giovedì 18 maggio 2017
Lo ha detto nell'incontro del Ccee. E ieri, incontrando i giornalisti alla vigilia dell'Assemblea in cui lascerà l'incarico, il presidente Cei ha ricordato che «la Chiesa italiana è vicina alla gente»
«I populismi sono i nemici delle nazioni»
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«I populismi sono il nemico delle nazioni: un conto è la nazione, un conto il nazionalismo e il populismo. La nazione è un valore fondamentale, è la storia di un popolo, la sua visione umana. I populismi dividono, negano, pensano solo a se stessi, non al bene del popolo». Lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa) rispondendo a una domanda durante la conferenza stampa sui lavori a Roma della Presidenza Ccee . «Però includono un'istanza - ha aggiunto, riferendosi ai populismi- che il mondo ampio della cultura, della società, della politica, deve prendere in considerazione, non snobbare». Secondo Bagnasco, «è da considerare seriamente il malumore della gente, che a volte assume il colore della rabbia, del risentimento». «E mentre il populismo cavalca questa rabbia, la politica, la società e la cultura devono affrontare seriamente, senza supplenza aristocratica, quello che è un messaggio nascosto».

Quanto all'incontro che i vescovi della Ccee stamani hanno avuto con il Papa, Bagnasco ha osservato: «Il Papa ci ha confermato nel nostrolavoro unitario». Si è parlato di secolarizzazione che, ha detto, «è la premessa di un neopaganesimo. Vivere come se Dio nonci fosse è premessa di una cultura di morte»; del tema dei giovani al centro del prossimo Sinodo e del dramma della disoccupazione. Sono state affrontate problematiche sociali come l'immigrazione. «Il Papa -ha raccontato Bagnasco - ha espresso la sua gratitudine alle Chiese d'Europa che rispondono a questa emergenza planetaria». Sulla piaga dei migranti, Bagnasco ha detto che «i muri non sono delle Chiese, sono degli Stati. Ancora stamani con il Pontefice si è parlato di integrazione ed accoglienza: due concetti validi per tutti». «Ci siamo lasciati con l'incoraggiamento del Papa», ha concluso Bagnasco.

Il congedo dai giornalisti del presidente Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco si è "congedato" mercoledì sera dai giornalisti che hanno seguito più da vicino i dieci anni e tre mesi della sua presidenza della Cei (la prossima settimana, nel corso dell'Assemblea generale sarà attivata per la prima volta la nuova procedura di scelta del successore) e per il momento rimanda i bilanci. Ma tiene a sottolineare che la Chiesa italiana, soprattutto nel tempo della crisi è stata sempre vicina alla gente. «Potremo avere tutti i difetti di questo mondo, ma la Chiesa italiana ha una storia di assoluta prossimità alla gente», ha affermato il cardinale: «Basta vedere le circa 26mila parrocchie della nostra Italia, le 225 diocesi, e tutti i sacerdoti che in un modo o nell’altro vivono accanto alla gente». «Questa indicazione che ha fortemente ripetuto il Santo Padre – vicinanza, accoglienza, incontro, condivisone – fa parte della nostra storia, che non dobbiamo perdere o dimenticare. E la gente la riconosce, con i nostri limiti e i nostri peccati». Per questo «quando diciamo una parola sulla vita della gente, sui suoi bisogni, le sue speranze o difficoltà - ha proseguito -, lo facciamo non per partito preso, per ideologia o perché leggiamo l’ultimo sondaggio, ma perché viviamo sul territorio».

Il cardinale ha anche ricordato come questo impegno si sia tradotto in fatti concreti. «L’anno scorso, nel 2016, la Chiesa italiana – tutte le diocesi nei loro organismi, parrocchie, associazioni, movimenti – hanno distribuito 25 milioni di pasti». «Solo a Genova - ha spiegato l’anno scorso abbiamo distribuito quasi 600mila pasti», ha detto Bagnasco spiegando la genesi della cifra: «Se facciamo una media di 100mila per tutte le diocesi – ci sono diocesi piccole e diocesi più grandi – viene fuori 25 milioni». «L’Italia è un Paese affamato», ha commentato. «Noi riceviamo mediamente all’anno un miliardo – ha detto citando una ‘ricerca documentata’ sull’utilizzo dei fondi raccolti attraverso l’otto per mille – e in termini di servizi, tutti elencati, noi restituiamo allo Stato e alla società 11 miliardi. Uno a 11. Sono niente di fronte alla realtà».

Quanto alla scelta del successore, la logica della terna (che verrà eletta martedì 23 maggio e poi presentata al Papa per la scelta del nome), essa è, ha detto il cardinale, «la valorizzazione, da una parte, della peculiarità del Papa nella Chiesa italiana e, dall’altra, dell’aiuto dei vescovi alla scelta del Papa». Interpellato sul momento preciso dell’assemblea in cui il Papa comunicherà ai vescovi la sua scelta, Bagnasco ha risposto: «Non lo so, è la prima volta». «Quale consiglio dà al suo successore?». «Di essere se stesso». Infine sui bilanci di fine mandato: «Io non sono bravo a fare bilanci. Fondamentalmente per un motivo temperamentale, perché la base della mia umanità è non solo riservata, ma fondamentalmente timida. Dopo l’assemblea, vedremo: qualche sintesi del cammino dei vescovi italiani, vedremo se sarà il caso, se sarà possibile». Interpellato sui ricordi più belli e più brutti sul doppio
mandato di presidenza della Cei, il cardinale ha risposto: «Quelli belli sono molti, e tra i molti di primo acchito vorrei scegliere questo: tutte le volte che qualche mio confratello vescovo mi ha dato una pacca sulla spalla, verbale o gestuale, uno sguardo o una parola, o un silenzio di consenso, di vicinanza, di affetto, di stima». «Quello peggiore… ce ne sono diversi», ha proseguito: «Ne scelgo uno perché ha un aspetto difficile, molto difficile ma anche un aspetto molto bello». Il riferimento, «generico e senza nomi e cognomi», è ad «alcune situazioni, in questi dieci anni, in cui la tensione si tagliava col coltello: la sentivo io, ma anche i miei confratelli, in certi momenti, in certi passaggi di carattere sociale».

Bagnasco infine si è soffermato sul rapporto con papa Francesco: «L’elezione di Francesco ha suscitato in tutti i cuori simpatie immediate, speranza, fiducia». «Ci siamo presto abituati a quello che è lo stile e l’umanità pastorale del Santo Padre – ha detto il cardinale – perché ogni Papa serve il ministero petrino che Gesù ha voluto lasciare nella sua Chiesa. Ogni Papa della storia ha portato se stesso e servito questo ministero con la sua umanità, la sua fede, la sua storia. Siamo presto entrati in questa umanità pastorale del Santo Padre Francesco, che ci ha dato e continua a darci innumerevoli stimoli».

Ma ai giornalisti, che ha ringraziato per il loro lavoro certamente non facile, il cardinale ha ricordato che nel riferire il magistero di papa Bergoglio spesso si fa «silenzio assoluto» sui temi etici, «grandi fanfare» su altri argomenti.

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