lunedì 20 marzo 2017
"Prosciugare le paludi dell'arbitrio della corruzione, dove la mafia prospera". Così il capo dello Stato a Locri: "i mafiosi non hanno senso dell'onore o del coraggio"
Mattarella a Locri per giornata memoria: Una lotta che riguarda tutti


"La mafia è ancora forte, è ancora presente. Controlla attività economiche, legali e illegali, tenta di dominare pezzi di territorio, cerca di arruolare in ogni ambiente". Proprio per questo "bisogna azzerare le zone grigie, quelle della complicità, che sono il terreno di coltura di tante trame corruttive" e "accanto agli strumenti della prevenzione e della repressione, bisogna perfezionare quelli per prosciugare le paludi dell'inefficienza, dell'arbitrio, del clientelismo, del favoritismo, della corruzione, della mancanza di Stato, che sono l'ambiente naturale in cui le mafie vivono e prosperano. I vari livelli politico-amministrativi devono essere fedeli ai propri doveri e, quindi, impermeabili alle infiltrazioni e alle pressioni mafiose".

Sono l'allarme e l'appello lanciati domenica a Locri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella nell'incontro coi familiari delle vittime delle mafie, organizzato da Libera in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno. Una visita di poche ore "in questa terra - dice Mattarella - così duramente ferita dalla presenza della criminalità organizzata. Una presenza pervasiva, soffocante, rapace. Una presenza che uccide persone, distrugge speranze, semina terrore e ruba il futuro di questa terra". Primo del suo intervento, nel grande tendone piantato nello stadio di Locri, erano stati letti i nomi delle vittime innocenti delle mafie, 950 nomi dal 1893 al 2016, tra i quali 125 bambini, "sì, tante donne e tanti bambini - commenta il presidente -. I mafiosi non conoscono pietà né umanità. Non hanno alcun senso dell'onore, non del coraggio. I loro sicari colpiscono, con viltà, persone inermi e disarmate". Davvero un elenco interminabile, letto da alcuni familiari, spesso con la voce rotta dall'emozione, e interrotto da lunghi applausi. Ad ascoltare ci sono anche il ministro dell'Interno, Marco Minniti, la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, il governatore della Calabria, Mario Oliverio, politici, sindaci e vescovi. Ma l'incontro è dedicato ai familiari delle vittime. Anche Mattarella lo è, fratello di Piersanti, presidente della regione Sicilia ucciso da "cosa nostra". Non ne parla ma la sensibilità è evidente. "Cari familiari delle vittime innocenti, voi portate il carico maggiore della violenza mafiosa. Avete visto padri, madri, figli, fratelli e sorelle, mogli o mariti strappati a forza dalla vostra vita, dai vostri affetti, dall'intimità domestica. Nei vostri volti e, ancor più nei vostri cuori, portate una ferita che non si può rimarginare.

Come sarebbe stata diversa la vostra esistenza senza la violenza della mafia! Penso a quanti progetti, a quante speranze, a quanti sogni spezzati! Tutta l'Italia vi deve solidarietà per il vostro dolore, rispetto per la vostra dignità, riconoscenza per la vostra compostezza, sostegno per la vostra richiesta di verità e giustizia". Per questo, sottolinea Mattarella, "desidero dirvi che le vostre ferite sono ferite inferte al corpo di tutta la nostra società, di tutta l'Italia. E che il ricordo dei vostri morti, martiri della mafia, rappresenta la base sulla quale costruiamo, giorno dopo giorno, una società più giusta, solidale, integra, pacifica. Vi ringrazio per esser qui, vi ringrazio per il vostro coraggio". Ed è colloquio. "Siamo convinti - dice Deborah Cartisano - che lei, più di tutti, possa conservare di questo incontro, la memoria viva dei nostri cari, attraverso la luce dei nostri sguardi. Ma soprattutto la richiesta di essere portavoce di questa nostra domanda di verità e giustizia. Lei come uno di noi". "Sappiamo che lei, che ha vissuto il nostro stesso dolore - aggiunge Daniela Marcone -, sarà al nostro fianco nel perdurare di questo impegno che ci vede, ognuno per il proprio ruolo, tutti dalla stessa parte".

