Il Presidente invita i giovani a essere esigenti, ma l’Italia ama i giovani?
Siamo sicuri che i giovani che vogliono tentare di fare impresa, metter su famiglia, spendere energie, non sentano questa Italia come uno Stato che sovrasta i cittadini?

Giustamente il Presidente Mattarella ha rivolto il finale del suo discorso come invito ai giovani. E ha premesso che qualcuno che pensa di conoscerli li «descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati». Effettivamente, i dati a riguardo della partecipazione elettorale da parte dei più giovani e ancor più i dati della emigrazione all’estero di troppi giovani, fanno capire che qualcosa non va. Ma, ha ragione il Presidente, questi dati non descrivono la qualità dei nostri giovani, che per esempio negli sport e in attività di ricerca danno prova di essere al top nel mondo. Allora cosa c’è che non va? Il Presidente li invita a essere «esigenti», «coraggiosi» e «responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna». Ma se i dati ci parlano di una disaffezione alla politica da parte dei giovani – che pur in molti casi sono impegnati in attività di carità, o sociali o di partecipazione civile – e se troppi ragazzi se ne vanno via qualche domanda occorre farsela. E io me la faccio tenendo presente il suggerimento di un grande educatore: il vero problema dei giovani si chiama adulti. Insomma, forse ciò che frena o fa andar via i ragazzi italiani, per cui siamo già nella grave emergenza d’essere un Paese per vecchi, sono decisioni prese dagli adulti. Ad esempio sulla legge elettorale. I ragazzi di ottant’anni fa partecipavano a una vita politica che sorgeva dal basso, un impegno che da quei luoghi in cui erano impegnati (si pensi alla Fuci) arrivarono alla politica attiva attraverso scelte popolari e voti presi sul territorio, misurandosi con le esigenze delle persone. Così quei corpi sociali e associativi dove molti ragazzi si impegnavano con adulti diedero politici di prim’ordine.
Oggi abbiamo creato una società dove i ragazzi incontrano adulti quasi solo a scuola (quindi con il registro in mano) a meno che non facciano esperienza sportiva o di oratorio o di associazionismo, spesso in un contesto burocratico che rende difficili queste attività. Oppure penso agli ordini professionali che spesso allungano a dismisura l’entrata nel mondo del lavoro. Oppure una università che, come ricordava anche il prof. Cacciari recentemente, non volendo rinunciare al valore legale del titolo di studio immobilizza energie. Oppure una scuola che faticosamente cerca di diventare attenta ai talenti dei giovani e a valorizzarli. Siamo sicuri, Presidente, che i giovani che vogliono tentare di fare impresa, di metter su famiglia, di spendere energie non sentano questa Italia, a differenza di quando lei auspica, come uno «Stato che sovrasta i cittadini»?
Di recente il Ministro Abodi ha presentato un pacchetto di proposte in Consiglio dei Ministri, istituendo un coordinamento interministeriale e tra istituzioni per le politiche giovanili. È un passo importante, mi aspetto scelte coraggiose. E altri provvedimenti sono in corso. Spero incidano. Frequento molti ragazzi di varia cultura ed estrazione. Hanno dal mondo adulto l’impressione (e i dati la confermano) di non ricevere spazio per crescere, oppure di passare da uno stadio delle coccole rassicuranti a un ruvido incontro con la realtà. Vedono adulti avviliti. Vedono che altrove non è così necessario chiedere permesso e fare mille passaggi per vivere, guadagnare, tentare. Amano l’Italia, non sanno se l’Italia ama loro. La cultura di un Paese è soprattutto nel messaggio non avvilente che consegna ai più giovani. L’invito sacrosanto perché abbiano coraggio deve essere accompagnato da scelte coraggiose degli adulti che lo governano. Anche rinunciando a agi, a retorica e a rendite di posizione.
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