Kasper: il magistero di Ratzinger
patrimonio per i credenti d’oggi

A tre anni dalla morte di Benedetto XVI, parla il presidente emerito del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani: «Ci conoscevamo dal 1963. E spesso ci siamo confrontati serenamente sui nostri modi differenti di “fare” teologia»
January 1, 2026
Papa Benedetto XVI e il cardinale Walter Kasper in occasione degli auguri di Natale alla Curia Romana. L’incontro avvenne il 21 dicembre del 2012 nella Sala Clementina
Papa Benedetto XVI e il cardinale Walter Kasper in occasione degli auguri di Natale alla Curia Romana. L’incontro avvenne il 21 dicembre del 2012 nella Sala Clementina / SICILIANI
Un Joseph Ratzinger visto da “vicino” e conosciuto nelle vesti di affermato collega professore di teologia in Germania, vescovo, cardinale e Papa. E da lui sempre definito, anche da Pontefice emerito, come un uomo «libero, mite, integro, gioioso e di grande profondità spirituale».
A tre anni dalla morte di Benedetto XVI – che ricorre proprio oggi – il cardinale Walter Kasper descrive così la sua frequentazione, incominciata proprio negli anni del Concilio Vaticano II con il collega professore, divenuto per otto anni, dal 2005 al 2013, il 265° Successore di Pietro. «Tra noi non è mai nata un’intima amicizia, fatta di viaggi, passeggiate assieme, come quella che ho intrattenuto, per esempio, con il cardinale e, teologo anche lui, Karl Lehmann. Ratzinger, uomo dai tratti gentili e signorili, ha mantenuto sempre uno stile più riservato tipico del suo carattere – sottolinea il porporato – ma ci siamo sempre rispettati e stimati come professori. Non a caso ci siamo scambiati delle dediche firmate sui più importanti saggi teologici scritti, da entrambi, nel corso delle nostre lunghe esistenze».
Classe 1933, discepolo diretto di Karl Rahner, il porporato tedesco, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ci riceve nel suo appartamento, a due passi dalla Porta di Sant’Anna in Vaticano, in un palazzo collocato in piazza della Città Leonina: si tratta dello stesso edificio dove Ratzinger ha vissuto da cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio per ben 23 anni (1982-2005) prima della sua elezione a Vescovo di Roma.
«Per narrare dei miei incontri con lui devo ritornare – è il racconto – con la mente a due terzi della mia vita. Le nostre strade hanno continuato a incrociarsi. Ci siamo conosciuti nel 1963, quindi più di sessant’anni fa, durante un convegno presso l’accademia diocesana a Stoccarda. All’epoca era già un astro nascente nel cielo della teologia e tenne, cosa a cui ci siamo abituati in seguito, una conferenza brillante sulla dottrina eucaristica. Io ero uno sconosciuto, di sei anni più giovane, che si preparava per l’abilitazione all’Università di Tubinga. La grandezza del “Ratzinger professore” mi fu evidente da subito sin dalla lezione che ha segnato l’inizio della sua docenza a Bonn, in cui è stato determinante, per lui, il tema della fede e della ragione».
Eminenza, pochi sanno che lei fu una delle ultime persone a ricevere nel 2022, venti giorni prima della morte di Benedetto XVI, una lettera. Ci può dire qualcosa a questo proposito?
«Il Papa emerito mi scrisse prima di Natale del 2022 una lettera gentile, dalla quale traspariva la comune preoccupazione dinanzi alle crisi nella Chiesa. In questa missiva emergeva ancora una volta la tensione in cui si muove ogni retta teologia, ovvero la fedeltà all’origine apostolica vincolante e l’attenzione per le nuove questioni del presente. In quel testo mi incoraggiava soprattutto a continuare nello spirito della Scuola teologica di Tubinga».
Molti osservatori dei vostri dibattiti pubblici hanno sempre percepito lei come l’alter ego teologico di Joseph Ratzinger. È proprio così?
«Non c’è dubbio che papa Benedetto XVI sia stato un importante teologo, e non solo con la mente, ma anche con il cuore. Le differenze risiedevano nella percezione più positiva o più critica della situazione ecclesiale nelle relative sottolineature. Inoltre, Ratzinger proveniva più dalla teologia patristica, da sant’Agostino, dal suo amato san Bonaventura. Io provenivo dalla teologia moderna. Ero più interessato alla teologia di san Tommaso d’Aquino. Questo ha causato delle incomprensioni – alcune delle quali sono state alimentate da parti terze (non romane, ma piuttosto tedesche) - ma che potevano sempre essere superate dopo una discussione rispettosa».
Il Concilio a cui Ratzinger partecipò come perito del cardinale Frings rappresentò uno spartiacque della sua vita. Fu veramente così?
