giovedì 12 novembre 2015
Tra le novità più rilevanti a Firenze anche la suddivisione in piccoli gruppi. Con l'obiettivo di favorire il dibattito e lo scambio di idee. Perché nessuna voce si perda nella grandezza dell'evento. (Ernesto Diaco)
I lavori di gruppo su Abitare, Educare, Annunciare, Uscire, Trasfigurare
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E nella ex polveriera spunta una cappella... (FOTO) 
Duecento tavoli rotondi, «come quelli usati nei rinfreschi dei matrimoni» specifica l’allestitore degli spazi di lavoro. Il convegno di Firenze prende forma in gran parte in questi piccoli “circoli minori” di dieci persone ciascuno. Gomito a gomito – e non è una metafora – vi si confrontano duemila persone, tra vescovi, consacrati e laici. Uno di loro funge da facilitatore. Duecento come i tavoli di discussione. Venti invece sono i moderatori, incaricati di raccogliere, elaborare e trasmettere le proposte scaturite nei gruppi ai cinque relatori finali, uno per ogni “via” secondo cui si articolano i lavori: don Duilio Albarello (uscire), Flavia Marcacci (annunciare), Adriano Fabris (abitare), suor Pina Del Core (educare), fratel Goffredo Boselli (trasfigurare). Cinque sono anche le fasi dei lavori nei gruppi. Si inizia con un breve video e un’introduzione del moderatore sul metodo da seguire. Nel secondo momento è messa a tema la “radice”; ai partecipanti si chiede di condividere gli stimoli ricevuti nei primi giorni del convegno, con un particolare riferimento alle parole e ai gesti del Maestro: «è Gesù il nostro umanesimo», ha sottolineato il Papa nel suo discorso ai delegati convenuti a Firenze. Nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Francesco ha anche chiesto «di costruire insieme, di fare progetti», dialogando con creatività e stile sinodale. I lavori di gruppo nelle aule della Fortezza da Basso sono la prima occasione per rispondere al suo invito. Il terzo passo riguarda le dinamiche e i contenuti. Per ogni “via” alcune domande aiutano a individuare i riferimenti di fondo di una Chiesa attenta all’uomo, specie alle membra più fragili della comunità civile ed ecclesiale. Successivamente, i delegati si soffermano sulle risorse e le modalità per recepire le istanze emerse e tradurle in concreto. «Quali strumenti e luoghi di discernimento, dialogo, progettazione comune – chiede ad esempio la scheda sull’uscire – attiviamo nelle comunità ecclesiali? Sono state intraprese esperienze significative, che hanno accresciuto la capacità di andare incontro alle persone?». Infine, la quinta fase del lavoro di gruppo: ogni tavolo è provocato a stringere su alcune “scelte possibili” che possano diventare patrimonio comune della cultura pastorale delle comunità locali. A questo esercizio diffuso di ascolto e discernimento è dedicato un ampio spazio del convegno: otto ore complessive, distribuite in due giorni e inframmezzate dai momenti di preghiera. La principale novità, rispetto ai precedenti convegni ecclesiali e ad altri incontri simili, consiste nelle piccole dimensioni dei gruppi di lavoro: dieci persone per ogni punto di incontro. Si tratta di una scelta fatta fin dall’inizio, insieme a quella di privilegiare le esperienze di “nuovo umanesimo” avviate nelle diocesi. L’obiettivo è chiaro: consentire ad ogni partecipante di portare un contributo alla discussione, evitando che il grande numero dei presenti finisca col nascondere alcune voci. Con questo metodo, nessuno è escluso dal confronto e relegato a semplice ascoltatore. Un’attenzione in più a far sì che il genio del cristianesimo italiano – per citare ancora il discorso del papa a Firenze – non appaia come «patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese». <+copyright>
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