giovedì 29 luglio 2021
Anche Salvini alza la posta sui «processi per droga». Il premier irritato: non accetto rinvii. Forse rivede Conte. Vertice tra la ministra Cartabia e i capigruppo in commissione
Marta Cartabia, ministra della Giustizia

Marta Cartabia, ministra della Giustizia - Lapresse

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Mario Draghi continua a guardare al calendario: il tempo stringe e la riforma della giustizia va approvata alla Camera prima della pausa estiva. Punto. Ma la mediazione della guardasigilli Marta Cartabia ieri ha registrato un nuovo stop. I capigruppo di Montecitorio in commissione portano a via Arenula i veti incrociati e la palla torna nuovamente ai leader. I 5s si appellano a Giuseppe Conte, certi che potrà spuntare qualche altro risultato con il premier, magari con un nuovo incontro oggi. Il Pd continua a mediare, preoccupato di portare a casa un testo che abbia il placet del Movimento.

A Palazzo Chigi però cresce l’irritazione per il gioco al rialzo dei grillini, anche se si registra con un certo sollievo la dichiarazione di Matteo Salvini, che si affida alla decisione ultima del presidente del Consiglio.

Il leader della Lega viene ricevuto di buon mattino dal premier, che conferma l’esigenza imprescindibile di chiudere la riforma della giustizia entro la prossima settimana. Anzi, per evitare di aggiungere elementi di tensione, Draghi rinvia le decisioni del Consiglio dei ministri di oggi sul Green pass per scuola e trasporti, che non piace a Salvini, per concentrarsi sul testo Cartabia.

Piuttosto il Cdm dovrebbe fissare per il 3 ottobre le amministrative, in vista delle quali – il premier lo sa bene – tutti i partiti si batteranno per piazzare le proprie bandierine. Il Carroccio, comunque, assicura in mattinata l’ex ministro dell’Interno, sulla giustizia sarà leale. E però, nel corso delle ore la tensione sale di pari passo con una trattativa a oltranza che risulta di ora in ora più difficile e rimette in discussione pezzo per pezzo la riforma.

Ogni partito combatte per i rispettivi cavalli di battaglia. Così si chiude senza passi avanti l’ennesima giornata. Quella che doveva vedere la commissione pronunciarsi sugli emendamenti. La riunione alla Camera viene rinviata a oggi, anche se per il relatore, il dem Franco Vazio, «la sintesi della ministra è vicina». Di fatto Cartabia con i capigruppo, nell’incontro della mattina a via Arenula, esamina solo gli emendamenti ai primi dodici articoli del ddl (la prescrizione è all’articolo 14), ma anche su questi si registrano i «veti incrociati».

Cartabia informa Draghi dello stallo e il premier si prepara a richiedere il voto di fiducia. Per l’ex presidente della Bce non è possibile varare una riforma diversa da quella già annunciata a Bruxelles e votata nel Pnrr. La confusione regna sovrana. I 5 stelle che si occupano della riforma cedono il passo a Giuseppe Conte, certi che incontrerà di nuovo Draghi per spuntare modifiche alla norma che delega al Parlamento l’individuazione dei reati da perseguire nell’attività dell’azione penale. «Ritengo anche quella una norma critica», spiega l’ex premier, che continua ad alzare l’asticella, in attesa del parere del Csm. A Palazzo Chigi nessuno conferma il possibile faccia a faccia. Ma la giornata di oggi si preannuncia non meno difficile.

E allora le parole accondiscendenti di Salvini pronunciate ieri a inizio mattinata perdono via via forza. A sera dal Carroccio arriva l’indiscrezione di una telefonata di Salvini con Draghi per ribadire la linea della Lega, che teme vadano «in fumo i processi per mafia, traffico di droga e violenza sessuale». E anzi, secondo indiscrezioni di casa leghista, oggi Salvini si tratterrà a Roma per vigilare sul testo e se sarà necessario, incontrare nuovamente il presidente del Consiglio.

La telefonata confermata, invece, è quella di Draghi con il segretario del Pd Enrico Letta, che sulla riforma del processo penale si è schierato convinto a fianco di Cartabia, ma contemporaneamente cerca di trovare una sintesi con le posizioni grilline, per «favorire la mediazione per una riforma attesa da anni», ma anche per evitare che salti il banco della maggioranza.

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