mercoledì 3 gennaio 2018
Il presidente della Cei è intervenuto al congresso in corso a Roma: Il tema dell'assise: «Memoria e futuro. Periferie e frontiere dei saperi professionali»
Il cardinal Bassetti interviene al congresso nazionale dei maestri cattolici, AIMC (Siciliani)

Il cardinal Bassetti interviene al congresso nazionale dei maestri cattolici, AIMC (Siciliani)

«Audaci nei confronti della mentalità dominante ed esigenti con se stessi». È l’invito rivolto ai maestri cattolici dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, che oggi pomeriggio è intervenuto al 21° Congresso nazionale dell’Aimc (Associazione nazionale maestri cattolici), in corso a Roma sul tema: «Memoria e futuro. Periferie e frontiere dei saperi professionali». Bassetti ha messo in guardia da un duplice rischio: «Non bisogna chiudersi a riccio in una sorta di riserva indiana o al contrario sciogliersi nella società contemporanea come neve al sole». La via da seguire è quella di essere sale della terra; per i maestri, «sale della scuola».

Per l’Aimc è il momento di riscoprire con forza maggiore l’ispirazione delle origini, quella che nel 1945 mosse Maria Badaloni e Carlo Carretto (di cui nel 2018 ricorrono i 30 anni dalla morte), ispirazione che potrebbe essere smarrita quando un’istituzione eccede in burocratizzazione, dimenticando «il motivo originario per cui ci si associa» e lasciando ai margini «il carisma delle origini: in questo caso l’ispirazione cristiana dell’associazione. L’ispirazione cristiana – ha ricordato Bassetti ai congressisti – è la roccia su cui si erge la nostra e la vostra casa. Difendetelo e valorizzatelo con mitezza e tenacia. Perché senza questa roccia non c’è alcuna associazione ma solo un cumulo di leggi e di cariche senz’anima».

Per Bassetti, l’Aimc deve avviarsi con decisione sulla strada della sinodalità, indicata più volte da papa Francesco: una sinodalità fondata sulla corresponsabilità e sul «dialogo autentico tra tutti i membri dell’associazione. La corresponsabilità e il dialogo, che si oppongono a ogni forma di verticismo, sono il prodotto autentico della Chiesa sinodale che oggi si sta esprimendo a tutti i livelli». La sinodalità «è l’esatto contrario del clericalismo e prende forma nello sperimentare, concretamente, che la Chiesa è un corpo vivo». In un’associazione che vive la sinodalità, ha concluso Bassetti, «è necessario che ognuno dei membri sia realmente in contatto con l’altro, cioè che venga costruito un fitto e autentico intreccio di relazioni umane. Il dialogo autentico è la chiave di tutto e ha un valore inestimabile. Senza il dialogo ci sono solo la discomunione e la divisione».

Il testo del discorso del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei

Maestri e testimoni nella scuola italiana

Carissimi fratelli e sorelle, cari amici e amiche,
essere dei maestri nella scuola italiana è oggi un compito gravoso, ricco di insidie e carico di nuove sfide sociali e culturali. Allo stesso tempo, però, è un lavoro, anzi, una missione bellissima di grande importanza per la formazione dei nostri ragazzi e assolutamente fondamentale per il futuro del nostro Paese.
"Andare a scuola – ha detto papa Francesco – significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza delle sue dimensioni". Essere maestri significa, dunque, essere in grado di trasmettere non solo nozioni asettiche “ma anche "abitudini e valori" capacità di esprimersi liberamente e di essere aperti alla straordinaria bellezza del creato”. Perché la scuola, dunque, come ha sottolineato il Santo Padre, "ci educa al vero, al bene e al bello".

Per essere dei maestri cattolici nell’Italia odierna occorre essere audaci nei confronti della mentalità dominanti ed essere esigenti con sé stessi. Non bisogna chiudersi a riccio in una sorta di riserva indiana o al contrario sciogliersi nella società contemporanea come neve al sole. Occorre, al contrario, essere sale della Terra. In questo caso, sale della scuola. Occorre cioè essere curiosi, appassionati della conoscenza e delle persone, accoglienti verso tutti, aperti alla realtà e al mondo intero, sensibili alle esigenze di verità e di giustizia, affinché a nessuno sia negata l’opportunità di crescere e di offrire il suo originale contributo alla vita comune.
Ma non solo. Per essere veramente dei maestri cattolici occorre che ognuno di voi dia un significato alto e nobile alla scuola. Come quando don Milani arrivò a scrivere che la “scuola mi è sacra come un ottavo Sacramento”. Parole estremamente importanti e che vanno rilette con la dovuta attenzione e rilanciate con l’identica speranza: la scuola deve tornare ad essere un luogo così prestigioso da essere considerato addirittura sacro.

La scuola, infatti, è senza dubbio uno dei luoghi più importanti per l’identità e lo sviluppo di un Paese. Senza la scuola è difficile pensare una comunità coesa di uomini e di donne, in cui anche i più poveri possono istruirsi, crescere ed emanciparsi dalla miseria. Essa è il centro nevralgico del sapere e della cultura di un popolo che si tramanda di “generazione in generazione”. La scuola, infatti, scrive perfettamente don Milani, “siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi”.

In questo particolare momento storico – in cui da un lato la Chiesa è invitata a vivere la sinodalità, e dall’altro la scuola italiana è chiamata a riscoprire sé stessa – mi preme sottolineare due aspetti che possono fare da stimolo all’azione di ogni associazione che si richiami all’esperienza storica della Chiesa e in particolare possono aiutare la vita dell’AIMC.