«Ratzinger è stato uno teologo molto ascoltato durante il Vaticano II e ha collaborato con Karl Rahner agli schemi preparatori sulle fonti della Rivelazione. Visse il Concilio con le attese e gli entusiasmi tipici di un giovane teologo “progressista” di 35 anni. Memorabili furono le sue osservazioni critiche e molto acute come teologo di fiducia del cardinale di Colonia Joseph Frings, per esempio alla famosa Nota Praevia, voluta da Paolo VI, sulla Costituzione dogmatica Lumen Gentium. Ha accettato integralmente tutto il magistero del Vaticano II ma ha sempre tenuto in grande considerazione il rapporto tra Tradizione e Scrittura. Sarebbe un errore pensare a un suo ripensamento sul magistero Vaticano II. Come Henri de Lubac – con cui nel 1972 ha fondato la rivista Communio – ha vissuto la stessa amarezza per le derive e le storture pastorali e in un certo senso sociologiche per come è stato vissuto e interpretato il magistero del Vaticano II negli anni del post-Concilio. Non è un caso che il suo memorabile discorso alla Curia Romana, pochi mesi dopo la sua elezione a Pontefice, nel dicembre del 2005, ha voluto ribadire il suo vero pensiero sull’evento Vaticano II».
Il 1968 rappresenta un'altra data chiave nella vita di Ratzinger per la pubblicazione del suo longseller Introduzione al cristianesimo. Un testo da lei molto studiato e recensito. Ha qualche ricordo in particolare?
«Si tratta del suo capolavoro teologico. È un saggio molto accademico dove forse manca di quella praxis aristotelica e di concretezza pastorale che ha sempre contraddistinto il suo carattere. In un certo senso alcuni commenti di Ratzinger, a partire da questo saggio, hanno dato l’impressione che la visione aperta, disponibile e speranzosa di cui erano entusiasti i suoi studenti a Bonn, Münster e Tubinga, avesse talvolta ceduto il passo a un’immagine più cupa a causa dell’esperienze negative del 1968».
L’allora cardinale Ratzinger l’antico “guardiano della fede” come trattava i colleghi teologi visti con “sospetto”?
«Chiunque lo abbia incontrato anche una sola volta e abbia seriamente parlato con lui, sa che era tutt’altro che una persona eternamente legata al passato e tantomeno il Panzerkardinal, come talvolta lo si è cercato di caricaturizzare. Proprio pensando a illustri pensatori e padri nobili della teologia della liberazione come l’ex francescano Leonard Boff o il domenicano peruviano Gustavo Gutiérrez o ancora il suo ex collega dei tempi di Tubinga Hans Küng, ricordo il confronto libero e sereno intrattenuto con loro. Ratzinger era un uomo molto attento alle storie delle persone e ai loro vissuti anche di “semplici” sacerdoti. Posso testimoniare che abbiamo discusso in privato molto liberamente sulla famosa Dichiarazione Dominus Iesus, pubblicata nel 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della fede, della quale Ratzinger era prefetto sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Mi ricordo che accennai – io ero a quel tempo segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani – all’allora cardinale bavarese quanto questo documento fosse stato “divisivo” e fosse percepito con sofferenza dai protestanti. In quel frangente ribadii che era giusto, a mio giudizio considerare queste Confessioni cristiane come “Chiese di diverso tipo”».
Un altro filo rosso a legarvi è stata la comune passione per lo studio di Romano Guardini. Penso in particolare al saggio del 1937 “Il Signore”. Vi unisce inoltre l’ammirazione per la figura di san John Henry Newman.
«Entrambi siamo stati affascinati dalla figura del cardinale Newman per l’importanza che ha dato al primato della coscienza e allo studio molto sistematico sullo “sviluppo dei dogmi”. Credo che Benedetto XVI avrebbe gioito con noi oggi per la decisione del suo successore Leone XIV di proclamarlo Dottore della Chiesa in questo 2025».
Che ricordo conserva di Benedetto XIV come Pontefice?
«Il fatto che un ex collega diventi Papa è un’esperienza particolare, che probabilmente è molto rara. Per me è stato chiaro sin dal primo istante: adesso serve lealtà. Ancora nella Cappella Sistina, il neoeletto papa Benedetto mi disse: “Ora percorreremo insieme il cammino dell’unità”. Così è stato, e la collaborazione ha funzionato al meglio. Tra i momenti più difficili del suo pontificato vi è stata la gestione dell’infelice remissione della scomunica del lefebvriano e negazionista dell’Olocausto Williamson. L’errore non era dovuto al Papa, ma nasceva da un disastro nella comunicazione della Curia romana. Non sono rimasto stupito della sua scelta di rinunciare nel 2013 al Ministero petrino. Giorni prima, incontrandolo privatamente, vedevo che faceva fatica a camminare e la sua voce si era fatta più flebile del solito. La sua scelta mi ha trovato interiormente “preparato”».
E del Ratzinger privato e uomo di studio che istantanee custodisce?
«Nelle nostre conversazioni mi ha sempre impressionato che tra una questione pratica di governo della Chiesa o di poter discutere liberamente di teologia: optasse sempre per la seconda. Era un uomo portato a vivere di grandi speculazioni sulle questioni del suo tempo. Un pensatore molto “plurale”. Non amava le questioni pratiche e la pastorale concreta, tipica dei parroci. Non usava il computer e, se poteva, scriveva tutto a mano. Negli anni in cui siamo stati colleghi di università possedeva un’auto. Ma mi diceva candidamente: “Sono ontologicamente inadeguato a guidarla”. E così è stato. Credo che papa Benedetto sia stato anche questo: semplice e mite. Un uomo di profonda cultura le cui catechesi e omelie sono ancora un patrimonio per i credenti di oggi. E non solo».

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