mercoledì 16 maggio 2018
Avvenire - Il futuro ogni giorno 1968-2018
Avvenire, cinquant'anni «a schiena dritta»

«Voci del verbo Avvenire», quelle che si coniugano al futuro pur raccontando un passato di 50 anni: tanti ne compie il nostro quotidiano, nato il 4 dicembre 1968 per volontà di Paolo VI. E il regalo se lo sono fatto proprio i giornalisti di Avvenire, capitanati dall’inviato e scrittore Alessandro Zaccuri, che hanno appunto realizzato il volume "Voci del verbo Avvenire", presentato ieri nella sede del nostro quotidiano a un folto pubblico di amici, colleghi giornalisti, direttori di testate, uomini di Chiesa, personaggi della cultura e della comunicazione. «La prima copia l’abbiamo portata il primo maggio a papa Francesco in udienza, le altre andranno in mano ai tanti abbonati insieme a una lettera che lo accompagnerà – ha spiegato il direttore, Marco Tarquinio – poi arriveranno nelle librerie e alle Feste di Avvenire, che all’inizio del mio mandato erano due, oggi sono una dozzina».

Cinquant’anni, dunque, ma senza amarcord. «Non è un libro che racconta la storia di Avvenire, come fosse un documento concluso», ha sottolineato Zaccuri, «ma riflette sui grandi temi che dall’inizio hanno caratterizzato l’impegno del giornale e ancora oggi sono presenti nel nostro sguardo, rivolto al futuro».

È nato da un padre e da una madre, il nostro Avvenire, «da quell’Italia e da quell’Avvenire d’Italia che uscivano uno a Milano e l’altro a Bologna», ha detto Tarquinio. Ed è nato irruente, «senza nemmeno un numero zero, già quotidiano d’arrembaggio». Giornali che, a differenza di tanti altri, dopo la guerra non dovettero ammainare la loro testata «perché mai erano scesi a patti con il nazifascismo» ed è questa l’eredità più bella che Avvenire vuole portarsi dietro, «la schiena dritta».

Niente di casuale nemmeno nella data di nascita in edicola, quel 4 dicembre 1968 che rappresentava il quinto anniversario dalla promulgazione dei primi due documenti del Concilio Vaticano II, l’"Inter mirifica" e la "Sacrosantum concilium", due testi cardine sui mass media e sulla comunicazione nella Chiesa.

Se il Santo Padre in udienza ci ha raccomandato di «non farvi dettare l’agenda da nessuno, tranne dagli ultimi e dai poveri», già Paolo VI (figlio di giornalista) immaginava un giornale che stesse dalla parte di chi non ha cittadinanza mediatica «e per questo ci ha voluti a Milano – ha aggiunto Tarquinio – terra di mezzo da cui si vede bene l’Italia, si vede il mondo. Mi stupisce che qualcuno oggi la veda come una trincea in cui chiudersi, dato che è una città straordinariamente aperta».

Dalla quale Avvenire, girata la boa del mezzo secolo, si avventura già verso un futuro di ulteriori innovazioni e attività legate a questo anniversario. Il libro, innanzitutto, dato alle stampe da Vita e Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica che a sua volta compie un secolo. Contestualmente l’uscita di un dvd realizzato in collaborazione con Tv2000, che propone il racconto di Avvenire attraverso le interviste al direttore e ai giornalisti. Il 25 agosto una tavola rotonda al Meeting di Rimini sul tema sempre più attuale "È davvero possibile un giornalismo di pace?". Poi, in autunno, importanti iniziative editoriali specifiche in occasione della canonizzazione di Paolo VI. L’emissione di un francobollo commemorativo, tra quelli che il ministero dello Sviluppo Economico ha dedicato alle "eccellenze del sistema produttivo". Infine il rinnovo grafico del giornale e un’edizione speciale del Premio Bonura di critica letteraria in occasione del Book City milanese...

L’ambizione per i prossimi 50 anni, ha concluso Tarquinio, è dimostrare che è ancora possibile pensare al giornale come strumento utile, che dia una visione armonica della vita e del mondo: «Il nostro lettore è esigente, anche divergente, dibatte, è vivo. Ne sa qualcosa Nando Pagnoncelli (il sondaggista era presente in sala, ndr): è un lettore che ci legge per 50 minuti, tre volte più degli altri giornali. Sa che anche in futuro scombineremo i suoi pensieri, che non lo accontenteremo in tutto. Però si fida».

Il finale è toccato a Giacomo Poretti, «irriverente e profondo, amico come sempre». Esilarante fin dall’esordio: «Con tutti gli esperti di comunicazione, per i 50 anni avete scelto un comico: Tarquinio come Mattarella dev’essere alla canna del gas». Ma a tratti commovente. Anche lui come tutti in attesa di «qualcosa di strabiliante», la notizia delle notizie, la grande speranza: in un Tweet, o magari aprendo un giornale, scoprire «che Dio ci abbia lasciato un messaggio».


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