"La sua esperienza di vita e di tutti I familiari delle vittime di mafia - dice anche il vescovo di Locri, monsignor Francesco Oliva -, unitamente al modo di accogliere il dolore, sono per tutti una testimonianza preziosa che ci fa guardare alla vita con più determinazione, fiducia e speranza". E con impegni precisi. "Con lei - aggiunge il vescovo - oggi diciamo no alle mafie e a tutte le associazioni criminali, diciamo no alla 'ndrangheta che insieme alla corruzione rappresenta una delle cause più gravi della crisi sociale del nostro tempo. Siamo certi che le mafie possono essere sconfitte, dipende dall'impegno di tutti e di ciascuno. Non vogliamo più morti e sangue innocente. La nostra terra nutre il sogno di divenire terra di speranza e luogo bellezza, e sa di doversi impegnare per purificare se stessa da ogni deriva mafiosa". Ma, avverte il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, "è necessario mettere da parte gli egoismi, i protagonismi, per costruire insieme il bene comune. Sono stati fatti passi avanti, ma ci sono anche ritardi, timidezze, promesse non mantenute". Anche perchè, aggiunge, "le mafie non uccidono solo con la violenza: vittime sono i morti, ma vittime sono anche i morti vivi, le persone a cui le mafie tolgono la speranza e la dignità. Il lavoro, la scuola, la cultura, i percorsi educativi, i servizi sociali restano il primo antidoto alla peste mafiosa. La nostra Costituzione è il primo dei testi antimafia!

Ecco allora che la memoria non può essere un esercizio retorico. I vostri cari non sono morti per una targa, una corona di fiori, un discorso celebrativo. Sono morti per la nostra libertà, per un ideale di giustizia e democrazia che abbiamo il compito di realizzare". Infine don Ciotti dedica "un’ultima parola agli uomini e alle donne della ‘ndrangheta, delle mafie. Ma che vita è la vostra?! Papa Francesco, incontrando i familiari delle vittime, vi ha chiesto in ginocchio di convertirvi, di abbandonare il male. Non oso mettermi alla sua altezza, ma una cosa sento di potervela chiedere. Tanti famigliari hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di avere il loro corpo, di piangere sulla loro tomba. Uomini e donne della ‘ndrangheta, delle mafie: diteci almeno dove li avete sepolti! Vi chiedo - e vi auguro - di avere questo scrupolo, questo sussulto di coscienza. Può essere l’inizio di qualcosa di diverso, di un percorso di vita e non più di morte". Ma davvero serve l'impegno di tutti, come chiede Mattarella. "La lotta alle mafie riguarda tutti. Nessuno può dire: non mi interessa.

Nessuno può pensare di chiamarsene fuori". Certo, aggiunge, "l'Italia ha compiuto passi avanti nella lotta alle mafie". Ma "senza un forte cambio di mentalità, senza la promozione di una nuova cultura della legalità. I giovani e le associazioni della società civile, come Libera, e tante altre, sono stati tra i motori di questo radicale e indispensabile cambiamento". E "occorre un tessuto sociale più solido, attraverso l'effettiva possibilità di lavoro e il buon livello dei servizi sociali e sanitari. Un tessuto sociale solido, e rassicurato sotto questi profili, resiste meglio alle influenze e alle pressioni mafiose". Infine una citazione di Giovanni Falcone che diceva come, ""la lotta alla mafia non può fermarsi a una sola stanza, la lotta alla mafia deve coinvolgere l'intero palazzo. All'opera del muratore deve affiancarsi quella dell'ingegnere". Questo è l'orizzonte politico, giudiziario, di ordine pubblico, culturale, educativo, sociale del nostro impegno contro le mafie". Gli applausi sono forti e convinti. Mattarella dovrebbe allontanarsi. Don Luigi osa. "Presidente, i familiari vorrebbero salutarla". "Va bene". Così saltano programma e protocollo. E l'incontro si trasforma in un abbraccio. Il presidente si ferma, ascolta, risponde.

Abbracci intensi. Selfie. Coi familiari, coi ragazzi che coltivano terreni confiscati alla 'ndrangheta. E poi ancora oltre, fuori dal grande tendone fin sotto le tribune dello stadio dove più di 2mila persone hanno seguito l'incontro sui maxischermi. Sono tutti calabresi, tanti giovani, ma non solo. A sorpresa qualcuno intona l'Inno d'Italia e tutti lo cantano. "Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta..siam pronti alla morte l'Italia chiamò". È come un canto di liberazione, di una Calabria che non ci sta, che alza la testa, che dice no alla 'ndrangheta, ma che lo vuole dire con tutta l'Italia, qui rappresentata dal suo presidente. Solo insieme si vince. Proprio come aveva detto Mattarella.

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