giovedì 23 febbraio 2017
Corridoi umanitari e flussi la risposta alla sfida delle migrazioni. Al VI Forum la testimonianza dell’immigrata messicana diventata tesoriera Usa
Il cardinale Pietro Parolin

Il cardinale Pietro Parolin

Quei «244 milioni di migranti» in viaggio nel 2016 «sono una sfida all’umanità» e alla declamata civiltà dell’Occidente. E ci ricordano «l’insensatezza della guerra e della violenza ». Il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin richiama gli Stati alla loro responsabilità: solo vie legali di ingresso e corridoi umanitari possono contrastare l’immigrazione irregolare, rispettando la dignità delle persone. Il cardinale parla al VI Forum internazionale su migrazioni e pace, promosso dagli scalabriniani. Una due giorni di confronto su buone pratiche e storie di successo. Come quella di Rosario Martin, da immigrata messicana a tesoriera degli Stati Uniti. O le rimesse in patria degli immigrati, il triplo degli aiuti inviati dai paesi ricchi.

Al Forum - organizzato da Scalabrini international migration network (Simn), Dicastero pontificio per lo sviluppo umano integrale e Fondazione Adenauer - il cardinale Parolin ribadisce che muri e frontiere chiuse «favoriscono il ricorso a vie alternative e più pericolose». In tanti qui - dal viceministro degli Esteri Mario Giro al sottosegretario all’Interno Roberto Manzione - hanno constatato l’insuccesso della cancellazione dei decreti flussi. Chi chiede l’apertura canali legali allora fa «proposte nel senso indicato dal Papa», sottolinea Parolin: «Tutto quello che può assicurare il rispetto delle persone, dignità e diritti va promosso». Perché «non è chiudendo, costruendo muri, che si può risolvere questo problema ».

I «corridoi umanitari» invece sono «un precedente molto buono». Spesso le Nazioni «sembrano rifugiarsi in ristrette aree di interesse e chiusure nazionalistiche più o meno nascoste». Ma «la migrazione internazionale non può considerarsi emergenza transitoria, è una componente strutturale da affrontare con sinergia a livello globale» e «condivisione di oneri e responsabilità». E poi è «evidente» il «contributo offerto dai migranti ai Paesi di accoglienza», mentre le loro rimesse alle nazioni di origine «sono inestimabili contributi» per la «diminuzione della povertà».

Il cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, plaude a chi si spende per l’accoglienza: «Molte persone sono considerate degli eroi perché cercano di creare, ad esempio, corridoi umanitari». O manifestano per l’accoglienza, come a Barcellona. «Circoli virtuosi da mettere in atto», per rispondere alle «molte persone che non accettano gli immigrati». Che sono risorse da valorizzare. Al Forum racconta la sua storia la signora Rosario Marin, quinta figlia di una coppia di lavoratori messicani. Lo studio della lingua, i sacrifici per pagare l’università. Poi l’impegno in politica che la porta durante la presidenza Bush ad essere la prima tesoriera non statunitense di nascita a mettere la firma sulle banconote. E lei, repubblicana, è «addolorata per quello che succede oggi negli Usa, dove c’è chi gioca con la paura. L’America mi ha dato tanto, voglio che anche altri abbiano le possibilità che mi sono state date. Non possiamo perdere la nostra anima».

E anche se non arrivano ai vertici istituzionali, milioni di migranti si rimboccano le maniche. Nel 2015, secondo la Banca Mondiale, sono arrivati a 432 milioni di dollari le rimesse nei paesi d’origine: «In media, invii di 200 dollari, un terzo della paga mensile», spiega Mauro Martini dell’Ifad, l’agenzia Onu per lo sviluppo agricolo. Una cifra che surclassa gli aiuti a dono della cooperazione internazionale, 130 miliardi di dollari nel 2015. E l’occidente ricco potrebbe con poco valorizzare questi flussi, oggi 'taglieggiati' dalle commissioni: «In media sono il 7,6%, in Africa subsahariana arrivano al 10%, dal Sudafrica verso Uganda, Botswana e Nigeria anche al 18%».

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