giovedì 25 gennaio 2018
Riforma nel segno del dialogo e della collegialità per valorizzare la ricchezza della Chiesa italiana. Solo un'introduzione e grande spazio alla discussione. Parla il cardinale presidente Bassetti
L'ultimo Consiglio permanente della Cei (Siciliani)

L'ultimo Consiglio permanente della Cei (Siciliani)

È stata forse l’ultima prolusione nella storia della Cei quella che lunedì scorso ha pronunciato il cardinale presidente Gualtiero Bassetti di fronte al Consiglio permanente. La svolta era nell’aria. Ed è stata approvata durante i lavori di questi giorni. La “riforma” è figlia di quello stile aperto al dialogo che vuole portare in Circonvallazione Aurelia a Roma l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, da otto mesi alla guida della Conferenza episcopale italiana. Così a partire dal prossimo Consiglio permanente – che si terrà a marzo – la prolusione verrà sostituita da «una breve introduzione, subito seguita da un confronto sui temi di fondo della Chiesa e del Paese», spiega Bassetti prendendo a prestito le parole con cui ha presentato la proposta di fronte ai vescovi riuniti fino a mercoledì. L’introduzione avverrà a porte chiuse. Poi, in base allo schema adottato, ampio spazio verrà dato alla discussione. E «il contributo collegiale sarà destinato a confluire in un testo del presidente collocato a conclusione dei lavori che a questo punto valorizzerebbe il dibattito interno e avrebbe la forza del discernimento comunitario», afferma il porporato. La conclusione sarà aperta ai media, mentre il Comunicato finale avrà la forma di un testo che raccoglie le decisioni assunte dal Consiglio sulla base dell’ordine del giorno e che viene presentato nella conferenza stampa conclusiva. Secondo Bassetti, si tratta di una vera e propria «scelta ecclesiale di camminare sempre più insieme» che «rimane la ragione di fondo che muove il confronto come anche le diverse modalità di svolgimento dei nostri lavori».


Il presidente della Cei cita papa Francesco che «fin dai primi incontri con la nostra Conferenza episcopale ci ha raccomandato di crescere in “partecipazione e collegialità, per un discernimento pastorale che si alimenta nel dialogo, nella ricerca e nella fatica del pensare insieme, di essere spazio vitale di comunione a servizio dell’unità”». Un invito che Bergoglio aveva fatto in apertura dell’Assemblea generale della Cei nel maggio 2014 durante la quale aveva anche rimarcato: «La forza di una rete sta in relazioni di qualità, che abbattono le distanze e avvicinano i territori con il confronto, lo scambio di esperienze, la tensione alla collaborazione».

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, durante l'ultimo Consiglio permanente (Siciliani)

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, durante l'ultimo Consiglio permanente (Siciliani)

Fin dall’inizio del suo incarico da presidente, Bassetti ha immaginato una Cei «sorretta da tre colonne: la fraternità, la corresponsabilità e la collegialità», aveva raccontato lo scorso ottobre ad Avvenire annunciando le sue intenzioni. E come riferimenti aveva indicato il Concilio Vaticano II e poi il Sinodo dei vescovi. «La Cei deve essere lo specchio della vitalità della nostra Chiesa – aveva precisato –. Non occorre tanto dettare le linee quanto favorire la partecipazione». Adesso il porporato sottolinea che la nuova modalità di lavoro è una questione su cui come vescovi «abbiamo riflettuto da tempo» per «arrivare a una decisione condivisa». Certo, chiarisce l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, la scelta di mettere mano a un approccio che ha caratterizzato la Chiesa italiana per molti anni non è stata «animata tanto dal pensiero che la prolusione non abbia una sua intrinseca validità, bensì dalla volontà di procedere in maniera sempre più sinodale, per dare vita a un processo di autentica collegialità». Non c’è quindi alcun desiderio di “cancellare” il passato, quanto la necessità di leggere i “segni dei tempi”, intuizione conciliare cara al cardinale che ad aprile compirà 76 anni.


Nell’elaborare il percorso sono scaturite alcune considerazioni dal confronto fra i pastori. Una è stata quella di «salvaguardare lo spazio per una panoramica generale sulla vita pastorale e sulla vita sociale», osserva il presidente. Inoltre è stato concordato quanto sia importante «una parola puntuale su ciò che il Paese sta vivendo. Si è parlato, inoltre, di un momento sapienziale, di uno sguardo di fede e di speranza con cui accostare e leggere l’attualità tanto ecclesiale quanto sociale. È stato ribadito, infine, come sia essenziale la capacità di offrire in maniera sintetica alcuni punti chiave che costituiscano un aiuto per interpretare il tempo che si vive e ciò che lo attraversa».


