martedì 14 giugno 2022
Nel dialogo con i direttori delle riviste europee dei gesuiti l’invito a ragionare su radici e interessi legati al conflitto in Ucraina
L’incontro del Papa con i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, lo scorso 19 maggio

L’incontro del Papa con i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, lo scorso 19 maggio - Ansa

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Lo scorso 19 maggio il Papa ha incontrato i direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù raccolti in udienza presso la Biblioteca privata del Palazzo apostolico. Erano dieci i direttori: padre Stefan Kiechle di “Stimmen der Zeit” (Germania), Lucienne Bittar di “Choisir” (Svizzera), padre Ulf Jonsson di “Signum” (Svezia), padre Jaime Tatay di “Razón y fe” (Spagna), padre José Frazão Correia di “Brotéria” (Portogallo), padre Pawel Kosinski di “Deon” (Polonia), padre Arpad Hovarth di “A Szív” (Ungheria), Robert Mesaros di “Viera a život” (Slovacchia), Frances Murphy di “Thinking Faith” (Regno Unito) e padre Antonio Spadaro de “La Civiltà Cattolica”. Tre direttori erano laici, di cui due donne (per la rivista svizzera e quella inglese). Gli altri erano gesuiti. Accogliendoli il Papa ha scherzato sul fatto di essere in sedia a rotelle a causa dei dolori al ginocchio: «Benvenuti! Vedete? Sono nella mia nuova sedia gestatoria». L’incontro con il Pontefice è stato l’avvio dell’incontro annuale dei direttori. All’udienza ha partecipato anche il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa.

Pubblichiamo un ampio estratto del dialogo tra il Papa e i direttori delle riviste culturali europee dei gesuiti. L’udienza, tenutasi il 19 maggio scorso, si è svolta secondo lo schema delle domande e delle risposte. Il testo integrale viene pubblicato sul quaderno numero 4128 de “La Civiltà cattolica”. La parte che segue comprende le risposte di Francesco a un quesito sul rinnovamento spirituale nella Chiesa e, in apertura, alla domanda su come comunicare le notizie relative alla guerra e contribuire a un futuro di pace.

Per rispondere a questa domanda dobbiamo allontanarci dal normale schema di «Cappuccetto rosso»: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: «Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Ha concluso: «La situazione potrebbe portare alla guerra».

Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo. Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco. Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli. È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta.

Devo pure aggiungere che quello che sta succedendo ora in Ucraina noi lo vediamo così perché è più vicino a noi e tocca di più la nostra sensibilità. Ma ci sono altri Paesi lontani - pensiamo ad alcune zone dell’Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo - dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya. Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata (...). Torniamo all’Ucraina. Tutti aprono il loro cuore ai rifugiati, agli esuli ucraini, che di solito sono donne e bambini. Gli uomini sono rimasti a combattere. All’udienza della scorsa settimana, due mogli di soldati ucraini che si trovavano nell’acciaieria Azovstal sono venute a chiedermi di intercedere perché fossero salvati. Noi tutti siamo davvero sensibili a queste situazioni drammatiche. Sono donne con bambini, i cui mariti stanno combattendo laggiù. Donne giovani. Ma io mi chiedo: cosa accadrà quando l’entusiasmo di aiutare passerà? Perché le cose si stanno raffreddando, chi si prenderà cura di queste donne? Dobbiamo guardare oltre l’azione concreta del momento, e vedere come le sosterremo affinché non cadano nella tratta, non vengano usate, perché gli avvoltoi stanno già girando. L’Ucraina è esperta nel subire schiavitù e guerre.

È un Paese ricco, che è sempre stato tagliato, fatto a pezzi dalla volontà di chi ha voluto impossessarsene per sfruttarlo. È come se la storia avesse predisposto l’Ucraina a essere un Paese eroico. Vedere questo eroismo ci tocca il cuore. Un eroismo che si sposa con la tenerezza! Infatti, quando arrivarono i primi giovani soldati russi - poi inviarono dei mercenari -, mandati a fare un’'operazione militare', come dicevano, senza sapere che sarebbero andati in guerra, furono le stesse donne ucraine a prendersi cura di loro quando si arresero. Grande umanità, grande tenerezza. Donne coraggiose. Persone coraggiose. Un popolo che non ha paura di combattere.

