sabato 25 ottobre 2014
A rischio i prodotti della terra. Il primo allarme? Nel 1997. I Medici per l’ambiente: ci sono almeno due siti potenzialmente esplosivi
Il risiko degli inceneritori. Tra politica e affari di famiglia | VAI AL DOSSIER
Ancora lo scorso gennaio erano state trovato altre conferme alle parole pronunciate nel 1997 dal solito Carmine Schiavone, pentito di camorra, sulle destinazioni dei rifiuti tossici trafficati e sversati clandestinamente: «Tutto il Matese fino alla zona di Benevento... Fino al 1992 noi arrivavamo come clan (dei casalesi, ndr) nel Molise fino a Isernia e zone vicine». Conferme saltate fuori durante gli scavi nel terreno di Strada di Cupra, zona del venafrano, con quei rifiuti scoperti a cinque metri di profondità. Insomma, sembra notte abbastanza fonda anche in questa piccola regione e sembra che anche qui nessuno se ne preoccupi troppo.Molte cose effettivamente non tornavano. Molte preoccupazioni stavano prendendo corpo e troppi bambini si ammalavano di tumore. Così le "Mamme per la salute e l’ambiente" di Venafro, paese molisano a cavallo fra Lazio e Campania, si mossero già sei anni fa. Raccolsero una foglia di fico e la spedirono alla "Nanodiagnostic" di Modena perché fosse analizzata. Risultato: «L’inquinamento sulla foglia induce a prendere precauzioni per l’ingestione dei prodotti dell’orto o dell’agricoltura cresciuti nella zona in cui tale inquinamento esiste», zona che «dovrebbe essere determinata con un grado accettabile di precisione».Racconta Bartolomeo Terzano, presidente molisano dei "Medici per l’ambiente" (Isde), come «nella nostra regione ci siano due localizzazioni ad alto rischio». Una di queste è proprio Venafro, dove «la situazione industriale è stata mal controllata e mal gestita», tant’è che adesso è stato quasi tutto chiuso, ma «passando la mano a due grossi "camini" (le ciminiere, cioè il sistema di evacuazione industriale dei fumi, ndr), uno di un cementificio che ha avuto l’autorizzazione a bruciare circa 40mila tonnellate annue di cdr ("combustibile derivato dai rifiuti", ricavabile dal trattamento di quelli urbani e non), l’altro che nasce come biomassa e si trasforma negli anni in inceneritore che brucia circa 144mila tonnellate l’anno di cdr, cioè assai più di quanto produca il Molise non facendo raccolta differenziata». Morale, quella venafrana è «la situazione più drammatica che abbiamo in Molise», sintetizza senza giri di parole Terzano.E del resto in tutta la regione esistono pesantissime situazioni dal punto di vista ambientale: da Campomarino ai fusti di Venafro, dai pozzi di Cercemaggiore, allo scantinato di Castelmauro con migliaia di bidoni tossici, alla discarica Guglionesi II. Ma torniamo a quella foglia di fico. Vi trovano varie sostanze e in «particolare» particelle di ferro, «la cui forma sferica le identifica come provenienti sicuramente da una combustione» e la cui combinazione con titanio e manganese «può provenire solo da una fusione casuale e non controllata». Con la conseguenza che «potrebbe prendere corpo l’ipotesi di un mescolamento di ceneri da inceneritore nel cemento della vicina fabbrica».Non a caso qualche mese addietro Vincenzo Musacchio, presidente della Commissione anticorruzione del Molise e fondatore del Comitato per la difesa della salute pubblica (nel suo "Molise Oscuro", pubblicazione sulla presenza di rifiuti tossici in alto, medio e basso Molise) chiede «un osservatorio regionale tecnico scientifico indipendente che metta in rete associazioni, consorzi, agricoltori, movimenti, comitati, cooperative sociali, economisti, ricercatori, medici, studenti per le decisioni che riguardino la loro sicurezza e salute».
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