venerdì 30 agosto 2019
L'emerito di Salerno-Campagna-Acerno, che ha lasciato l’incarico perché malato e che ora deve affrontare una nuova sfida, un tumore, non si arrende: vi aspetto in parrocchia
Monsignor Luigi Moretti il giorno dell'ingresso come vescovo a Salerno, il 12 settembre 2010 (Tanopress)

Monsignor Luigi Moretti il giorno dell'ingresso come vescovo a Salerno, il 12 settembre 2010 (Tanopress)

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Un giovane parroco, un’ancor più giovane vice, due sacerdoti africani – uno del Togo, l’altro congolese – e un altro giovane in discernimento. E poi lui, l’arcivescovo emerito, Luigi Moretti, che dal 4 maggio scorso ha lasciato a 70 anni la guida dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, nelle mani di Andrea Bellandi, fiorentino, passato – come ha subito fatto notare – dall’Arno all’Irno, e con tanta disinvoltura da far pensare che i due fiumi siano corsi della stessa acqua.

La parrocchia di San Giuseppe Lavoratore, nel cuore della città ma già alle prime pendici della cinta collinare, è diventata il capitolo (appena) aperto di una vicenda ecclesiale che non solo Salerno sta vivendo con particolare intensità e partecipazione. Prima di lasciare il palazzo vescovile, Moretti, seppure non formalmente, ha proceduto a un’ultima nomina: la sua, a vice-parroco di una comunità che naturalmente, con un altro ruolo, già conosceva bene. A spingerlo alle dimissioni erano stati problemi di salute. «Sindrome di Meniere», la diagnosi; perdita di equilibrio e svenimenti improvvisi i sintomi via via persistenti e alla fine invalidanti. Ritenendo di non poter assicurare una disponibilità piena e totale, ecco il generoso passaggio di consegne, accompagnato da un atto di forte testimonianza e appartenenza alla sua arcidiocesi, scelta come sede di permanenza a vita.

Anche per questo tipo di scelta, Moretti ha tenuto alla larga ogni accenno di enfasi: «Quale meraviglia? Sono emerito di Salerno e quindi resta questa la mia arcidiocesi», ha risposto a chi gli esprimeva la propria sorpresa.

Ma poi è accaduto dell’altro. Sulla scena ha fatto irruzione il “sig. Hodgkin” , il quale pur non facendosi precedere da nessun suffisso, ha certo la faccia, oltre che una natura, in sé più minacciosa di quella del “sig. Meniere”. A chiamare per nome questo secondo incomodo entrato poche settimane fa nella sua vita, è stato, naturalmente, lo stesso Moretti. «Come qualcuno già sa – ha scritto in un messaggio – mi è stato diagnosticato un “linfoma di Hodgkin” e sto quindi affrontando un ciclo di chemioterapia». E un’aggiunta: «Mi farà piacere rendermi utile incontrandovi nella mia nuova casa presso la parrocchia di San Giuseppe Lavoratore».

Non è difficile accorgersi, dalle bende che fasciano il braccio destro, e che sporgono dalla maglietta a maniche corte, della chemioterapia già in atto. Ma a testimoniarla è solo questa medicazione e non altro, perché la prima preoccupazione di Moretti - che, in buona forma, ti riceve in visita - sembra quella di introdurti per bene alla conoscenza della nuova casa e di tutta la canonica, illustrando le attività dei nuovi confratelli e della parrocchia, guidata da don Natale Scarpitta, laurea in ingegneria informatica, il sacerdote al quale lui aveva affidato la responsabilità della pastorale giovanile; e, di riflesso, uno dei preti-pionieri, a livello nazionale, nell’uso delle nuove tecnologie.

Anche Moretti, per ringraziare di «sentirsi sommerso in un mare di preghiere» e dire di offrire «questo speciale servizio perché il Signore conceda il dono della comunione soprattutto tra i sacerdoti», ha utilizzato i social, ma si è capito che, stavolta, l’uso di WhatsApp era un modo finanche più discreto per comunicare ai suoi “contatti” più diretti il senso del suo atteggiamento: pastore fino in fondo, ma proprio per questo consapevole del suo passo indietro.

Non è sfuggita al sensum ecclesiae dei fedeli salernitani, il tono delicato e profondo di questa transizione che, per la sua intensità, è diventato un esemplare atto di Chiesa: un vescovo in arrivo e subito in ascolto, e il predecessore che gli spiana in ogni modo la strada, ponendosi al servizio e indicando lui per primo alla diocesi la necessità di un colpo d’ala che lui, con le sue forze, non era in grado di assicurare.

Non si tratta di momenti ordinari nella vita di una diocesi, e tanto più in quella di Salerno-Campagna-Acerno, spesso al centro di tensioni che non hanno risparmiato neppure il presbiterio. Ed è per questo che i segni di un così significativo passaggio di consegne non vanno visti come un fatto a sé, bensì come l’inizio un cammino nuovo; e tale da rendere concreta la possibilità di quel colpo d’ala prefigurato dalla generosità di un pastore uscente. Non è un caso che in questa storia minima di una pur importante diocesi del Sud - che conserva le spoglie di un evangelista, Matteo, e quelle di Gregorio VII - c’entri la sofferenza: la serena sofferenza di un vescovo che non ha avuto bisogno di nessuna parola in più per far capire che il suo servizio alla diocesi non si è affatto concluso. E che anzi si è dilatato, agli occhi e al cuore dei fedeli, ben oltre i confini di una Chiesa locale.

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