culturali che hanno plasmato uno straordinario modello di civiltà. Perciò vanno rigettate letture del fenomeno che fanno presa sulla paura o alimentano tensioni. Né si può pensare di fermare la storia alzando muri o varando decreti legge.

Quali altri temi saranno trattati?

In attesa dei contributi dai diversi Paesi, è cruciale per tutte le Chiese la questione giovanile legata anche alla trasmissione della fede. Il pianeta giovani è in forte cambiamento, non solo in Occidente. E sembra porsi in discontinuità con le generazioni precedenti. Ciò investe anche la sfera spirituale. Altrettanto importante è il rapporto delle Chiese con le società e gli Stati, siano essi Paesi con forme avanzate di governo democratico o segnati dall’instabilità, con diritti garantiti o attenuati, con maggioranze di altre fedi, con conflitti o ferite ancora aperte, con ampie sacche di povertà o meno.

Perché c’è urgenza di un incontro sul Mediterraneo?

Per due motivi, direi. Il Mediterraneo, pur non essendo geopoliticamente un continente, è percepito dalle genti che lo abitano come un’entità unica, in cui ciascuno è connesso all’altro in modo quasi inestricabile sia dal punto di vista storico, sia culturale. Poi c’è una seconda ragione. È opportuno che le Chiese di quest’area tentino di pensare e agire assieme. Sono troppi i nodi che siamo chiamati ad affrontare in maniera comune. Per di più si tratta di problemi che hanno dimensioni più ampie dei singoli Stati.

Le Chiese vogliono levare il loro grido di pace che parta dal Mediterraneo e si estenda al mondo?

Oggi come ieri il nostro grande mare è teatro di guerre, divisioni, violenze, morti in terra e in mare. È necessario non rimanere distanti, guardandosi con un senso di estraneità che genera diffidenza, sospetto, scontro. La pace è connessa indissolubilmente con l’accoglienza e con l’annuncio del Vangelo, come pure con una corretta integrazione di chi arriva. Per questo serve chiedersi se sia concretizzabile un patto nel nome di una pace possibile e come procedere in un’azione congiunta. Tutto questo avrà una forte risonanza anche al di fuori del Mediterraneo stesso.

Nel documento di preparazione si evidenzia il grande squilibrio economico fra le sponde del mare. E si cita Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

Difendere la giustizia e la verità è tutt’uno con il Vangelo che ha trionfato sull’ingiustizia, sulla menzogna e sull’empietà. Se, da un lato, stiamo studiando un intervento caritativo come opera-segno dell’evento, dall’altro vogliamo far sentire la nostra voce perché non cali mai l’attenzione verso i poveri e i sofferenti. Occorre intervenire per contribuire alla condivisione della ricchezza e compensare l’evidente disparità fra le nazioni, consapevoli che l’ingiustizia è causa anche di conflitti. Con il nostro Incontro, inoltre, intendiamo diffondere un’opinione che faccia breccia fra le classi dirigenti e fra i popoli.

Quale contributo da parte delle Chiese alla cultura dell’incontro intorno al “mare nostrum”?

Faccio un paio di esempi. Molte delle nostre Chiese esercitano un significativo influsso sulla formazione dei giovani. Penso alle scuole e alle università che gestiscono. È un campo fondamentale d’azione in cui la trasmissione del sapere si coniuga con la ricerca della giustizia e quindi della pace. C’è, poi, l’impegno nel campo della salute attraverso ospedali o case di cura ma anche con la presenza nei nosocomi pubblici. Tutto ciò è un richiamo alla fraternità.

La penultima giornata di Bari sarà aperta a tutti. Con un dialogo fra i vescovi e il mondo politico.

Vogliamo parlare anche all’esterno, in particolare con gli organismi internazionali che rappresentano i Paesi dell’area: l’Unione europea, l’Onu e la Lega araba. Ci preme aprire un canale di dialogo, dal momento che per la prima volta i vescovi del Mediterraneo si ritrovano assieme.

Come leggere l’arrivo del Papa?

È un sigillo all’iniziativa che fa del discernimento la strada per entrare nel cuore dei problemi. Papa Francesco ha mostrato per primo grande interesse verso il Mediterraneo. E ha visitato numerosi Stati del bacino. Al Pontefice consegneremo i frutti dell’Incontro, convinti che ci spronerà a muoverci con sempre maggiore efficacia a favore delle nostre genti.

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