sabato 19 gennaio 2019
Contestati dalle associazioni alcuni punti del disegno di legge (primi firmatari Pillon-Urraro) che permette ai figli adottivi non riconosciuti alla nascita di ricostruire la propria identutà
Christian Gennari (Imago Mundi)

Christian Gennari (Imago Mundi)

Non piace ad alcune associazioni del Forum delle famiglie il ddl sul riconoscimento delle origini biologiche delle persone adottate. Perplessità arrivano anche da Anfaa, Aibi e da un’esperta come Rosa Rosnati, docente di psicologia delle adozioni alla Cattolica di Milano.

La possibilità di cercare le proprie origini naturali è principio ormai difficilmente contestabile.

Da una parte ci sono tre sentenze importanti che vanno tutte nella stessa direzione (Corte europea dei diritti dell’uomo 2012, Corte costituzionale 2013, Cassazione 2016), dall’altra la prassi ormai consolidata nella maggior parte dei tribunali italiani dove le richieste delle persone adottate vengono regolarmente accolte ed esaminate. Ma se (quasi) nessuno mette più in dubbio il diritto dei figli adottivi non riconosciuti alla nascita di risalire alle proprie origini naturali, non c’è uniformità di giudizio su alcuni passaggi del disegno di legge 922/2018 presentato dai senatori Pillon (Lega) e Urraro (M5S).

Secondo Donata Nova Micucci, presidente Anfaa, non sono sufficienti le precauzioni proposte dal testo: «Queste donne potranno essere rintracciate secondo una procedura che comporterà inevitabilmente la violazione dello stesso anonimato. Particolarmente negativa e disumana è poi – aggiunge – la disposizione in base alla quale tale accesso sarà immediato in tutti i casi in cui la donna è deceduta, privandola cosi della possibilità di scegliere se revocare o meno l’anonimato, di motivare la sua scelta e difendere la vita che si è costruita successivamente».

Giudizio negativo anche per quanto riguarda l’obbligo di ribadire la volontà dell’anonimato trascorsi 18 anni dal parto. «Ma dovrà andare a confermare la sua decisione all’Ufficiale di stato civile del proprio Comune – sottolinea l’esperta – in barba alla tutela del suo anonimato e della sua riservatezza».

Ma l’aspetto forse più problematico riguarda la proposta di abbassare da 25 a 18 anni il momento in cui un figlio adottato può presentare domanda di interpello. Un’età in cui oggi i ragazzi fluttuano ancora nei dubbi identitari dell’adolescenza e in cui c’è il rischio che la sovrapposizione tra la figura dei genitori adottivi e quella della madre naturale possa causare più danni che benefici. «A 18 anni – spiega Rosa Rosnati – i ragazzi sono ancora in piena adolescenza. Se fosse concessa già a quell’età la possibilità di risalire alle proprie origini si potrebbero aprire pagine anche molto dolorose e che forse potrebbero risultare difficilmente gestibili».

Da qui la necessità di un accompagnamento puntuale di cui però nel ddl non si trova traccia. Sulla stessa lunghezza d’onda Cristina Riccardi, Aibi (Associazione nazionale amici dei Bambini) che rappresenta all’interno del Forum il mondo dell’associazionismo impegnato sul fronte delle adozioni. «Riteniamo inoltre molto grave – riprende Donata Nova Micucci – che questo ddl estenda la possibilità di interpello a fratelli e consanguinei. Ma in tal modo, di fatto l’accesso viene 'liberalizzato' a tutti». Una scelta che a parere dell’Anfaa va considerata negativamente perché occorre tenere presente «che la segretezza del parto in anonimato prevista dal legislatore italiano non impedisce già ora la conoscibilità delle notizie sanitarie riguardanti l’adottato, purché le stesse vengano rilasciate omettendo di rivelare l’identità della donna».

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