venerdì 27 gennaio 2017
Montorio al Vomano, 8mila persone vivono giorni da incubo
Montorio al Vomano: «Noi, terrorizzati, sotto la diga»
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A Campotosto, «c’è il secondo bacino più grande d’Europa con tre dighe, una delle quali su una faglia che si è parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago». Pochi minuti dopo questa dichiarazione del presidente della commissione Grandi Rischi, il sindaco di Montorio al Vomano, Gianni Di Centa, si è trovato il Centro operativo comunale affollato di compaesani con la valigia in mano: «Volevano andarsene subito, erano terrorizzati. Li ho tranquillizzati ma nessuno ha tranquillizzato me. A tutt’oggi nessuno mi ha detto quale rischio realmente stiamo correndo, noi che viviamo ai piedi della diga»: prima dei disastri, Di Centa faceva l’impiegato, ma da settimane, tra terremoti, emergenza neve e alluvione (ipotizzata), non è più tornato in ufficio.

E ha tenuto a casa anche gli ottocento allievi delle scuole del paese: «il complesso sorge sull’asta fluviale ed è vulnerabile alle scosse telluriche: ci sono almeno tre ragioni per non riaprire le scuole». Il terremoto è la prima. L’effetto Vajont – la formula che ha sintetizzato il pronunciamento della Grandi Rischi – è la seconda. Ma, la terza? «L’Enel sostiene che sta rilasciando risorsa idrica per alleggerire il peso della diga e anche se a noi non risulta, nel senso che da dove siamo non si nota, i tecnici non sanno dirmi se l’aumento del flusso d’acqua possa essere pericoloso per la scuola». Per quanto Bertolucci abbia corretto il tiro e l’Enel abbia dato tutte le rassicurazioni del caso, il sindaco è disponibile a valutare l’evacuazione del centro abitato - l’argomento sarà discusso dal consiglio comunale aperto di martedì - ma esige «certezze» e non accetta «neanche il dubbio che si possa sottovalutare un pericolo per preoccupazioni politiche o economiche».

Aggiungiamoci che Montorio non è il solo paese che trepida nell’attesa di sapere se e quando l’emergenza terremoto sarà passata. Il problema della diga di Campotosto – 14 chilometri quadrati di bacino – riguarda l’intera vallata, mentre quello dei rilasci idrici interessa soprattutto i Comuni della foce del Vomano, come Roseto degli Abruzzi. Tuttavia, sul 'monte d’oro', come lo chiamavano gli antichi, a poco più di duecento metri, neve e terremoto hanno sconvolto la vita di ottomila persone. Molte se ne sono andate, negli hotel della costa messi a disposizione dalla Protezione civile. «Non è una soluzione, ma almeno permette di fronteggiare l’emergenza» commenta la consigliera Angela Di Giammarco. «Il terremoto ha sfiancato questo paese – dichiara un altro cittadino, Cristiano Catalini – e molti hanno perso tutto. Casa, azienda, il bestiame. Non sanno dove andare e di che vivere.

E allo sconforto si aggiunge la paura, immensa, per gli allarmismi di chi vuol mettere le mani avanti, amplificati da sciacalli mediatici». Parole che testimoniano la pesantezza del clima, anche se da qualche giorno il maltempo ha allentato la presa e il Paese è raggiungibile, come pure le frazioni, l’elettricità è tornata (quasi) ovunque e anche il segnale telefonico. Proprio l’impossibilità di comunicare potrebbe essere stata fatale a Claudio e Mattia Marinelli, padre e figlio di Poggio Umbricchio di Crognaleto, morti assiderati il 19 gennaio, mentre cercavano di salvarsi dalla bufera di neve. In quelle ore l’intera vallata era senza elettricità e senza segnale Gsm.

Li hanno sepolti due giorni fa ad Albavilla, una frazione di Montorio. «La gente ha paura e dall’alto non ci dicono cosa dobbiamo fare – lamenta il primo cittadino –, se cioè vi sia realmente il rischio di un effetto Vajont e se si possa affrontare con la creazione di zone di raccolta della popolazione, se ci si debba premunire contro il dissesto idrogeologico che potrebbe conseguire alla grande nevicata di questi giorni e allo stesso rilascio delle acque della diga, se e come si debbano affrontare anche terremoti minori, visto che quelli delle scorse settimane hanno provocato già parecchi danni in paese». Sono crollati i capannoni delle poche aziende della zona, come la Sicurmax e la Mpe, rivela Di Giammarco, «anche se – osserva – lo scioglimento della neve potrebbe far emergere un bilancio più grave».

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