giovedì 17 maggio 2018
La riflessione di Poretti: le barzellette, come le notizie, servono a dire meglio la verità. «Ci buttiamo famelici sui nostri smartphone perché speriamo nella notizia delle notizie...»
Giacomo Poretti, ieri nella sede di Avvenire in occasione della presentazione del libro "Voci del verbo Avvenire" per i 50 anni del quotidiano (Fotogramma)

Giacomo Poretti, ieri nella sede di Avvenire in occasione della presentazione del libro "Voci del verbo Avvenire" per i 50 anni del quotidiano (Fotogramma)

Cari amici di Avvenire, ma chi ve lo fa fare? A fare quel giornale lì con la testata azzurro cielo? A cercare di tenere insieme la giustizia con la verità, l’annuncio del bene con la modernità, la cultura con la religione? Ma io che sono ignorante e ingenuo vorrei chiedere a voi: da dove vengono le notizie? Non quelle vere, alle quali nessuno sembra interessato, ma quelle apparecchiate tutti i giorni sulla mensa dei nostri media? E le notizie, senza la loro levatrice, il giornalista, verrebbero al mondo lo stesso? E ancora, la notizia è una merce? Proprio come un paio di scarpe, un’auto o un cellulare?

Come nascono le notizie? Hanno anch'esse bisogno di mamma e papà, oppure le portano le cicogne? Le notizie hanno un albero genealogico? Sono riconducibili a qualcuno o sono come le barzellette: tutti le apprezzano ma nessuno sa chi è l’inventore. È strano come fenomeno quello delle barzellette se ci pensate, l’inventore potrebbe anche farci dei soldi, eppure le barzellette non hanno la firma, ci sono i grandi interpreti delle barzellette ma non conosciamo gli autori... Curiosamente le barzellette e le notizie sembrano possedere la stesso mistero sulla loro genesi che al momento attuale non ci è dato di svelare, ci dobbiamo accontentare di una ipotesi apparentemente poco scientifica e molto suggestiva: le barzellette e le notizie, proprio come i bambini nascono sotto i cavoli. Le barzellette, in ogni caso, hanno una genesi ancor più misteriosa delle notizie. A volte dicono più verità delle notizie. Anzi, le barzellette aiutano a comprendere i fatti, a volte esasperano la realtà, perché come tutte le cose della comicità anche le barzellette smascherano l’interpretazione ufficiale dei fatti e sono irriverenti con i potenti e con la verità scritta da vincitori.

Preliminarmente dovremo dire che le notizie, oltre a non sapere da dove vengano, non stiano tanto bene, non godano di ottima salute. Fino a qualche tempo, mentre noi dormivamo, esse, le notizie, venivano raccolte nei campi, qualche abile contadino le selezionava le ripuliva dalla terra e infine le incartava dentro alla carta di giornale pronte per essere vendute nelle edicole. Ma quella era l’epoca che tutto si leggeva sulla carta, notizie, storie, erano veicolate dai giornali, dai libri.

Siamo l’epoca della brevità, della semplificazione, non c’è più spazio per gli approfondimenti, per gli editoriali, bisogna essere concisi. Solo che il rischio è questo: sentite questa notizia: «Francesco Alborghetti si alzò dal letto andò in bagno prese il rasoio e nel tentativo di radersi si tagliò sotto la gola, la moglie entrando vide il sangue e urlando inciampò nel gatto che dormiva placido dentro al bidet. Il marito disse: "Zitta stupida, ché svegli i bambini, non è niente, prendi il Citrosil che l’acqua ossigenata è finita". Dal frastuono il gatto fuggì terrorizzato, i bimbi si svegliarono festosi e si leggeva sui loro volti che morivano dalla voglia di fare colazione assieme alla mamma e papà».

Il direttore dice: «Non c’è spazio manda duecento battute». «Un tweet?» «Vai con un tweet». Eccolo: «Francesco Alborghetti andò in bagno prese il rasoio e tagliò sotto la gola la moglie urlando zitta stupida è finita. Il gatto fuggì terrorizzato i bimbi morivano assieme alla mamma».

Altro pericolo è che rischiamo di sostituire il giornalista con l’algoritmo. Voi lo sapete come funziona il giochetto vero? Le notizie sanno che, se vorranno essere ancora attraenti, dovranno essere convincenti come Amazon; tra un po’ ci sarà il giornale personalizzato: un algoritmo stabilirà le notizie da farti leggere il mattino: se tu leggi due notizie di sport, l’algoritmo continuerà a proporti argomenti di sport, se per caso un giorno l’occhio ti cade su un articolo che parla di prostatite, l’algoritmo di fracasserà le balle, che già non stanno tanto bene, con urologi, antibiotici e tisane decongestionanti. Non leggere mai un necrologio altrimenti l’algoritmo penserà che sei attratto dalla morte e quindi di invierà foto di bare, funerali e sepolture: perché l’algoritmo sarà anche figo, però sostanzialmente è un deficiente. Ogni accadimento, tragico, tragicomico o insignificante ha la sua sponsorizzazione, e ogni acquisto consigliato ci ricorda che nulla vale più delle nostre compere, del nostro mondo patinato di benessere, della nostra economia. Dopo questo uragano di emozioni in così pochi istanti: il senso di colpa per la morbosità, l’eccitazione inquieta per lo spettacolo della morte in diretta, il conforto che sia morto un altro e non io, sospetto che non ci sia più la possibilità di esercitare lo spirito critico nei confronti del maggiordomo che introduce la notizia. Vi viene addirittura il sospetto che il maggiordomo ci insinui un altro pensiero inquieto: che il mondo reale è quello che ci turba, noi invece abbiamo tanto bisogno di essere rassicurati dal nostro piatto di pasta, profumati dentro una bella auto. Mi chiedo se valga la pena di soffermarsi seriamente a meditare su quel lamento qualunquista che sentiamo dire tutte le volte che accade qualche cosa di tremendo e non sappiamo spiegarci “Il mondo sta impazzendo”.

Scusate faccio un’altra domanda: perché stiamo trasferendo tutto sui telefoni e devices? Notizie, informazioni, enciclopedie, tutorial, prenotazioni, acquisti, previsioni e messaggi, mail, Whatsapp? Da dove viene tutta sta voglia di essere sempre collegati, informati, aggiornati? Ma perché abbiamo questa smania di guardare sempre il nostro telefono? Perché anche solo dopo tre minuti che se ne sta lì sul tavolo, lo riprendiamo in mano, e freneticamente andiamo a cercare su Safari, Google, Mail o Whatsapp? Cosa ci aspettiamo di leggere? Io a volte penso che tutti noi desideriamo leggere qualche cosa di strabiliante, che in realtà delle notizie del governo, dell’euro, della Ferragni, di Sgarbi, dei cagnolini, delle valanghe sostanzialmente non ci importa un granché.

Io a volte penso che nella nostra insensatissima noia, noi ci buttiamo famelici sui nostri devices , perché speriamo nella notizia delle notizie, speriamo che succeda un cataclisma tale, una bomba così fragorosa, un evento così scioccante che… A volte ho il sospetto che noi desideriamo, speriamo, che aprendo la pagina di un giornale o aprendo Whattsapp, Dio ci abbia lasciato un messaggio.

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