martedì 3 agosto 2021
I sì calano a 396 (rispetto ai 462 della fiducia nella notte). Ora la normativa passa al Senato.
La votazione alla Camera

La votazione alla Camera - Lapresse

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Marta Cartabia riesce nell’impresa di una revisione organica del processo penale e torna a casa sollevata. Con lei, tira un sospiro Mario Draghi, che dopo aver ottenuto la fiducia nella notte precedente, con 462 sì, 55 no e 1 astenuto, registra un consenso alla riforma della "sua" guardasigilli: 396 sì, 57 no e 3 astenuti. Uno scarto non indifferente che denota una tensione strisciante, ma la maggioranza ampia c’è. Tutto il resto è politica. I 13 assenti pentastellati che nella notte non votano.

I 16 che non si presentano all’ultimo momento per il varo della Camera, così come i due contrari e l’astenuto nel gruppo 5s. Il nervosismo dei voti sugli ordini del giorno che mettono a dura prova la maggioranza, con la bocciatura per soli 5 voti (186 a 181) di quello che vorrebbe inserire gli ecoreati nel regime speciale dell’improcedibilità (come già è stato fatto per quelli di mafia, violenza sessuale, terrorismo e droga). L’arringa finale dell’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che rivendica la paternità della riforma: «La realtà oggi è che si vota la riforma a prima firma Bonafede e successivamente emendata dal governo Draghi».

Per il premier quello che conta è che le nuove regole richieste da Bruxelles per sdoganare una consistente fetta dei fondi del Pnrr hanno compiuto il primo giro di boa e si preparano ad essere incardinate tra le priorità dei lavori del Senato a settembre. Quella di Bonafede, in fondo, è l’arringa rivolta ai grillini eletti, ma soprattutto a quella base che sta concludendo il voto sullo Statuto che deve, dopo mesi di attesa, incoronare leader Giuseppe Conte. Il quorum richiesto è di circa 57mila votanti e nel pomeriggio ne mancano ancora diversi all’appello.

Perciò le parole dell’ex ministro della Giustizia acquistano un duplice peso: oltre a convincere i deputati, devono persuadere gli iscritti ancora riottosi che il M5s ha vinto il braccio di ferro con il resto della maggioranza ed è riuscito a salvare l’impianto della sua riforma. «Mi rivolgo all’Aula e alla comunità del M5s – dice allora Bonafede - . La prescrizione si stoppa dopo la sentenza del primo grado. Abbiamo alzato le barricate sul testo originario? Orgogliosamente sì e siamo stati gli unici». Ecco perché, spiega ancora, «continueremo a dare il nostro contributo, con lealtà, che non significa essere sempre d’accordo», ma «non ci sarà nessuna restaurazione» sulla giustizia «con noi nella maggioranza».

Le rivendicazioni, per altro, sono uguali e contrarie da parte di tutti i partiti della maggioranza. «Non è la riforma che avremmo voluto ma forse è il testo migliore che si poteva avere con questa maggioranza eterogenea», dice Roberto Turri della Lega, che continuerà a lavorare sulla giustizia promuovendo i referendum con i radicali. «Rivendico al Pd di avere offerto una proposta di mediazione, la norma transitoria per l’atterraggio "morbido" della prescrizione processuale, per farci carico delle preoccupazioni legittime evidenziate dagli uffici giudiziari, certo, ma anche per aiutare la riforma, il governo, la maggioranza a superare indenne questo passaggio difficile», incalza per i dem Alfredo Bazoli.

Resta il no di Fratelli d’Italia e degli ex M5s di "Alternativa c’è", che – proprio in contrapposizione con Bonafede – nelle stesse ore in cui si va chiudendo il voto sullo Statuto, sparano a zero contro la riforma Cartabia. Ma dal web i numeri sembrano già rassicurare Conte e i vertici pentastellati. I consensi crescono e la soglia viene superata. Sulla piattaforma Skyvote, che sostituisce quella Rousseau dopo il divorzio da Casaleggio, i consensi ci sono e l’ex premier sta per tagliare il traguardo e diventare leader effettivo del Movimento 5 stelle.

Non desta dunque particolare preoccupazione nell’avvocato il probabile ricorso contro la votazione di un gruppo di iscritti che lamenta di non essere riuscito ad entrare nel nuovo sistema di Skyvote e già si sarebbe rivolto all’avvocato Lorenzo Borrè per fare ricorso. Anche per Conte è l’ora di tirare un sospiro di sollievo.

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