martedì 10 luglio 2018
Papa Montini approvò nel maggio '68 il testo di un'enciclica che avrebbe dovuto essere intitolata "De nascendae prolis". Poi ci ripensò. Lo rivela Marengo, docente di antropologia teologica
Humanae vitae, il primo testo dell'enciclica fu bocciato da Paolo VI

Humanae vitae, una storia da riscrivere. Con buona pace dei detrattori ad oltranza ma anche di chi continua a indicarla come pronunciamento infallibile e irreformabile. Invece, come nella maggior parte delle vicende umane, la verità sta nel mezzo.

L’enciclica, di cui il prossimo 25 luglio ricorre l’anniversario dei 50 anni, fu davvero frutto della decisione coraggiosa di papa Montini che seppe attualizzare con efficacia un valore fondamentale della dottrina cristiana – cioè l’intimo collegamento tra l’amore e la fecondità – ma che poi nella traduzione normativa di quel principio, pur superando posizioni datate, ritenne opportuno mantenersi nel solco della tradizione.

Percorso non casuale ma che in qualche modo potremmo leggere come una decisione a metà strada tra l’intimo convincimento di Montini stesso e la necessità di non prendere le distanze in modo troppo divergente da una Segreteria di Stato e da una Congregazione per la dottrina delle fede ancora nettamente orientate alla difesa delle posizioni di sempre. Per arrivare all’equilibrio di Humanae vitae, Paolo VI fu quindi costretto a superare lo scoglio di un’altra enciclica, De nascendae prolis, densa di dottrina e di normatività restrittiva. Un testo già stampato nella versione ufficiale latina che avrebbe dovuto vedere la luce il 23 maggio 1968 ma che poi, con scelta davvero profetica, il Papa decise alla fine di mettere da parte.

Il nuovo sorprendente capitolo nella storia dell’enciclica più controversa e più disattesa del magistero pontificio è condensato in un saggio prezioso, "La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani" (Libreria Editrice Vaticana) scritto da Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica al Pontificio istituto teologico "Giovanni Paolo II".

Lo studioso aveva annunciato l’agosto scorso, proprio su queste colonne, l’avvio del suo lavoro di ricerca. In vista dell’anniversario di Humanae vitae il Papa stesso aveva autorizzato l’analisi di documenti, mai indagati perché protetti dalla legge che impedisce ricerche prima dei 70 anni dal compimento degli eventi. Ora quello studio – né segreto né avvolto dal mistero di qualche strano complotto – vede finalmente la luce e dimostra che ne valeva davvero la pena.

L’enciclica bocciata

La novità più clamorosa riguarda come detto un testo già approvato, stampato e di cui era già stata programmata l’uscita per il 23 maggio 1968, solennità dell’Ascensione. Era il risultato di una riscrittura che Paolo VI aveva affidato al padre domenicano Mario Luigi Ciappi, allora teologo della Casa pontificia, poi cardinale. Ciappi aveva lavorato su un progetto preparato dalla Congregazione per la dottrina della fede, nell’autunno-inverno ’67, dopo che l’anno precedente Montini aveva considerato insoddisfacente il documento conclusivo della Commissione pontificia favorevole, com’è noto, all’uso della contraccezione.

Ma cosa non funzionava in quel testo? «Dal punto di vista dell’impianto generale – spiega don Marengo – colpisce l’intenzione di accrescere, per quanto possibile, il profilo dottrinale già dominante in quello della Congregazione». Ne risultava un’enciclica che, eliminato già nei primi paragrafi il richiamo allo specifico cristiano della comprensione dell’amore coniugale, finiva per configurarsi «come un rigoroso pronunciamento di dottrina morale». Ma non solo, padre Ciappi introdusse anche il richiamo all’eccellenza del celibato e della verginità consacrata e una forte sottolineatura del primato del fine procreativo, in linea con la Casti connubi di Pio XI (1931). Un po’ troppo anche per quell’epoca.

La riscrittura del Papa

Quando quel testo, come detto già stampato in latino, arrivò in mano ai traduttori, ecco il colpo di scena. Furono soprattutto i teologi francesi (tra gli altri Paul Poupard) e spagnoli (Eduardo Martinez Somalo) a segnalare l’inaccettabilità di un impianto decisamente preconciliare. Il cardinale Giovanni Benelli, allora sostituto di Stato, segnalò il problema a papa Montini. Breve riesame e l’enciclica venne subito congelata. La patata bollente passò a un altro teologo domenicano, padre Benoit Duroux, consultore della Dottrina della fede. Ma anche quel testo non risultò del tutto agevole. Allora, all’inizio di luglio, fu lo stesso Paolo VI a riprendere tutta la sezione pastorale del testo, con una serie di sottolineature di profonda delicatezza che ancora oggi rivelano la sua impronta. Cambiò anche il titolo. Da Vitae tradendae munus, al più immediato Humanae vitae. Nel nuovo libro di Gilfredo Marengo viene pubblicato il testo dell’enciclica con tutte le correzioni manoscritte del Papa.

Una consultazione "quasi" sinodale

Tra le altre sorprese uscite dagli Archivi Vaticani, quella relativa al primo Sinodo dei Vescovi (autunno 1967) è sicuramente tra le più gustose. In quell’occasione Paolo VI chiese a tutti i padri sinodali di inviargli riflessioni e suggerimenti sul tema della regolazione delle nascite. «La volontà del Papa di consultare tutti i membri della assemblea sinodale – osserva ancora Marengo – è molto importante, perché una delle accuse più ripetute, dopo la pubblicazione di Humanae vitae, fu che la sua decisione era avvenuta in maniera non collegiale».

In realtà proprio collegiale non fu perché risposero però solo 26 presuli (i membri del Sinodo erano quasi 200), in un arco di tempo compreso tra il 9 ottobre 1967 e il 31 maggio 1968. E di questi 19 si espressero per la liceità dell’uso di metodi contraccettivi. Soltanto sette chiesero al Papa di pronunciarsi ribadendone l’illiceità. Sappiamo come andò a finire. Anche se forse per la parola fine bisogna attendere ancora.

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