Un popolo laborioso e allo stesso tempo orgoglioso della propria terra. Teniamo presente l’identità ucraina in questo momento. È questo che ci commuove: vedere un tale eroismo. Vorrei davvero sottolineare questo punto: l’eroismo del popolo ucraino. Quella che è sotto i nostri occhi è una situazione di guerra mondiale, di interessi globali, di vendita di armi e di appropriazione geopolitica, che sta martirizzando un popolo eroico. Vorrei aggiungere un altro elemento. Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: 'Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo'. Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l’incontro a una data successiva, in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo in occasione di un’assemblea generale in Kazakhstan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po’ con lui in quanto pastore.

Quali segni di rinnovamento spirituale vede nella Chiesa? Ne vede? Ci sono segni di vita nuova, fresca?
È molto difficile vedere un rinnovamento spirituale usando schemi molto antiquati. Bisogna rinnovare il nostro modo di vedere la realtà, di valutarla. Nella Chiesa europea vedo più rinnovamento nelle cose spontanee che stanno nascendo: movimenti, gruppi, nuovi vescovi che ricordano che c’è un Concilio alle loro spalle. Perché il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo. Il restaurazionismo è arrivato a imbavagliare il Concilio. Il numero di gruppi di 'restauratori' - ad esempio, negli Stati Uniti ce ne sono tanti - è impressionante. Un vescovo argentino mi raccontava che gli era stato chiesto di amministrare una diocesi che era caduta nelle mani di questi 'restauratori'. Non avevano mai accettato il Concilio. Ci sono idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato. È anche vero che ci vuole un secolo perché un Concilio si radichi.

Abbiamo ancora quarant’anni per farlo attecchire, dunque! Segni di rinnovamento sono anche i gruppi che attraverso l’assistenza sociale o pastorale danno un nuovo volto alla Chiesa. I francesi sono molto creativi in questo. Voi non eravate ancora nati, ma io sono stato testimone nel 1974 del calvario del Preposito generale padre Pedro Arrupe nella Congregazione Generale XXXII. A quel tempo c’è stata una reazione conservatrice per bloccare la voce profetica di Arrupe! Oggi per noi quel Generale è un santo, ma ha dovuto subire molti attacchi. È stato coraggioso, perché ha osato fare il passo. Arrupe era un uomo di grande obbedienza al Papa. Una grande obbedienza. E Paolo VI lo capì. Il miglior discorso mai scritto da un Papa alla Compagnia di Gesù è quello che Paolo VI fece il 3 dicembre 1974. E l’ha scritto a mano.

Ci sono gli originali. Il profeta Paolo VI ebbe la libertà di scriverlo. D’altra parte, persone legate alla Curia alimentavano in qualche modo un gruppo di gesuiti spagnoli che si consideravano i veri 'ortodossi' e si contrapponevano ad Arrupe. Paolo VI non è mai entrato in questo gioco. Arrupe aveva la capacità di vedere la volontà di Dio, unita a una semplicità infantile nell’aderire al Papa. Ricordo che un giorno, mentre prendevamo il caffè in un piccolo gruppo, lui passò e disse: «Andiamo, andiamo! Il Papa sta per passare, salutiamolo! ». Era come un ragazzo! Con quell’amore spontaneo! Un gesuita della Provincia di Loyola si era particolarmente accanito contro p. Arrupe, ricordiamolo. Fu inviato in vari luoghi e persino in Argentina, e sempre combinò guai. Una volta mi disse: 'Tu sei uno che non capisce niente. Ma i veri colpevoli sono p. Arrupe e p. Calvez. Il giorno più felice della mia vita sarà quando li vedrò appesi alla forca in Piazza San Pietro'.

Perché vi racconto questa storia? Per farvi capire com’era il periodo post-conciliare. E questo sta accadendo di nuovo, soprattutto con i tradizionalisti. Per questo è importante salvare queste figure che hanno difeso il Concilio e la fedeltà al Papa. Dobbiamo tornare ad Arrupe: è una luce di quel momento che illumina tutti noi. E fu lui a riscoprire gli Esercizi spirituali come fonte, liberandosi dalle rigide formulazioni dell’Epitome Instituti , espressione di un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico.

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