A Milano gli artisti di Napoleone a cavallo dell’utopia
Le Gallerie d’Italia raccontano Milano e Roma a inizio Ottocento, quando le arti sono chiamate a interpretare una nuova politica. Canova, Bossi e Antolini i protagonisti

Dura un ventennio l’età napoleonica in Italia tra la sua discesa nel 1796, salutata da molti come una liberazione e che fu simile a un’invasione, e il 1814 data in cui finisce il Regno Italico. Un ventennio sufficiente a fare tabula rasa. Molto, se non tutto, cambia a livello sociale politico amministrativo e, al di là di ogni illusione restaurazionista, in modo irreversibile. Vero e proprio acceleratore della storia, quel ventennio è al centro di una mostra che lo indaga sotto il profilo estetico estetico, nella coscienza che le forme dell'arte si incaricano di portare alla luce forze storiche profonde ed estese. Non è un caso infatti che “Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo”, a cura di Fernando Mazzocca, Francesco Leone ed Elena Lissoni e in corso fino al 6 aprile nella sede Milanese delle Gallerie d’Italia, metta al centro (anche se con fuoco sbilanciato sulla seconda) due città destinate ad assumere nei secoli successivi un ruolo essenziale nella storia di un territorio che soltanto in quel momento inizia a a pensarsi come Paese. Da una parte una città come Roma che capitale artistica lo era sempre stata ma che vede un papato umiliato mentre restano intatti la capacità di proiettare su scala europea l’aura della sua storia e il valore di centro cosmopolita – valore da intendersi anche in senso economico, con la presenza di artisti internazionali e la resistenza del savoir faire di una manifattura artistica che esporta in tutto il mondo. Dall’altra parte una città come Milano che, dopo gli sfarzi viscontei e sforzeschi, aveva perso visibilità durante il regno spagnolo mentre con gli Asburgo si era risvegliata come la più europea delle città della penisola. E mentre Firenze, Venezia e Genova scivolano nella nostalgia propria della periferia, Milano si ritrova protagonista dell'illuminismo, sostenuta economicamente dalla fertile Pianura Padana, dalla nascente industria (anche culturale) e dalla sagacia finanziaria di una aristocrazia dalla mentalità acutamente borghese. Con Napoleone, che sceglie il suo Duomo per l'incoronazione re d'Italia il 26 maggio 1805 (alla cerimonia è dedicata una sala) non potrà che essere amore. Leopoldo Cicognara nel 1809, in un rapporto che tracciava un bilancio della situazione artistica del Regno Italico, scriveva un elogio inequivocabile della città: «Milano è talmente superiore in artisti e produzioni che senza mezzi straordinari non potrà mai da alcuna città del Regno essere emulata».
La figura che unisce al meglio tutti questi fattori, ossia le due città e la cometa napoleonica, è Antonio Canova. Tutte la mostra è costruita attorno a un capolavoro smembrato e ricostruito e restaurto per l’occasione, ossia il modello colossale in gesso di cavallo, tassello di una complessa storia di un mai realizzato monumento equestre a Bonaparte, in cui lo scultore di Possagno gareggia alla pari con la statuaria antica e rinascimentale.
Uno dei meriti della mostra, pur lasciando a latere Andrea Appiani, che di questa stagione è senza dubbio il maggior pittore, nonché l'artista di riferimento per Napoleone in Italia ma a cui Palazzo Reale ha dedicato una mostra che si chiude proprio oggi, è valorizzare una figura come Giuseppe Bossi, che insieme all'amico Canova contribuisce all'elaborazione dell'iconografia moderna dell'Italia, giovane donna dalla testa turrita. Bossi è pittore raffinatissimo, la cui arte è non di rado attraversata da una vena irrequieta che diremmo romantica (e sarà opportuno ricordare che il momento neoclassico e quello romantico non sono una tesi e antitesi cronologica ma coabitano lo stesso spazio temporale come differenti temperie di rilettura del passato attraverso la neonata disciplina storica). Si prenda ad esempio il ritratto di Napoleone appoggiato al globo, del 1806, o ancora L'incontro di Edipo cieco con le figlie, del 1805, che intreccia memorie compositive e fisiognomiche leonardesche è una tensione tragica quasi fuseliana.
La più aulica Riconoscenza della Repubblica Italiana a Napoleone, del 1802, ha per sfondo il Foro Bonaparte di Giovanni Antonio Antolini. L’ambizioso progetto non venne mai realizzato, ma è forse il testimone più preciso di quell'epoca. La mostra offre un’occasione irripetibile per ammirare gli acquerelli originali di Antolini, conservati a Parigi: il progetto, con pochi uguali per scala urbana nell’Europa di allora, sarebbe stato un capolavoro del neoclassicismo utopico, ma anche un enorme vuoto urbano, lontanissimo dal modo italiano di intendere la città. Un progetto immaginifico, in cui però possiamo riconoscere in atto anche i meccanismi dell’architettura totalitaria.
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