Il primo aspetto è la valorizzazione dell’ispirazione cristiana che risiede alla base dell’AIMC. C’è un rischio in tutte le associazioni, non solo quelle ecclesiali: dopo un certo periodo di tempo, la vita associativa si istituzionalizza e tende a racchiudersi all’interno di rassicuranti luoghi, le cui mura sono rappresentate da norme e regolamenti, e il cui tetto è caratterizzato dalle funzioni, dalle procedure e dalle cariche elettive. Sia chiaro: non c’è nulla di negativo nell’istituzionalizzazione di un’associazione, fa parte di un normale processo di riconoscimento pubblico ed è in qualche modo naturale nel processo di sviluppo e di crescita di qualsiasi gruppo sociale.

Questo processo però contiene anche il rischio di un’eccessiva burocratizzazione che a poco, a poco, non solo scambia il mezzo per il fine, ma dimentica il motivo originario per cui ci si associa e marginalizza il carisma delle origini: in questo caso l’ispirazione cristiana dell’associazione. L’ispirazione cristiana è la roccia su cui erge la nostra e la vostra casa. Difendetelo e valorizzatelo con mitezza e tenacia. Perché senza questa roccia non c’è alcuna associazione ma solo un cumulo di leggi e di cariche senz’anima.
È fondamentale dunque riscoprire e tenere viva la fiamma di quell’ispirazione ideale che mosse Maria Badaloni e Carlo Carretto nel 1945 e tanti altri dopo di loro. Valorizzare quest’anima significa, prima di tutto, viverla autenticamente; e poi significa dare luogo ad una serie di iniziative al tempo stesso culturali e spirituali, magari in collaborazione con altre realtà ecclesiali. Tra l’altro, quest’anno, il 4 ottobre, ricorreranno trent’anni dalla morte di Carlo Carretto, una grande figura che merita di essere ricordata, studiata e meditata. Un’occasione importante per fare un serio discernimento sulla vostra missione di maestri cattolici.

Il secondo aspetto che mi preme sottolineare in questa sede è legato direttamente al magistero di Papa Francesco: ovvero la necessità di una corresponsabilità diffusa e della costruzione di un dialogo autentico tra tutti i membri dell’associazione. La corresponsabilità e il dialogo, che si oppongono ad ogni forma di verticismo, sono il prodotto autentico della Chiesa sinodale che oggi si sta esprimendo a tutti i livelli e che ha visto nel Sinodo della famiglia e nel prossimo Sinodo dei giovani degli esempi da seguire per la Chiesa Universale e tutte le associazioni ad essa ispirate.

La sinodalità – che in greco significa “andare sulla stessa strada” – è l’esatto contrario del clericalismo e prende forma nello sperimentare, concretamente, che la Chiesa è un corpo vivo, il corpo mistico di Cristo, e non un insieme di strutture burocratiche. Un corpo vivo, caratterizzato da una koinonia autentica: una comunione fraterna in cui le membra della Chiesa hanno la vocazione di essere in armonia tra di loro e condividono i doni, i carismi e i ministeri.

Ogni associazione è dunque chiamata ad essere un corpo vivo, che sperimenta una comunione autentica e una corresponsabilità diffusa. Per fare tutto ciò, non esiste una formula matematica da applicare o una strategia pastorale studiata a tavolino. Quello che serve, prima di tutto, è la conversione pastorale evocata da Papa Francesco. Che non è una legge da mettere in pratica per far contento l’autorità religiosa ma è una vera conversione del cuore, del modo di pensare e del proprio modo di agire.
Per essere veramente un’associazione che sperimenta la sinodalità – e per essere autenticamente un corpo vivo – è necessario che ognuno dei membri sia realmente in contatto con l’altro, cioè che venga costruita un fitto e autentico intreccio di relazioni umane. Per costruire questa rete di relazioni è necessario parlare. Ma parlare in verità. Anzi, come ripete spesso il Papa, parlare con parresia, «a voce alta e in ogni tempo e luogo». Non bisogna fingere con ossequi formali. Non è auspicabile l’utilizzo di parole ipocrite. Occorre parlare con carità.

In definitiva, per costruire una corresponsabilità diffusa in un corpo vivo è fondamentale che ogni persona, al di là della carica che ricopre, sia capace di dialogare. Il dialogo autentico è la chiave di tutto ed ha un valore inestimabile. Senza il dialogo c’è solo la discomunione e la divisione. Ma il dialogo è più fruttuoso di ogni litigio, perché il fine ultimo del dialogo è l’unità. E non dimentichiamo mai, come ci insegna Francesco, che “l’unita è superiore al conflitto”.

Cari amici e care amiche, abbiate il coraggio della carità e non abbiate paura di fare cose grandi. Professate la fede con la vita e non solo con le parole. E ricordate sempre le parole di un grande papa del XX secolo, Paolo VI che disse: «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Perciò, prima di ogni necessaria professionalità educativa, ogni maestro deve sempre far riferimento ad un presupposto imprescindibile: fornire al mondo la testimonianza di una vita autenticamente e realisticamente cristiana.

E proprio per questo, vorrei concludere con una grande messaggio di speranza. Cari amici, nella scuola c’è il nostro presente, in cui si trasmette il passato, per costruire il futuro. Per questo motivo, come ha detto Francesco, “non lasciamoci rubare l'amore per la scuola".

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