Sara, Alessia, Viola, Agnese: il nostro valore non si misura con un voto a scuola
L’inquietudine cambia l'educazione: le testimonianze dalle Sezioni Rondine dei licei italiani

L’inquietudine può assumere la forma di un ronzio. Quello scollamento tra la scuola e la vita che si vorrebbe, tra ciò che si ascolta in aula e i sogni che si coltivano fuori. «Un ronzio che non mi faceva mai sentire abbastanza»: è stato solo quando Agnese, classe quinta del liceo Redi di Arezzo, ha incontrato il metodo Rondine che quel ronzio, quell’inquietudine, non sono più apparsi come nemici ma come una strada da attraversare. Il metodo Rondine oggi è praticato in 60 classi di liceo italiane, distribuite in 32 scuole, che raddoppieranno con il nuovo anno scolastico. Accompagnati da un tutor, i ragazzi imparano che un’altra scuola è possibile, «una scuola dove il valore di ciascuno non si identifica con un voto – continua Agnese, protagonista insieme ad altre tre coetanee di diverse città di un confronto ieri a YouTopic –, dove non si entra in crisi per una insufficienza, e dove le amicizie tra compagni nascono non malgrado i conflitti ma grazie a essi».
Nella Sezione Rondine si imparano gli strumenti per accogliere l’inquietudine e trasformarla in spinta a cercare qualcosa di più profondo. Viola, alla vigilia della maturità al liceo Scholl di Trento, racconta che con la sua classe ha elaborato un progetto di affiancamento dei ragazzi di origine straniera delle scuole medie. «La paura più grande per loro era diventare invisibili. Siamo partiti dai loro nomi, imparando a pronunciarli bene, perché questo è il primo atto di riconoscimento. Poi abbiamo chiesto di condividere i pregiudizi che li avevano fatti soffrire. Abbiamo imparato insieme che abitare più culture non è un limite, ma una possibilità e una ricchezza». L’inquietudine è diventata protagonismo. Il metodo Rondine insegna a costruire ponti, spazi che mancano, a generare inclusione. C’è l’inquietudine del “cosa farai da grande”: «Un peso enorme, in quella domanda – ha confessato Sara, del liceo Petrarca di Arezzo –, con il percorso della Sezione Rondine abbiamo imparato a darci tempo, a riconoscere ciò che ci smuove davvero. Ci siamo raccontati le professioni che sentiamo più affini a noi, quale cambiamento vogliamo portare nel mondo. L’inquietudine rispetto al lavoro e al futuro non è scomparsa, però è cambiato il modo in cui ci stiamo dentro. La scelta che sentivo come un macigno pronto a travolgermi non è più qualcosa di totale e irreversibile ma, alla fine, solo una delle tante che incontrerò nella vita».
E poi ci sono i ragazzi “difficili”, quelli che rischiano sempre di perdersi per strada. Come era Alessia, del liceo Romero di Albino, vicino a Bergamo: «Non stavo bene con me stessa, avevo dentro una rabbia che non sapevo spiegare. Urlavo, piangevo, parlavo sopra agli altri, ogni discussione diventava uno scontro. Poi è arrivata la sperimentazione Rondine. Il primo anno sono stata bocciata. Mi ha fatto male. Ma oggi posso dire che quel fallimento mi ha salvata. Con Rondine ho imparato che il conflitto non deve per forza distruggere. Che c’è differenza tra combattere contro qualcuno e confrontarsi con qualcuno. Mi ha insegnato a disarmarmi: che non significa diventare più debole, ma smettere di vedere l’altro come un nemico. Di lì qualcosa dentro di me ha cominciato a cambiare. Ho iniziato a stare meglio nella mia classe, con i compagni e con i professori. Ho scoperto quanto sia importante sentirsi accolti, ascoltati, non giudicati continuamente». Benedetta inquietudine.
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