sabato 12 maggio 2018
La loro storia fece il giro del mondo. Il fratello più grande e un cugino hanno rischiato la vita per far curare il ragazzino ammalato. A Genova si prendono cura di tutti e tre.
L’accoglienza di una bimba con la madre, dopo uno sbarco sulle coste italiane (Ansa)

L’accoglienza di una bimba con la madre, dopo uno sbarco sulle coste italiane (Ansa)

Dalla sua camera da letto in ospedale vede il mare. Quello stesso mare che lui ha attraversato, malato di leucemia, a bordo di un gommone, col fratello più grande e un cugino. Uno dei tanti viaggi della speranza che partono dalle coste libiche e finiscono a Lampedusa o a Pozzallo. Un’altra storia drammatica, come tante che arrivano dalla Libia, ma questa forse ancora più terribile perché il protagonista ha solo 14 anni. È malato, lontano dai genitori, accudito giorno e notte dal fratello più grande che non lo ha mai mollato. Adesso Khaled è a Genova, in una camera dell’ospedale pediatrico Gaslini. Perché è qui che dal Policlinico di Catania, che lo ha preso subito in cura dopo il soccorso in mezzo al mare, lo hanno trasferito.

Khaled ha bisogno di un trapianto. Nel frattempo però è subentrata un’infezione gravissima. Un’infezione presa durante la traversata in mare. Batteri super resistenti, in un corpicino, già affaticato dai cicli di chemio e dalle terapie. Khaled adesso si trova in una camera con vista mare. Come tutte quelle dell’ospedale Gaslini di Genova. Un ospedale pensato, esattamente 80 anni fa, a misura di bambino. E oggi lo è ancora. Da quando è arrivato, un mese fa circa, ha già subito diversi interventi e anche un ciclo di cure per sconfiggere quella malattia che i medici di Tripoli non sono riusciti a fermare.

«In questo momento Khaled è vivo ed è senza leucemia. Ma il percorso è ancora lungo e tutto in salita» racconta Carlo Dufour, direttore dell’Unità di Ematologia. Khaled è ancora molto grave. Ma i medici del Gaslini non si perdono d’animo. Come lui, ogni anno, dall’estero vengono accolti circa mille piccoli pazienti. «Accettare pazienti molto fragili, provenienti da Paesi particolarmente sfortunati con malattie gravissime, è quasi all’ordine del giorno per noi» prosegue il medico abituato a combattere guerre molto difficili, sempre in salita. «Adesso stiamo controllando l’infezione – prosegue –. La cosa più importante è che in questo momento Khaled è vivo ed è senza leucemia. È un miracolo». Ma come Khaled, solo negli ultimi sei, sette mesi, al Gaslini ne sono arrivati diversi. Tutti in condizioni disperate.

Come il ragazzo albanese. «Non ha attraversato il Mediterraneo su un gommone – spiega Dufour – ma non è certo arrivato qui in ambulanza. Ha viaggiato su mezzi di fortuna ed è potuto arrivare da noi grazie al ricongiungimento familiare». Anche lui aveva una gravissima malattia che, se non curata, sarebbe stata letale. «Lo abbiamo inserito in un protocollo clinico per un farmaco speciale che ha assunto prima del trapianto. Il farmaco ha funzionato e si è portato via tutta la leucemia – spiega –. Era una forma molto rara, difficile da controllare ma grazie al protocollo e a una gara di solidarietà che ha impegnato tutti i medici in prima linea oggi è trapiantato e sta bene».

Al Gaslini arrivano anche i piccoli migranti malati che raggiungono l’Italia e l’Europa in modo più sicuro e legale, attraverso i corridoi umanitari. «I nostri interlocutori sono Sant’Egidio e la Caritas – spiega Dufour – con loro attiviamo una task force che si prende in carico il piccolo paziente dalla partenza all’arrivo in Italia. All’inizio mi chiamano, mi fanno vedere delle cartelle, se le hanno, le analisi del sangue. E io, cosa vuole che dica? Portatemelo. Anche se la percentuale di guarigione è bassa, intorno al 4-5%, è sempre meglio di zero». E così è successo ad esempio, con Mustafa (il nome è di fantasia) un ragazzino siriano che viveva in un campo profughi in Libano. «Aveva una malattia gravissima, curabile solo con trapianto – spiega –. Prima della partenza, ci siamo messi in contatto con un medico che lavorava nel campo profughi e gli abbiamo fornito alcune medicine necessarie per iniziare a curare il ragazzo.

Quando è arrivato al Gaslini – prosegue – le sue condizioni erano molto meno drammatiche di quelle che mi aspettavo. Anche questo è stato un percorso tutto in salita, abbiamo dovuto ad esempio asportare un pezzo di polmone prima del trapianto, ma alla fine siamo riusciti. Ora è un ragazzo trapiantato, sta bene e vive in provincia di Milano».

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