L'intervento. Tutelare gli effetti economici e giuridici


Giuseppe De Mita domenica 17 gennaio 2016
​​Il deputato e vicesegretario nazionale Udc: no a irruzioni sul piano della genitorialità, i figli hanno bisogno di padre e madre.
Caro direttore, a stare ai titoli dei giornali, sembra che la questione «unioni civili», in particolare quelle tra omosessuali, sia la riedizione dello scontro tra bigottismo cattolico e progressismo laico. E molto della discussione ruota intorno alla sovrapposizione, e ai conseguenti rischi, tra il matrimonio e queste unioni. Si potrebbe dire tanto sulle imprecisioni delle culture contemporanee nel riflettere sulle conseguenze dell’ampliamento della sfera delle libertà e dei diritti delle persone ed il non sempre adeguato bilanciamento sul piano delle responsabilità e dei doveri sociali, ma al momento vale fermarsi sulla questione specifica. E recuperare proprio nelle radici della cultura del cattolicesimo popolare, per inciso cultura politica profondamente laica, una chiave di lettura in positivo, che può condurre verso un’ipotesi di soluzione costituzionalmente orientata. 
 
Per il cattolicesimo popolare al centro del sistema giuridico-istituzionale vi è la promozione della dignità della persona umana e delle condizioni per la sua piena realizzazione. Di qui il progressivo accoglimento dell’idea che di un riconoscimento normativo delle unioni nelle quali le persone dello stesso sesso possono trovare piena realizzazione di sé. Con tutti gli effetti giuridici che ne conseguono, anche sul piano del riconoscimento dei diritti in materia di pensioni di reversibilità. È del tutto evidente che unioni siffatte escludono la genitorialità naturale. Questa circostanza segna un punto di fatto distintivo e non aggirabile con leggerezza. Infatti, se si volesse ipotizzare una qualunque forma, esplicita o implicita, di ricorso all’adozione per garantire un’estensione del 'diritto' all’unione tra omosessuali fino a ricomprendere quello ulteriore della genitorialità, la prospettiva della promozione della dignità e del rispetto della persona umana imporrebbe di introdurre il punto di vista del bambino.
 
E questo punto di vista, quello cioè di un soggetto oggettivamente debole nella costruzione di relazioni complesse con pluralità di piani, implica una serie di dubbi ai quali non mi pare ci si sia nemmeno sforzati di dare una risposta articolata. Non può esserci una libertà prevaricatrice che non consideri il limite nella corrispondente libertà di un’altra persona. Perciò il punto più avanzato di mediazione o di equilibrio sta in una disciplina delle unioni tra persone dello stesso sesso per le conseguenze giuridiche ed economiche che ne risultano. La famiglia, luogo della generazione dei figli, così è come definita dall’art.29 della Costituzione è estranea a questa vicenda. E non ci sarebbe esigenza di tracciarne il profilo distintivo, quasi a difenderne la funzione, se ciò non fosse forzatamente sollecitato da una tentazione all’assimilazione che appare più una mancanza di attenzione alla realtà che una reale espressione di progressismo. Disciplina delle unioni tra persone dello stesso sesso e non irruzione sul piano della genitorialità che vede sempre attori e protagonisti, coi figli, una donna e un uomo, una madre e un padre: il bagaglio di conoscenze giuridiche, delle scienze umane e della psicologia ci consente di arrivare fin qui. E mi pare un punto davvero avanzato.
 
*Deputato e vicesegretario nazionale Udc
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