giovedì 10 dicembre 2009
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Introdurre la Ru486 nel nostro Paese senza rispettare quanto la 194 disciplina sulle modalità attraverso le quali deve avvenire un aborto potrà provocare una situazione a dir poco paradossale. Potrà cioè accadere che ogni Regione decida in modo autonomo, con un proprio protocollo, le modalità di somministrazione della pillola abortiva, i tempi di degenza della donna e conseguentemente il luogo dove avverrà l’aborto. Ci saranno quindi donne che presa la pillola in ospedale saranno rispedite a casa, altre che rimarranno in ospedale solo per il tempo di un day-hospital, altre infine che – così come vuole la legge – potranno accedere unicamente al ricovero ordinario, ricovero assai più lungo e sicuro. Dopo la pubblicazione della «determina» definitiva ieri sera in Gazzetta Ufficiale, prende corpo il timore espresso da Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, secondo la quale potrebbe profilarsi «il rischio che ci siano 20 o 21 protocolli diversi da Regione a Regione, mentre la legge 194 è una legge nazionale che va rispettata nello stesso modo». Perché tale rischio? L’articolo 8 della legge dispone che tutto l’iter abortivo debba iniziare e finire in ospedale. In nessuna parte della legge c’è scritto che si può abortire a casa. Lo stesso Umberto Veronesi, abortista convintissimo, sull’ultimo numero di Grazia scrive che è necessario che questa nuova procedura abortiva «avvenga in un ospedale». Ma perché la donna non potrebbe far ritorno liberamente tra le pareti domestiche dopo aver preso la prima pillola abortiva? A motivo della sua salute. La pillola abortiva presenta infatti gli stessi rischi per la salute rispetto a un intervento abortivo chirurgico solo se la donna viene trattenuta in ospedale in ricovero ordinario, perché solo lì può essere monitorata giorno e notte. Delegare di fatto alle Regioni le modalità di assunzione della pillola e degenza della donna, così come vuole l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) potrebbe spingere le donne che vogliono abortire a recarsi in quelle Regioni dove è escluso il ricovero ordinario, illudendosi così di poter praticare un aborto "più facile". Ci troveremmo perciò di fronte a uno strano e grottesco turismo abortivo nazionale, alla ricerca dell’aborto più (apparentemente) soft. Un’ultima domanda: perché tanto accanimento da parte di una certa cultura pro-choice affinché si possa abortire lontano dalle strutture sanitarie nonostante sia più pericoloso? Perché l’intento è di privatizzare sempre più l’orrore che resta la soppressione di una vita umana indifesa, di soffocare sotto una cappa di chiacchiere ideologiche le grida di sofferenza psicologica delle donne che hanno abortito, di isolare la donna e di tenerla lontana dai luoghi pubblici mentre priva della vita suo figlio con le proprie stesse mani, indotta dai medici. Tutto questo affinché nessuno si possa accorgere di quello che realmente è e resta l’aborto.
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