Altro snodo su cui più volte Bassetti ha insistito è la valorizzazione delle Conferenze episcopali regionali. «Tra i suggerimenti sui quali ho registrato un’ampia convergenza c’è stata l’opportunità di predisporre a livello locale un calendario degli appuntamenti delle Conferenze episcopali delle varie regioni ecclesiastiche che consenta loro di affrontare in prima istanza non solo gli argomenti che poi saranno dibattuti in Consiglio permanente, ma anche analisi e indicazioni di fondo per la presidenza». Presidenza, aggiunge, che «è chiamata a lavorare sempre più con quell’anticipo che consenta di raggiungere le Conferenze episcopali regionali con materiali sui quali ascoltare e, quindi, raccogliere sensibilità e opinioni sulle questioni in gioco». Ora i tempi sono maturi per scrivere una pagina nuova. «Ciò che mi preme evidenziare – conclude il cardinale – è che non si vuole perdere la fecondità della prolusione ma rinnovarne il metodo così da far emergere la ricchezza» della Chiesa italiana.

Il comunicato finale del Consiglio episcopale permanente


In Italia il grande incontro di tutti i vescovi del Mediterraneo sui passi di La Pira


Da fiorentino qual è (seppur d’adozione), il cardinale Gualtiero Bassetti è permeato di quell’«umanesimo cristiano» – come lui spesso rimarca – che il capoluogo toscano ha espresso anche nel Novecento soprattutto attraverso la sua Chiesa. E fra le figure care al presidente della Cei c’è Giorgio La Pira (1904-1977), il politico che Firenze già chiama “sindaco santo” anche se la causa di beatificazione è ancora in corso. L’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve ama affidarsi alle sue intuizioni per sintetizzare l’odierna missione della Chiesa in Italia: c’è bisogno del «pane» e della «grazia», ripete. Cioè la comunità ecclesiale deve sostenere l’uomo nelle urgenze materiali (lavoro prima di tutto, ma anche casa, assistenza sanitaria, cura degli anziani, formazione dei giovani, aiuto alle famiglie, accoglienza dei migranti) ed essergli accanto nelle necessità spirituali.


È proprio alla scuola del parlamentare Dc e padre costituente nato in Sicilia che il presidente della Cei lancia un “Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo” – promosso dalla Conferenza episcopale italiana – che «coinvolga i vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo», spiega il cardinale. Un incontro che, aggiunge, «si colloca idealmente sul solco della profetica visione di La Pira. Il quale era solito definire il Mediterraneo in due modi: come una sorta di “grande lago di Tiberiade” e come il mare che accomunava la “triplice famiglia di Abramo”». L’iniziativa che ha «suscitato un consenso unanime» nel Consiglio permanente appena terminato – si legge nel Comunicato finale – si terrà in Italia ma la sede non è stata ancora definita.


A interrogare Bassetti sono state le «profonde crisi» intorno al mare nostrum. Il presidente della Cei ricorda gli «attentati terroristici in Francia, in Spagna e sul Sinai con centinaia di morti», le «stragi contro i cristiani in Egitto o Africa», la situazione in Medio Oriente che «dopo la carneficina siriana è sull’orlo di una spaventosa deflagrazione innescata da gruppi etnico-religiosi contrapposti». E soprattutto il cardinale pone l’accento sui «fenomeni migratori che vedono migliaia di persone fuggire dalle regioni povere dell’Africa, affrontare in condizioni indicibili la traversata del deserto, per finire profughi in mare o schiavizzati nei campi di detenzione in Libia». Quindi sottolinea come in quindici anni «i morti annegati nel Mediterraneo siano stati più di trentamila: una vera ecatombe». Di fronte a «uno scenario così preoccupante e a un mondo politico che sembra incapace di ricercare e produrre soluzioni adeguate», Bassetti mobilita la comunità ecclesiale «per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana, sempre più calpestata». Da qui la scelta di un gesto «forte che la Chiesa propone per tentare di fermare la violenza e riportare tutti al bene della riflessione e della pacifica soluzione delle controversie».


Era stato il sindaco terziario domenicano e francescano – che aveva governato Firenze al 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965 – a ideare quei “Colloqui mediterranei” che avevano lo scopo di «cooperare alla costruzione della pace» fra «i popoli e le nazioni», aveva detto nel discorso d’apertura del primo dei quattro appuntamenti. Era il 1958. E La Pira aveva descritto la «crisi storica» di quegli anni con parole che oggi possono essere prese a prestito per narrare l’imponente esodo di cui il grande mare è testimone: nuovi popoli e nuove nazioni «si presentano alla ribalta della storia determinando così immensi spostamenti negli equilibri e negli orientamenti», aveva avvertito.

Un'immagine di uno dei 'Colloqui mediterranei' promossi da Giorgio La Pira

Un'immagine di uno dei "Colloqui mediterranei" promossi da Giorgio La Pira

I “Colloqui” erano un esempio di diplomazia informale che avevano portato in Italia personalità e rappresentanti politici di numerosi Paesi. A distanza di sessant’anni esatti la Cei organizza un nuovo raduno internazionale, stavolta d’impronta ecclesiale. Un progetto che Bassetti ha già presentato a papa Francesco. «Tutto ciò – conclude il cardinale – vuole essere un segno di speranza per i popoli del Mediterraneo e un messaggio di pace per il mondo intero».

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