domenica 9 febbraio 2020
Padre fermato per una notte dalla polizia di Atene, voleva portare un regalo alla figlia di 4 anni. La moglie greca, rientrata in patria, non ha più fatto ritorno. Per i giudici va bene così
Dal film "Padri e figlie" di Gabriele Muccino (2015)

Dal film "Padri e figlie" di Gabriele Muccino (2015)

COMMENTA E CONDIVIDI

Come è possibile che una donna residente in Italia, regolarmente sposata con un italiano, decida di trattenere arbitrariamente all’estero una figlia di pochi anni senza il consenso del padre e non venga condannata per sottrazione internazionale di minore? Come è possibile che quel padre, a cui viene impedito di vedere la figlia, sia però costretto da anni a pagare un pesante assegno di mantenimento, superiore allo stipendio medio del Paese estero dove la figlia è trattenuta? E, ancora, come è possibile che l’ex moglie decida di denunciare l’uomo perché lui, ormai in gravi ristrettezze, le versa una quota leggermente inferiore rispetto a quanto stabilito dal giudice (400 euro invece di 550) e che per questo il poveretto sia stato fermato per una notte dalla polizia dello Stato estero dove si era recato per consegnare un regalo alla figlia nel giorno del suo compleanno?

Sono le tante domande che s’affollano attorno alla vicenda di Emilio Vincioni, bancario di Sassoferrato, provincia di Ancona, che ogni tre mesi fa un viaggio ad Atene. Non per turismo, ma per amore verso la figlia di 4 anni. Qualche volta riesce a vederla e a trascorrere con lei qualche minuto in un parco della capitale greca. Altre volte la madre della piccola trova il modo per impedirglielo. È successo anche la scorsa settimana, quando addirittura lei ha fatto intervenire la polizia. L’uomo è stato fermato dagli agenti direttamente sull’aereo appena atterrato, trattenuto per tutta la notte in tre commissariati diversi – alla faccia di tutti gli accordi internazionali – senza che potesse comprendere di quale reato fosse accusato. Infine processato per direttissima. Poi l’udienza è saltata perché l’ex moglie all’ultimo momento ha deciso di non presentarsi. Dopo tre giorni è riuscito a tornare in Italia, ma ora dovrà di nuovo partire per la Grecia. La nuova udienza è stata fissata giovedì prossimo.

Una vicenda paradossale dove alla sofferenza per la separazione, ai guai giudiziari amplificati dal fatto di risiedere in un altro Paese, si somma l’indifferenza della nostra giustizia che, ancora una volta, mostra la volontà di non tutelare i figli di genitori italiani illegalmente trattenuti all’estero. Quanti sono? Ufficialmente circa 300 l’anno, ma il numero andrebbe moltiplicato per dieci (vedi box). Tanto è vero che il caso di Vincioni non figura in questa statistica. Ecco perché.

Quattro anni fa l’ex moglie, d’accordo con il marito, aveva deciso di partorire in Grecia. E non ha più fatto ritorno in Italia. Tra loro nessun contrasto. Nessuna denuncia di maltrattamenti o di abusi. Tutto sembrava filare a meraviglia. Poi è scattato qualcosa che il bancario di Sassoferrato non riesce ancora a mettere a fuoco. Ma quando, dopo sei mesi di inutili appelli alla moglie – era il luglio 2016 – si è rivolto al tribunale di Ancona, competente per territorio, per chiedere il rimpatrio della figlia, si è sentito rispondere: «La residenza prevalente della bambina è la Grecia, deve rassegnarsi». Inutili le repliche dei suoi legali: «Ma come? Sono regolarmente sposati, regolarmente residenti in Italia. Lui ha dato il via libera al parto in Grecia, non al trasferimento definitivo della residenza all’estero».

