giovedì 14 giugno 2018
L’Autorità per i diritti dei detenuti (che verrà presentata oggi in Senato) indica «criticità» sui migranti: dalla scarsa igiene dei centri all’ignoranza delle norme sui minori
(Ansa)

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«Ci state rimpatriando?». È l’una e mezza di notte del 26 novembre scorso e quattro cittadini tunisini, che dormono nei moduli abitativi del Centro di permanenza per il rimpatrio di Bari vengono svegliati da agenti di polizia e da un mediatore culturale, che li invitano a prepararsi per le dimissioni. «Nessuna informazione» viene fornita loro sul fatto che stanno per essere riportati in Tunisia, «si tratta solo di un trasferimento a Roma». Secondo gli operatori, quella comunicazione viene differita perché «determinerebbe il rischio di reazioni violente».

Una cautela forse dovuta all’esperienza, ma in ogni caso non «conforme agli standard internazionali». L’episodio è descritto in un rapporto (datato 9 aprile 2018) del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, che oggi presenterà a Roma, in Senato, la relazione annuale sul proprio operato. Un volume di 380 pagine, che Avvenire ha potuto visionare in anteprima e che non riferisce solo dei controlli dei membri del collegio del Garante (Mauro Palma, Daniela de Robert ed Emilia Rossi) negli istituti di pena, ma anche di ispezioni in altre realtà "detentive" o dove ci sia il rischio di privazione della libertà.

Nel novero di situazioni sono incluse le «condizioni dei migranti irregolari», non solo nei «Centri di permanenza o hotspot» (7 strutture ispezionate), ma anche lungo le diverse fasi, dal trattenimento al rimpatrio. Ebbene, rispetto alle condizioni di «detenzione amministrativa» dei migranti irregolari nelle strutture visitate, il cahier de doléances elenca diversi «nodi»: dalle «scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture» ispezionate, alla «scarsa trasparenza», fino alla «non considerazione delle differenti posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle diverse esigenze e vulnerabilità individuali» e all’«assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni dei diritti o rappresentare istanze».

Altre incongruenze, come detto all’inizio, avvengono durante la fase dei rimpatri di chi non può più soggiornare in Italia. Procedure delicate e onerose per lo Stato, ma destinate a crescere (lo scorso anno ne sono state eseguite 7mila, ma il neo-ministro dell’Interno Matteo Salvini ha promesso di aumentarle esponenzialmente). Ma come si svolgono? Il Garante «da marzo 2017 al giugno 2018» ha monitorato «16 operazioni di rimpatrio forzato», 13 verso la Tunisia e 3 verso la Nigeria». Fra le irregolarità individuate, la «consuetudine, riscontrata nella gran parte delle operazioni monitorate, di tenere anche per molte ore i polsi dei rimpatriandi legati tramite delle fascette in velcro, indiscriminatamente e in assenza di comportamenti apertamente non collaborativi».

Oltre al mancato avviso dell’imminente rimpatrio, il Garante ritiene «non accettabile» che i migranti vengano lasciati per ore, in attesa dei controlli, in piedi in aree all’aperto, al caldo d’estate e al freddo d’inverno, oppure «in locali fatiscenti», in particolare nella «struttura aeroportuale dedicata di Palermo». Non si tratta di questioni poco rilevanti, poiché «in base al diritto internazionale la libertà di ciascun Stato di allontanare stranieri dal proprio territorio è soggetta ad alcune restrizioni, non solo attinenti alla legittimità del provvedimento, ma anche alle modalità» (e altre garanzie sono fissate nella direttiva Ue 115 del 2008). Qualora venissero meno, avverte l’autorità, ciò renderebbe «illegittimo il rimpatrio forzato».

Per di più, il Garante «esprime forti perplessità sull’opportunità di organizzare voli di rimpatrio forzato verso Paesi, come l’Egitto e la Nigeria, che non hanno istituito un meccanismo nazionale di prevenzione della tortura», così come nei pochi «rimpatri forzati individuali recentemente effettuati verso Libia e Sudan».

L’ultima notazione, sconcertante, riguarda l’accertamento dell’età dei minori stranieri, che spesso arrivano non accompagnati da adulti. A oltre un anno dall’entrata in vigore della legge Zampa, non solo il Garante rileva «un grave deficit di attuazione» della normativa, con episodi di avvio di accertamenti socio-sanitari sul minore «senza il coinvolgimento dell’Autorità giudiziaria», ma perfino casi di «mancata conoscenza delle disposizioni sia da parte delle forze di polizia che della magistratura onoraria». Se è vero che l’ignoranza della legge non è una scusa per nessuno, quando a non conoscerla è un pubblico ufficiale c’è da restare sbigottiti.

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