C'è una via chiamata pace: seguiamola, come luce nell'alba

Papa Prevost ci ha indicato nel primo giorno del 2026 come percorrere questo tempo di oscurità: come sentinelle, desiderose di spezzare il circolo infernale della violenza
January 2, 2026
La memoria della luce. Come la fisica quantistica insegna, nell’interazione con la materia, la sua onda elettromagnetica lascia una sorta di impronta. Che resta, latente. Molto prima della scoperta scientifica, i popoli dell’estremo Nord, immersi nella grande notte polare, erano in grado di intuirne la presenza. Miti e canti insegnavano a scorgerla nella profondità dell’inverno artico. Altrimenti ne sarebbero stati risucchiati. La saggezza ancestrale svela una consapevolezza che abita l’umanità nelle differenti latitudini, culture, tradizioni: la memoria della luce è cruciale per trovare nelle tenebre la via dell’alba.
Una via chiamata pace, al contempo, meta, direzione e cammino. Nel primo giorno del 2026 – in cui, come ogni anno, la Chiesa celebra la pace –, papa Leone ci offre la torcia indispensabile per percorrerla come sentinelle in questo tempo di oscurità. Le sue parole accendono fiammelle per non dimenticare il giorno. Poiché, quando questo accade, si cede «a una rappresentazione del mondo parziale e distorta – scrive il Pontefice –, nel segno delle tenebre e della paura».
Il realismo della luce è l’antidoto alla narrativa dell’ombra perenne in cui ogni rumore diventa pericolo, ogni sussurro frastuono e ogni altro nemico. Un labirinto privo di uscita, in cui la guerra – o “difesa preventiva”, come spesso viene ridefinita – sembra l’unica chance di sopravvivenza, la brutalità l’essenza di ogni relazione, il muro uno scudo protettivo. Ma è un inganno. Una falsa profezia che si autoavvera solo finché gli esseri umani credono di non avere alternative. Quest’ultime, però, ci sono, come ci confermano i nomi e le storie di chi le intraprende, le immagina, le costruisce, spesso le inventa. I loro bagliori non sono solo, per parafrasare Hannah Arendt, la misura del buio della nostra epoca bensì la rilevazione – per chi sa guardare – che la luce non è scomparsa.
«Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile – sottolinea papa Prevost e confermano quanti, per professione, raccontano gli angoli meno illuminati del pianeta -, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace». Una “pace disarmata” perché è “scandaloso” cercare di imporla con la forza dissuasiva della potenza tanto da considerare «una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra». Non è, però, sufficiente. La nonviolenza autentica non si limita – anche se già è tanto - al rifiuto di contrapporre spada a spada. La pace disarmata a cui ci esorta Leone è, insieme, “disarmante”: con la rinuncia a infliggere una ferita uguale e contraria, contribuisce a spezzare il circolo infernale della violenza. Liberando i cittadini dalla prigione dell’impotenza in cui la retorica della guerra inevitabile li rinchiude. E aprendo spiragli nelle barriere apparentemente impenetrabili. È la scelta di Gesù, dalla nascita a Betlemme al Calvario di Gerusalemme. Ed è la scelta a cui sono chiamati i suoi discepoli di fronte a quanti cercano di trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedicono il nazionalismo e giustificano religiosamente la lotta armata. Uno sforzo da realizzare, nel quotidiano, tessendo alleanze buone con i credenti in altre religioni e tutte le donne e gli uomini di buona volontà, motivando e sostenendo «ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga la viva la speranza».
Già la speranza: parola spesso abusata, addomesticata, ridotta a ottimismo ottuso di fronte alle brutture del reale. Al contrario, come dice il filosofo Josef Pieper, è la virtù appropriata di chi vive fino in fondo il divario tra il bene invocato e il male dominante. È stata una provocazione profetica, dunque, quella di papa Francesco di indire un Giubileo della Speranza in un momento di disperazione collettiva per il moltiplicarsi dei conflitti, l’acuirsi delle diseguaglianze, i passi indietro in termini di diritti e di libertà. La stessa profezia di Leone che ne fa il motore dell’azione individuale e collettiva. Della Storia forgiata dalla perseveranza dei popoli e dei loro tanti senza nome mentre i diktat dei leader s’illudono di costruirla a proprio piacimento.
Una speranza fondata sulla memoria dell’alba. Sulla certezza del suo ritorno. Sulla sua presenza impercettibile e costante nel ventre della notte.

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