Il fratello di Garcia Marquez. «Dal Papa una gioia più grande persino del premio Nobel»


Lucia Capuzzi, inviata in Colombia domenica 10 settembre 2017
«Non osavo sperarlo». Da Jaime «il solo in famiglia a non avere scritto neanche una lettera d'amore» un ritratto intimo e affettuoso dell'autore di "Cent'anni di solitudine"
«Dal Papa una gioia più grande persino del premio Nobel»

Il vigilante suona il campanello due volte. Fin quando, i passi si avvicinano e la porta si apre. «Mi scusi ma non riesco a staccarmi dalla tv», dice, con un sorriso emozionato il padrone di casa. L’apparecchio è nel soggiorno. Sullo schermo scorrono le immagini di papa Francesco, immerso nella grande festa di popolo colombiana: la partecipazione della gente ha superato ogni attesa, sono accorsi da tutta la nazione per poterlo salutare, anche solo a chilometri di distanza. «Che bello! Sono affascinato. Sa che ha citato Gabo?». A Cartagena non si cammina dentro le mura della “città vecchia”. Bensì dentro le pagine di Gabriel García Márquez, pietra miliare della letteratura internazionale che, sulla costa caraibica della Colombia, ha ambientato alcune delle pagine più sublimi. E come nei suoi libri, nella capitale mondiale del realismo magico, tutto può accadere. Perfino di sorseggiare una bibita fresca sulla veranda di un García Márquez: Jaime, il fratello minore di Gabo, vicepresidente della Fundación Nuevo Periodismo Iberoaméricano (Fnpi), creata nel 1994 dal Nobel per la letteratura per promuovere il giornalismo di qualità in America Latina e contribuire alla formazione degli aspiranti reporter.

«Ha citato GabitoFrancesco ha citato Gabito», ripete come per autoconvincersi. «Me lo sentivo, ma non osavo sperarlo. Quando il Papa ha detto: “Davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita”, la frase che Gabo aveva pronunciato a Stoccolma, mi sono scese le lacrime. L’ha definito “il gran compatriota”, “il cui spirito risuona nel cuore di ogni colombiano”. È il più importante riconoscimento che mio fratello abbia ricevuto. Più del Nobel per la letteratura! », afferma senza esitazione Jaime, il «García Márquez che non ha mai scritto nemmeno una lettera d’amore », come si autodefinisce. «Dicevo sempre a Gabito che mi doveva un risarcimento. Lui era mio padrino di Battesimo. Eppure non mi ha trasmesso neanche un po’ della sua vena letteraria. E dire che tutti in casa scrivevano. Tranne me». Jaime alle parole ha preferito i numeri: ingegnere civile, ha vissuto a lungo a Santa Marta – vicino a Aracataca, paesino natale di Gabo –, poi trasfigurato nel Macondo di Cent’anni di solitudine –, prima di trasferirsi a Cartagena. Per dedicarsi a tempo pieno alla Fnpi. «È stato Gabo a tirarmi dentro questa sua avventura». «Quando ho sentito papa Francesco citare Gabo, ho pensato alla nonna», lo interrompe il nipote, che si chiama ovviamente Gabriel e scrive romanzi.

Alla fine dell’anno, pubblicherà La casa de los García Márquez (La casa dei García Márquez), sulle figure familiari che hanno ispirato il Nobel. «Nonna Luisa era molto credente. Una volta, le chiesero qual era stato il maggior orgoglio della sua vita. Disse, senza tentennamenti: “Avere una figlia suora”. Era celebre per le frasi spiazzanti. Il giorno in cui Gabo vinse il Nobel, alla domanda su come stesse, rispose: “Male, perché non mi aggiustano il telefono e non posso parlare con mio figlio!”. Chissà che cosa avrebbe provato nel sentire il suo nome citato da un Papa. Quando venne Giovanni Paolo II, nel 1986, lei era malata. Ma nessuno riuscì a tenerla in casa. Aveva deciso che sarebbe andata alla Messa. E ci andò». «Mia madre era così – aggiunge Jaime, mentre guarda il mare di Bocagrande, al di là del parapetto –. Gabo prese parecchio da lei. Era solito dire: “Io scrivo come lei racconta”». Luisa è molto presente nei romanzi di García Márquez. L’amore ai tempi del colera, ad esempio, «non è che una metafora dell’amore tormentato tra i nostri genitori», racconta Jaime. «Ricordo che Gabo faceva loro un sacco di domande mentre lo scriveva. I dettagli erano da sempre la sua ossessione.

Per il capitolo di Cent’anni di solitudine sul massacro degli operai dell’industria bananiera, dato che all’epoca vivevo a Santa Marta, mi obbligò a chiedere a tutti gli anziani. Voleva sapere se quel giorno c’era il sole o la pioggia, se il poliziotto aveva dato l’ultimatum con un megafono… Con mamma e papà, però, c’era un problema: quando erano insieme i loro racconti si contraddicevano. Alla fine, Gabo optò per intervistarli separatamente: allora, usavano perfino le stesse parole!». Un solo rammarico rattrista Jaime in questo momento di gioia. «Mi sarebbe piaciuto che Gabo avesse potuto essere fra noi per ascoltare le parole del Papa. Quanto gli sarebbero piaciute! Avrei voluto che potesse vedere la Colombia avviarsi sulla strada della riconciliazione. Il suo sogno era che la letteratura aiutasse a costruire un futuro di pace. Ha lottato tutta la vita per questo».

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