giovedì 17 maggio 2018
Il presidente del Consiglio sarà annunciato prima dei gazebo. Le ipotesi
Matteo Salvini, Lega, e Luigi Di Maio, M5s (Ansa)

Matteo Salvini, Lega, e Luigi Di Maio, M5s (Ansa)

L’ordine ai militanti è partito: «Domenica tutti in piazza». A presentare il contratto, cui sarà già associato il nome del potenziale premier. Una questione di «trasparenza», concordano nell’ultimo vertice serale, durato tre ore, Di Maio e Salvini. Per sottoporre ai militanti il «pacchetto completo». Già, ma quale premier? Ieri è stata la giornata dei nomi in libertà. Tutti «bruciati», secondo Di Maio. Il giurista Conte. L’economista Cottarelli. I pentastellati Fraccaro, Bonafede, Carelli. Il leghista Giorgetti. Tutti, forse, nell’unico calderone dell’ammuina che precede la trattativa «a oltranza» iniziata ieri pomeriggio.

«Sono pronto a fare un passo di lato se serve a far partire il governo», è l’affermazione lasciata ieri alle agenzie sul tema da Luigi Di Maio. Identica a quella pronunciata da Matteo Salvini nella sua diretta Facebook giornaliera, in cui però aggiunge di volere per la Lega Viminale e Agricoltura e Giorgetti sottosegretario. Un punto di compromesso che riporterebbe alla casella di partenza, al premier «terzo». Non un tecnico, ma un «politico». Non nel senso che debba essere per forza tesserato o militante o parlamentare, specifica Di Maio, ma nel senso di una personalità «scelta da due forze politiche e che quindi ha un mandato politico, una sensibilità politica». E la stessa identica logica varrebbe per il ministro del Tesoro e degli Esteri. Ma considerando che tutti i tecnici d’area di M5s e Lega sono stati scartati, l’unico nome che resterebbe in pista in questo scenario è quello di Carlo Cottarelli, che però ieri è tornato ad essere duro verso i due leader.

Un altro depistaggio quello di Di Maio e Salvini? La verità è che la situazione è davvero ingarbugliata. «Io vorrei che noi fossimo dentro, anche per misurarci», spiega il leader M5s. Gli piacerebbe, insomma, stare nella squadra di governo insieme al segretario della Lega. Ma Salvini sembra resistere, sembra mandare avanti i suoi e voler tenere per sé il ruolo di 'grillo parlante' fuori da Palazzo Chigi. Non proprio il massimo, per Di Maio. In fondo M5s non ha mai abbandonato l’ipotesi-madre: Di Maio premier, Salvini vice e ministro dell’Interno, Giorgetti e Spadafora sottosegretari plenipotenziari a Palazzo Chigi.

Ma il segretario della Lega frena. Dall’esterno delle salette in cui si vede «a oltranza» con Di Maio arrivano le affermazioni bellicose di Berlusconi e Meloni. I due annunciano opposizione «durissima» se il premier sarà un «grillino». Certo Salvini non può imporre Giorgetti, nome che pure resta in corsa con logica ribaltata (il premier al Carroccio, i dicasteri pesanti a 5s), ma il «tecnico politico» gli renderebbe più facile la vita con il centrodestra. Il leader della Lega sostiene la sua tesi spiegando che solo così potrebbe garantirsi alle Camere e specie al Senato, dove i numeri sono striminziti, il soccorso di Fi e Fdi.

Poi, è chiaro, intorno al premier «terzo» si possono costruire varie formule politiche. Di Maio e Salvini vicepremier se fosse una figura molto tecnica. Di Maio e Salvini ministri al Lavoro (o al Reddito di cittadinanza) e all’Interno se si trattasse di un 'moderato' 5s alla Carelli. Se invece entrambi restassero fuori dall’esecutivo, ipotesi che ieri pure è balenata, allora vorrebbe dire che il «premier terzo» partirebbe con la data di scadenza.

Un vero rompicapo, quindi. Premier terzo. Di Maio premier con Salvini al suo fianco. Un 5s al timone con Salvini al Viminale. Entrambi fuori. Oppure la «staffetta», una turnazione tra i due leader. Partirebbe il capo 5s per sei mesi, poi un anno il segretario del Carroccio, poi un anno Di Maio. Scambi corti per evitare che uno dei due si 'affezioni' troppi alla poltrona. Ma in Transatlantico, già mentre se ne discorre, ci si rende conto della difficile praticabilità.

Nel mondo della realtà, quindi, o Di Maio riesce a fare accettare se stesso o un 5s premier da Salvini o individuano una figura di mediazione e la convincono ad attuare il loro programma. Oppure, tra 48 ore, si va davanti alle telecamere insieme e si dice «ce l’abbiamo messa tutta ma non ci siamo riusciti». Perciò sono rimasti quei 5-6 punti in rosso nel contratto. Per poter dire, alla peggio, che la rottura è arrivata sul deficit o sui migranti. Non per colpa dell’uno o dell’altro, ma perché «abbiamo riscontrato elementi inconciliabili e dobbiamo essere seri con gli italiani». Il tutto entro venerdì pomeriggio, in tempo per montare i gazebo o riportarli nei garage.

Certo ieri, per la prima volta, i due hanno mostrato toni positivi concordi. Anche sulla scia dei segnali dai mercati, ai quali entrambi hanno attribuito il carattere della sfida a cui rispondere con «coraggio» e «cambiamento». Ma la difficoltà dell’impresa potrebbe anche spingerli a ripescare una soluzione più soft: un governo di pochi mesi solo per l’Iva. Un piccolo segnale ieri nelle commissioni speciali che hanno dato il mandato ai relatori (il leghista Bagnai al Senato, la 5s Castelli alla Camera) per illustrare la risoluzione al Documento di economia e finanza. La maggioranza giallo-verde regge e nel documento promette l’annullamento delle clausole Iva e interventi su occupazione e famiglia. Un programma minimo per un «esecutivo di servizio». Al Senato il Pd ha votato sì, alla Camera si è astenuto. L’opposizione più dura per ora la fa Forza Italia.

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