sabato 5 gennaio 2019
Le scale di equivalenza adottate privilegiano i singoli e gli adulti rispetto a famiglie e minori. I nodi degli stranieri a rischio discriminazione e delle risorse che potrebbero non bastare
Sussidio ricco. Ma poco peso a famiglie e figli

Grandi pregi ma anche alcuni difetti. Il progetto di Reddito di cittadinanza che si sta finalmente profilando con la bozza di decreto legge in circolazione presenta tre aspetti assai positivi assieme ad altrettante criticità.
Il primo aspetto positivo riguarda la scelta di separare i percorsi tra quanti sono caduti in povertà solo per la mancanza di un’occupazione e coloro i quali, invece, vivono situazioni più complesse o non possono, per età o condizione psico-fisica, lavorare. I primi faranno riferimento ai Centri per l’impiego (Cpi) per la formazione e (si spera) l’avviamento al lavoro attraverso il "Patto per il lavoro". I secondi, invece, dopo una prima valutazione dei Cpi saranno presi in carico dai servizi sociali dei Comuni e degli altri enti territoriali, per stipulare un "Patto per l’inclusione sociale". È la giusta presa d’atto che la povertà è spesso multidimensionale e che sarebbe stato un grave errore cancellare quella rete di intervento sociale appena messa a punto con l’avvio del Reddito di inserimento. Il governo gialloverde non lo ammetterà mai, ma su questo aspetto ha compiuto la scelta intelligente di confermare il meglio di quanto fatto dal precedente governo Gentiloni in collaborazione con le parti sociali riunite nell’“Alleanza contro la povertà”.

Coinvolti gli operatori privati
Così pure intelligente – e realistica – appare la scelta di coinvolgere anche i soggetti privati del mercato del lavoro nell'opera di formazione delle persone e nell'incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Da soli, infatti, i Centri per l’impiego non saranno certamente in grado di dare risposte efficaci ai disoccupati in cerca di opportunità, anche qualora venissero effettivamente “rafforzati” con l’ingresso di 4.000 nuovi operatori (sempre che si riesca davvero a farlo in tempi ragionevoli). Si potranno anche chiamare “navigator”, ma difficilmente si tratterà di operatori con grande esperienza alle spalle, mentre enormi rimangono le rigidità del nostro sistema di scambio di informazioni sulle opportunità di lavoro nei diversi territori e soprattutto il disallineamento tra esigenze delle imprese e competenze delle persone. Anche per questo ha senso aver previsto la possibilità per le aziende che assumono un beneficiario del Reddito di cittadinanza di “incassare” parte del residuo contributo e aver progettato un sistema premiale molto incentivante per chi colloca il disoccupato, ferma restando l’esigenza di controlli per evitare accordi impropri, abusi e manovre "furbette" sul personale da parte delle stesse aziende.

Sul piano pratico, però, il pregio più importante del progetto di Reddito di cittadinanza (Rdc) che sta per essere varato è la consistenza del sussidio per le persone in povertà: per un singolo 500 euro più l’eventuale contributo aggiuntivo di 280 euro per chi paga l’affitto della propria abitazione. Si tratta di una cifra finalmente adeguata alle minime necessità di vita di una persona. Come abbiamo scritto più volte su “Avvenire”, il Reddito di inserimento (Rei) studiato dai governi Letta e Renzi e poi introdotto da quello Gentiloni è stata una prima grande conquista sociale, ben congegnata, ma che scontava la scarsità delle risorse investite. Talmente scarse (2,1 miliardi di euro) da non permettere di raggiungere l’intera platea dei poveri assoluti (5,1 milioni di persone), ma solo la metà e con un sussidio monetario del tutto inadeguato (da 187 euro al mese per un singolo a 539 per un famiglia di 6 componenti). Il sussidio del Rdc per una sola persona (non contando il contributo per l’affitto) è due volte e mezzo quello del Rei (il quadruplo contando il contributo per l’affitto).


Proprio confrontando le cifre del Reddito di cittadinanza e del Reddito di inserimento balza però agli occhi quello che è il primo difetto del nuovo progetto: il valore prevalente assegnato al singolo rispetto alla famiglia e il peso maggiore attribuito agli adulti (+0,4 ciascuno) rispetto ai minori (+0,2). Le scale di equivalenza adottate per i nuclei con figli rispetto alla cifra base del contributo sono infatti assai modeste, comprese tra l’1,2 appena per le madri (o padri) soli con un figlio e il 2,1 per le famiglie più numerose (5 o più componenti). Basti pensare che le scale di equivalenza del Rei, che sono poi le stesse su cui si basano i calcoli dell’Isee, vanno da 1,57 a ben 2,85. Può sembrare poca cosa, in realtà si tratta di una distribuzione interna delle risorse poco equa e scarsamente efficace, perché non coglie le vere priorità nel contrasto alla povertà: proteggere in particolare i minori e le famiglie con più figli che – proprio per questo – sono le più esposte al rischio di cadere in miseria. È probabile che questa scelta sia dovuta al taglio delle risorse previste dopo il negoziato con l’Unione Europea, ma una correzione in un prossimo futuro sarebbe necessaria.

Il secondo punto oscuro del progetto riguarda poi l’inclusione dei cittadini stranieri regolarmente soggiornanti nel nostro Paese. Ipotizzare 10 anni di residenza come si fa nel decreto appare difficilmente conciliabile non solo con le norme del diritto italiano ed europeo, ma soprattutto per ragioni etiche. Sarebbe paradossale se uno strumento di alto valore sociale come il Reddito di cittadinanza, che finalmente è rivolto principalmente a chi è più debole, nascesse gravato da una sorta di marchio d’infamia per la discriminazione proprio di alcune persone tra le più deboli dei deboli nella nostra società. Non uomini "diversi", ma famiglie che vivono accanto a noi da anni, bambini che frequentano le nostre scuole, oggi tra i più colpiti dalla povertà.

I conti che potrebbero non tornare
Infine, due incognite. La prima riguarda i costi complessivi dell’operazione. Pur tenendo conto che chi ha redditi minimi propri non prenderà l’intero sussidio, ma solo la differenza fino ad arrivare alla soglia prevista di 500 euro al mese (+ 280 euro eventuali per l’affitto), e scontando ancora l’incertezza sul trattamento delle pensioni d’invalidità (varrà il reddito familiare? È costituzionale?) delle quali non si fa specifica menzione nella bozza del decreto, è davvero difficile che 6 miliardi di euro possano bastare anche solo per i 9 mesi di applicazione quest’anno. La seconda grande incognita riguarda infine la reale efficacia del programma di attivazione dei disoccupati che riceveranno il sussidio: non solo non mancheranno furbetti e approfittatori, ma proprio per la consistenza del contributo si rischia un incremento degli inattivi, di persone che si accontenteranno del sussidio fino a quando ne avranno diritto o cercheranno di rientrare il più presto possibile nel programma di aiuti dopo aver accettato solo qualche lavoro a termine.
Nonostante incognite e difetti, però, l’esperimento va finalmente avviato, monitorato ed eventualmente corretto. Senza la pretesa di abolire la povertà, ma investendo davvero nel contrasto alla miseria.


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