Nulla da fare. Una presa di posizione che ha poi influenzato anche il giudice greco e la Corte europea, che di fatto ha ammesso come nella Convenzione dell’Aja del 1980 – l’accordo che regola la sottrazione internazionale di minori – non si definisca in modo chiaro il problema della «residenza abituale». E, in un caso così controverso, valgono altre considerazioni. Per la figlia di Emilio Vincioni si può parlare di «trasferimento illecito in uno Stato straniero»? Evidentemente no, perché i genitori erano d’accordo sul fatto che la mamma andasse a partorire in Grecia. E quando il padre si è rivolto alla magistratura per chiedere il rimpatrio, la piccola non risiedeva già da alcuni mesi fuori dall’Italia? Quindi, conclude la Corte di Giustizia europea, il fatto che il padre esprima il suo dissenso sul fatto che la figlia risieda in uno Stato straniero, non conta nulla. La bambina è accudita amorevolmente dalla madre e dalla famiglia di lei? Ecco, basta e avanza per soddisfare la formuletta magica del «superiore interesse del minore».

Ma Vincioni naturalmente non ci sta: «Continuerò ad oppormi a questa ingiustizia. Ora sto percorrendo la strada della denuncia penale. Vedremo i risultati». Anche perché l’uomo versa da anni un pesante assegno di mantenimento, 550 euro mensili. Già rilevante per l’Italia, assurdo per la Grecia dove la media degli stipendi è decisamente più bassa. E se il giudice, per quanto riguarda i mancati versamenti tra genitori separati residenti in Italia, è solitamente comprensivo, quando si tratta di assegni verso l’estero appare inflessibile. Quella quota in Grecia deve sempre e comunque arrivare. Se passasse questa interpretazione giuridica, si potrà pretendere d’ora in poi che il genitore italiano, beffato con varie modalità dal partner straniero e a cui viene impedito di stare con un figlio piccolo, si vedrebbe costretto però sempre e comunque a pagare un assegno cospicuo anche in uno Stato straniero. Il precedente, come si comprende facilmente, è pericolosissimo.

E non è tutto: per mesi a Vincioni è stato impedito il rinnovo del passaporto in quanto l’ex moglie non concedeva il suo via libera. Una legge assurda, che non esiste in nessun altro Stato europeo. La Farnesina? «Segue il caso con attenzione», ma non ha mai fatto nulla né per assistere questo padre sfortunato, né per sostenerne le ragioni. Anzi, in occasione della sentenza della Corte europea, il rappresentante italiano si è schierato contro le sue richieste. «L’unico giudice che ha mi appoggiato è stato quello inglese». Dove evidentemente i genitori a cui viene sottratto un figlio e portato all’estero sono tutelati.

Ma è questo punto ci si chiede? Quanti sono i minori coinvolti in episodi di sottrazione internazionale a causa soprattutto, ma non solo, di separazioni conflittuali tra i genitori? Tra i 250 e i 300 ogni anno, dicono le statistiche del ministero della Giustizia. Ma si tratta di dati che, come al solito, sono parziali. L’Autorità centrale del Ministero conteggia solo i casi di cui viene direttamente a conoscenza e che riguardano le richieste di rimpatrio. Se un genitore segnala un caso di sottrazione con una denuncia penale a carico del partner – e quasi sempre avviene così – è molto frequente che l’episodio sfugga all’Autorità centrale per difetti di comunicazione con le varie procure. Così come non sono compresi nel conteggio tutti quei casi in cui il Tribunale straniero decida che la richiesta dall’Italia non ha i requisiti per essere accolta (dalla Germania quasi il 100% delle richieste).

Quindi, a parere degli esperti che si occupano di questi temi, il numero ufficiale dei minori sottratti dev’essere moltiplicato almeno per dieci. Senza considerare che la Convenzione dell’Aia prescrive che ogni caso dev’essere risolto entro sei mesi. Un limite improponibile per i tempi dei nostri tribunali. E si tratta di un altro tassello dell’inadeguatezza del sistema italiano di protezione dei minori.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI