In che senso Putin e Trump parlano la stessa lingua
La classicista Barbara Cassin ha confrontato lo stile comunicativo dei due leader con quello della sofistica greca: «Entrambi credono nel potere del linguaggio»

Cosa ha a che fare con Trump e Putin Barbara Cassin, insigne classicista francese, eletta da alcuni anni all’Académie Française? Cosa la spinge verso l’attualità politica più scottante? È la sua pratica di studiosa della sofistica (il suo L’effet sophistique, del 1995, è un classico della materia), cioè dell’arte antica di usare il mero linguaggio per far colpo sugli ascoltatori, e perfino per manipolarli, che richiama la sua attenzione verso la contemporaneità, inducendola a dichiarare, nelle prime pagine del suo La guerre des mots. Trump, Poutine et l’Europe (Flammarion, paigne 176, euro 18,90), di «aver avuto come non mai il bisogno di scrivere questo libro». È infatti con la lente dell’“effetto sofistico” che Cassin vede come sia Trump sia Putin «accord[i]no un’estrema importanza al linguaggio», in quanto «credono nel suo potere, nella sua forza performativa», e analizza le conseguenze di questo fatto.
La sofistica greca ha insegato a Cassin che il linguaggio serve per “fare cose”, cioè per suscitare effetti sociali: «più che descrivere il mondo, il linguaggio lo fabbrica» e questo “effetto-mondo” non è un’esclusiva dei poeti, ma è all’opera ovunque, specialmente in quel «mondo di parole che è la politica». Su questa base Cassin identifica e descrive i modi in cui usano il linguaggio i due potenti, ravvisando inquietanti analogie e preoccupanti conseguenze. Per avere un esempio, come Trump pubblica lunghe liste di parole che negli atti pubblici non si devono usare, così Putin rimpiazza la parola “guerra” con l’espressione “operazione militare speciale” e crea una legge apposita per punire chiunque parli di guerra. Inoltre, secondo Cassin, sia l’uno che l’altro inventano una propria “neolingua” (l’allusione è ovviamente all’Orwell di 1984), in cui il senso delle parole è rovesciato e pervertito e il reale stesso si dissolve.
La guerre des mots è quindi un vigoroso, coltissimo manuale di come oggi si fa politica (guerra inclusa) con le parole, che ha la particolarità di lasciar apparire, dietro le quinte del contemporaneo, le ombre di Omero e dei filosofi greci. Tra le tecniche primarie sono la ripetizione e l’esibizione. È ben nota la formula “Fight, fight, fight”, che Trump lanciò dopo il fallito attentato del 13 luglio 2024, diventata dipoi un potente tormentone del movimento MAGA. Putin e Trump parlano inoltre col fisico, essendo «esibizionisti del proprio corpo». Con la chioma tinta e il volto truccato, oltre che (cito letteralmente da Cassin) con «la bocca a buco-di-culo-di-gallina», Trump non cessa un solo istante di stare in scena, sempre cercando di stuzzicare ostilità e risentimenti. Putin si esibisce in altro modo, posando a uomo freddo e sportivo, tuffandosi in acque gelate, praticando arti marziali, cavalcando a torso nudo o collocando i suoi ospiti (come il povero Emmanuel Macron nel febbraio 2022) all’altro estremo di un tavolo lungo quindici metri. In questo modo, secondo Cassin, entrambi si mettono in scena prima ancora di dichiarare un contenuto quale che sia.
Il loro comune obiettivo è quello di creare sorpresa, sconcerto e inquietudine: dichiarazioni bombastiche, repentine aggressioni verbali (celebre quella del vicepresidente J. D. Vance sulla povera tenuta di Zelensky in occasione della prima visita di questo alla Casa Bianca), battute spropositate (come il continuo alludere di Trump a una “nuova età dell’oro”), insulti agli avversari, irrisione dei diversi e degli svantaggiati. Inoltre, l’uno e l’altro hanno l’uso (che Cassin considera «per noi sbalorditivo») di fare «davvero quel che dicono che faranno, per quanto improbabile possa apparire». Anche se quel che annunciano non sembra verosimile, infatti, occorre stare in guardia: se si fosse fatto caso a questo dettaglio, ci si forse sarebbe accorti che Trump aveva promesso più volte un attacco al Venezuela, indicando anche in modo non generico le date dell’operazione.
Retorica e politesse, le doti che, secondo Cassin, la politica si era forgiate attraverso secoli di civilizzazione, sono ormai ferrivecchi. Putin, e più ancora Trump, dicono in pubblico tutto quel che gli passa per la testa, praticando senza risparmio una “retorica populista”, sia pure di stile diverso. Cassin nota acutamente che il linguaggio di Trump è quello di «un imbonitore di bassa lega», che si rivolge agli americani «con una lingua basica da ragazzotto grezzo e ignorante», in cui si combinano “frasi erratiche”, “parole vaghe (great, tremendous),” dalla “grammatica sciatta”, spesso accompagnate da espressioni volgari e offensive. È rimasto famoso il discorso dinanzi al comitato dei deputati repubblicani (8 aprile 2025), in cui, con mimiche espressive, dichiarò che i potenti della terra si presentano da lui per “baciargli il c*lo” chiedendo una riduzione dei dazi che andava imponendo. Il 6 gennaio di quest’anno, dinanzi ai parlamentari del Partito repubblicano, Trump ha deriso una sollevatrice di pesi transgender facendone un’imitazione farsesca e vagamente delirante. Putin invece si esprime «da sociolinguista esperto», capace di rivolgersi di volta in volta a uno strato di pubblico diverso. Da un lato si presenta come autore di saggi storici (come il noto Sull’unità storica di russi e ucraini del 2021, in cui sviluppò le ragioni dell’invasione dell’Ucraina), dall’altro strizza l’occhio alle plebi usando il cosiddetto mat come un malavitoso. Il mat – a cui Cassin dedica pagine di grande interesse – è il gergo della malavita russa (la fenja), basato su poche radici che si riferiscono agli organi genitali e a pratiche sessuali. Putin lo usa spesso, come quando, nel 1999, durante la guerra cecena, avvertì che avrebbe snidato terroristi e separatisti “anche nel cesso”. È interessante che gli aiutanti di Putin e Trump si esprimano nello stesso modo. Nel suo discorso alla conferenza sulla sicurezza di Monaco (14 febbraio 2025) J. D. Vance avvertì, con una battuta da puro film western, che «c’è un nuovo sceriffo in città». Analogamente, Lavrov, ministro russo degli Esteri, parlando di Putin, lo indica con appellativi mitici ed eroici.
Un altro aspetto comune è la creazione dell’“impero della menzogna”. È famosa la dottrina dei “fatti alternativi”, lanciata nel 2017 da una consigliera di Trump, in cui – dice Cassin – il factum si fonde col fictum e il non-vero è presentato come vero. Quando i dati non tornano, li si corregge o si licenzia chi ha prodotto i dati sgraditi. È stata la sorte di Erika L. McEntarfer, responsabile dell’agenzia Usa che si occupa delle statistiche sull’occupazione, messa alla porta il 1° agosto 2025 per aver documentato coi numeri il calo degli occupati nei primi mesi dell’amministrazione Trump. Questo atteggiamento opera anche a un livello più alto, come si vede dal fatto che uno degi scrupoli comuni ai due è quello di riscrivere la storia dei rispettivi Paesi. Putin ha chiuso nel 2022 l’agenzia “Memorial”, che raccoglieva documentazione sui crimini del regime sovietico, indifferente al fatto che nel 2022 avesse ottenuto il premio Nobel per la Pace, e ha creato una “Commissione per la verità storica” con l’incarico di adattare alle sue politiche tutti i libri scolastici di storia. Trump ha imposto con ordini esecutivi la revisione dell’impostazione di tutti i parchi e musei federali (come la gloriosa Smithsonian Institution di Washington), per eliminare tutti i riferimenti allo schiavismo, alla vita delle minoranze e ad altri aspetti negativi della storia americana.
Gli ultimi capitoli di La guerre des mots rivolgono lo sguardo verso l’Europa, obiettivo degli attacchi tanto di Putin quanto di Trump. Presentando l’Europa come regno della decadenza morale, irreligiosa, «perversa e ideologicamente pericolosa», l’uno e l’altro si vantano di avere Dio dalla loro parte. Putin fa sfoggio del consenso del patriarca di Mosca Kyrill alla sua “operazione speciale”, Trump, che si vanta di essere uscito indenne dall’attentato perché è “l’uomo di Dio”, ha creato nella Casa Bianca un inedito “Ufficio della Fede” affidato a una tele-evangelista milionaria, ma intanto lancia e mette in vendita (a sessanta dollari) una “Trump Bible”.
Il libro di Cassin interpreta tutti questi fenomeni come “un attacco alla cultura”: «È proprio [la cultura] il bersaglio, insieme all’odio per l’Europa, comune idea fissa trumpo-putiniana». E, mentre documenta il distaccarsi di Russia e Stati Uniti dall’Occidente, segnala l’urgente necessità di «tornare a riflettere sull’unità storico-geografica dell’Europa», continente – come lo definisce con una bella parola di suo conio – “multilingue e multisogno”.
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