A Rondine pacifisti e produttori di armi: e il dialogo diventa costruttivo

di Chiara Vitali, inviata a Rondine
L'apparente paradosso al YouTopic: si cerca nsieme una via d'uscita al bellicismo. Confronto tra De Lellis (Pax Christi) e Macrì (Leonado), con Bignami (Cei), Craxi (Senato) e il teologo Diaz
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June 5, 2026
A Rondine pacifisti e produttori di armi: e il dialogo diventa costruttivo
Un momento del confronto a YouTopic, alla Cittadella della pace di Rondine
Chi produce le armi. Chi le vende. Chi pensa che dovrebbero essere usate solo come extrema ratio. Chi invece crede che non dovrebbero proprio esistere. Queste prospettive, spesso incompatibili, ieri si sono sedute allo stesso tavolo, incarnate da persone che maneggiano il tema ogni giorno. Seduti a pochi centimetri di distanza, Antonio De Lellis, coordinatore nazionale di Pax Christi, e Francesco Macrì, presidente di Leonardo, la principale azienda italiana per la produzione di armi. Il contesto era quello di Rondine Cittadella della Pace, modello di educazione alla pace a pochi chilometri da Arezzo dove in questi giorni si sta svolgendo YouTopic Fest, una quattro giorni di incontri che mette al centro l’inquietudine e la risoluzione dei conflitti. Attorno al tavolo anche Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, Miguel Diaz, teologo americano, già ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Franco Vaccari, fondatore di Rondine, e don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Cei per i Problemi sociali e il lavoro. Che lancia una riflessione: «Viviamo in un tempo in cui la pace non conviene a una buona fetta del mercato, a tante aziende nel mondo. Anzi, si investe molto per rendere credibili molteplici minacce future, in modo che lo sviluppo militare risulti sempre più necessario. Non ci chiediamo più che società vogliamo essere ma quale pericolo vogliamo evitare». Da qui la domanda principale che ha animato il confronto: in questo tipo di società che ruolo devono avere le armi?
Chi risponde si riferisce, a più riprese, a «dati di realtà» e al «realismo». Che però, per ciascuno, è diverso. «Partiamo da un termine, quello di “difesa” – inizia Franco Vaccari –. Se vogliamo fare un parallelismo, ciascuno di noi ha un sistema immunitario con cui si difende. Ne abbiamo bisogno per vivere, è una cosa buona. C’è però poi un altro termine, “deterrenza”, ed è una parola che nasce da un crescendo di minacce che toglie a ogni relazione un livello di parità». Si arriva, così, alle armi, un tema che «interroga profondamente»: «Credo sia evidente che ci vogliono, e per un motivo specifico: ciascuno può anche decidere di non usarle fino a dare la vita, ma esiste sempre un dovere di difendere chi è più debole di noi. La presenza di chi è più fragile ci interroga profondamente. Il punto però è che di armi si dovrebbe parlare solo come ultima eventualità, e invece in questo tempo parliamo di armamenti prima che di tutto il resto. Dovremmo costruire una difesa forte ma intanto rilanciare il disarmo: questa è la nostra unica possibilità di sopravvivenza» .
Per Francesco Macrì il “dato di realtà” è che la guerra esiste: «Oggi il tema della sicurezza ci interroga tutti, perché viviamo in una fase in cui la guerra è tornata quotidiana, ed è cambiata molto rispetto ai conflitti passati. Vorrei sottolineare che oggi le tecnologie di aggressione hanno un costo bassissimo, come i droni, mentre quelle di difesa hanno costi altissimi: attaccare è diventato relativamente economico, mentre difendersi richiede una serie di investimenti. Cambia continuamente la possibilità di essere aggrediti. Ci ritroviamo in un momento in cui le democrazie si stanno deteriorando. Pongo quindi una domanda: i nostri valori, li dobbiamo o non li dobbiamo proteggere?». Macrì si concentra sul lavoro di Leonardo nell’ambito dello «sviluppo tecnologico», ricordando le invenzioni che nel tempo sono state favorite dallo sviluppo di nuove tecnologie, dalle esplorazioni dello spazio all’ambito medico. La parola passa a Pax Christi, che crede che il commercio di armi non dovrebbe proprio esistere. «La parola “sicurezza” mi fa paura – specifica De Lellis –, invece penso dovremmo parlare di “sicurezze” intese come diritti: la sicurezza sanitaria, quella abitativa, l’istruzione, e così via. Questo si può fare soltanto tornando a vivere realmente in comunità. E vorrei anche invitare tutti a riflettere su ciò che chiamiamo tecnica e tecnologia, perché gli strumenti non sono mai neutri. Penso ai sistemi di sorveglianza avanzatissimi che vengono usati ad esempio per respingere le popolazioni che provano a migrare. Anche concetti come morte, tortura e prigionia si affiancano a tecnica e tecnologia».
Per Stefania Craxi il dato di realtà è invece che «la sicurezza è una delle aspirazioni più profonde delle comunità umane, e anche una delle più difficili da raggiungere. La guerra oggi è tornata nel cuore dell’Europa e le minacce hanno cambiato forma: pensiamo ai cyber attacchi, alla disinformazione usata come arma, alla vulnerabilità delle strutture energetiche, e così via». Difesa e pace, continua, «non sono termini alternativi. Se la pace è il fine verso cui tendere, la difesa è uno degli strumenti per preservarla. Penso che sarebbe ingenuo pensare che il dialogo possa sostituire del tutto la difesa, così come sarebbe sbagliato pensare che basti solo la forza militare: questa, da sola, non genera fiducia». Si arriva così a un nodo cruciale: «La capacità di costruire un ordine in cui la forza sia subordinata al diritto, che è il contrario di ciò che sta accadendo».  Parola a Miguel Diaz: «Mi colpisce – dice – il parallelismo della difesa armata come sistema umanitario di ciascuna nazione. Quando ci ammaliamo, abbiamo bisogno di una medicina, non possiamo cercare una soluzione che porta a un pericolo ancora maggiore. Invece, con le armi, può succedere questo». Un ultimo dato di realtà lo aggiunge Bignami: «A pagare i prezzi dell’uso delle armi sono sempre le popolazioni civili; e la guerra ha un effetto devastante sulla coscienza, sulla psiche. Sono dati che dovremmo sempre tenere chiaramente in testa quando parliamo di questo tema». Al termine, una riflessione condivisa da tutti: un dialogo vero tra opinioni diverse è cosa sempre più rara nel nostro Paese. «Abbiamo invece un grande bisogno che questo tipo di dialogo diventi frequente».

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