martedì 5 luglio 2011
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Con una mossa che ricorda i tempi del maoismo, la Cina ha deciso di varare una serie di ordinazioni episcopali senza il man­dato del pontefice, frenando quelle volute da Benedetto XVI. L’ultima or­dinazione illecita in ordine di tempo è quella di Leshan (Sichuan), avve­nuta il 29 giugno e condannata ieri dalla Santa Sede. Nello stesso giorno doveva avvenire un’ordinazione episcopale ad Han­dan, approvata dal Papa. Questa è stata invece cancellata: il candidato vescovo è stato rapito dalla polizia e tuttora si trova segregato; in più, due giorni fa, sempre dalla polizia, sono stati rapiti due sacerdoti, il cancel­liere della diocesi e un membro del consiglio presbiterale. Ufficialmen­te, l’ordinazione ad Handan è stata cancellata perché «troppo vicina al­la data del 90° anniversario del Par­tito comunista cinese». Quella di Le­shan, nello stesso giorno, non ha su­scitato problemi. Un’altra ordinazio­ne senza mandato papale era previ­sta ad Hankow (Hubei) per il 9 giu­gno. All’ultimo momento, pochi gior­ni prima, è stata cancellata grazie al­le pressioni e le critiche dei fedeli, che non volevano un vescovo scismati­co. Altre ordinazioni sono programma­te a Shantou (Guangdong); Heze (Shandong); Xichang (Sichuan). Un’altra era programmata a Cheng­du (Sichuan), ma lo scorso 19 giugno il candidato approvato dall’Associa­zione patriottica (ma non dal papa) è morto di cancro. La risposta della Santa Sede, dura e precisa, si spiega col fatto che già me­si fa, il presidente del Consiglio dei vescovi cinesi, il patriottico Ma Yin­glin, aveva dichiarato che era urgen­te ordinare molti vescovi perché in Cina ci sono ancora 40 sedi vacanti o con pastori molto anziani. Di recente, anche il presidente ono­rario dell’Associazione patriottica (Ap), Antonio Liu Bainian, aveva con­sigliato al Vaticano di non interferire «nel lavoro dei vescovi autoeletti e autoordinati (ossia senza mandato papale, ndr ) e che riconosca e so­stenga i vescovi eletti nel loro lavoro di evangelizzazione». Liu Bainian ha detto che il metodo della «autoele­zione » e «autoordinazione», è il me­todo «voluto dalla Chiesa in Cina». In realtà, proprio questo metodo mo­stra le sue pecche. Anzitutto perché esso, definito «democratico» dall’Ap, è in realtà sottoposto alle pressioni dall’esterno. Molte elezioni avven­gono costringendo il comitato a vo­tare per il vescovo prescelto dal Par­tito. In tal modo, invece di far emer­gere candidati animati da spirito cri­stiano, desiderosi di evangelizzare, l’Ap spinge il più delle volte a pesca­re candidati deboli, facilmente cor­rompibili, assetati di potere, deside­rosi di benessere, più che di sacrifi­cio per il gregge. Il Papa, ricordando tempo fa la Gior­nata mondiale di preghiera per la Ci­na ha detto che occorre pregare per i vescovi di quel Paese «che soffro­no », perché «il loro desiderio di sta­re nella Chiesa una e universale su­peri la tentazione di un cammino in­dipendente da Pietro» e per «raffor­zare quanti sono irretiti dalle lusin­ghe dell’opportunismo». Il motivo di questa raffica di ordinazioni illecite è semplice: tentare di distruggere la Chiesa con le sue stesse mani, divi­dendola e aizzando una parte contro l’altra. Tale progetto data dalla pub­blicazione della Lettera di Benedet­to XVI, rivolta a tutti i cattolici, uffi­ciali e sotterranei, in cui il pontefice esortava all’unità e a difendere gli spazi essenziali per la libertà religio­sa. Proprio perché la ritessitura dell’u­nità procedeva bene, l’Ap ha lancia­to la sua campagna per far crescere il numero di vescovi “indipendenti” dal Papa, ma totalmente succubi al Partito. Una simile mossa non avvie­ne senza l’approvazione dall’alto. Del resto un pezzo grosso del partito u­na volta mi ha detto: «Di voi cattoli­ci, noi cinesi temiamo soprattutto la vostra unità».
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