L'Europa è ferita dalla guerra: «Così i cattolici possono contribuire alla pace»

Intervista all'arcivescovo Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali del continente: «I cristiani sempre più nel mirino, ma aumentano i giovani che si riavvicinano alla fede. Per l'Ucraina, preghiera e soccorso alle popolazioni»
February 16, 2026
L’arcivescovo Grušas, presidente Ccee
L’arcivescovo Grušas, presidente Ccee / SICILIANI
Le Chiese d’Europa, ferite da quattro anni dalla guerra in Ucraina, «hanno bisogno oggi più che mai di respirare pienamente dai suoi “due polmoni”»: le comunità cristiane d’Oriente e d’Occidente. A rilanciare l’appello all’unità e alla preghiera per la pace – nei giorni in cui la liturgia propone la memoria dei santi Cirillo e Metodio, apostoli dei popoli slavi e compatroni del continente, celebrati il 14 febbraio – è l’arcivescovo di Vilnius Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee).
Quanto è importante, oggi, poter contare sull’unità dei cristiani d’Oriente e d’Occidente?
Penso che la descrizione proposta da papa Giovanni Paolo II, che sottolineava l’importanza dei «due polmoni», sia davvero un grande esempio di questo. In Europa, però, ci sono problemi che causano molte difficoltà in questo momento, come la guerra in Ucraina e le tensioni verso la secolarizzazione. Certamente entrambe le parti hanno un grande lavoro da fare nell’evangelizzazione, che potremmo definire oggi una “rievangelizzazione” sia dell’Oriente che dell’Occidente.
Quale è la situazione dei cristiani in Europa oggi e quali sono le sfide maggiori?
Penso che i cristiani europei siano chiamati a testimoniare la loro fede in una società che li mette costantemente alla prova. Sono tante le sfide che abbiamo davanti, e non si tratta solo della secolarizzazione. Ci sono molti ambiti della società in cui sta crescendo un certo sentimento anti-cristiano, e per questo dobbiamo rinnovare il modo in cui riusciamo a essere missionari attraverso la nostra testimonianza del Vangelo.
Si registra un particolare incremento dei cristiani in alcuni Paesi?
Sì, lo stiamo vedendo in diversi luoghi. Le persone stanno iniziando ad approfondire la domanda di fede, soprattutto in Francia e Gran Bretagna, ma anche in altri Paesi. Io penso che questa sia la reazione naturale a una forte sete di Dio che si è riaccesa in molti, proprio perché la gente, nella società di oggi, non trova più le risposte alle domande più profonde sull’esistenza. Per questo ci si rivolge nuovamente a Dio, perché il mondo così com’è non offre le risposte fondamentali ai bisogni. Finché non si comprende che il vero bisogno è Dio.
Quali sono i Paesi maggiormente colpiti dalla secolarizzazione?
È un fenomeno diffuso in tutta Europa, non è più una questione di singoli Paesi. Se 30 anni fa lo si vedeva più in Occidente che in Oriente, perché l’Oriente si stava ancora riprendendo in larga parte dalla presenza dei regimi comunisti, ora la secolarizzazione sta interessando quasi tutto il continente.
E cosa si può dire dei giovani?
Si stanno riavvicinando alla fede, e questo lo abbiamo osservato già in tante occasioni. Dalle Giornate mondiali della gioventù alla rinascita dei movimenti nelle università, dove gli studenti cercano un senso per la vita. E questa ricerca li sta conducendo a trovare Dio all’interno delle comunità, ora più che in precedenza. C’è stato un periodo di calo della partecipazione, in cui le persone cercavano una spiritualità indefinita, mentre adesso stiamo assistendo di nuovo all’aumento, specialmente tra i giovani, del numero di coloro che cercano le loro risposte in Dio.
Quale può essere il contributo dei cattolici nella costruzione della pace?
A pochi giorni dal quarto anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, posso dire che il primo impegno è quello della preghiera per la pace, a cui ci ha sempre richiamato papa Francesco e a cui continua a esortarci anche papa Leone XIV. Si dovrà continuare a pregare anche dopo la fine del conflitto, per la guarigione dei traumi. Ma sono anche molto orgoglioso delle opere di solidarietà da parte di tante istituzioni cattoliche. Lunedì scorso, per esempio, il Papa ha regalato ottanta generatori elettrici al popolo ucraino, per tenere le persone al caldo e fornire energia sotto i bombardamenti.
Su cosa state lavorando in particolare come Ccee?
Siamo coinvolti nella preparazione del Sinodo e, in particolare, della tappa continentale. Dall’altro lato, siamo molto preoccupati per la continuazione della guerra e ci stiamo impegnando per fornire assistenza a coloro che soffrono.

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