Democrazia e riforme: la comunicazione nello stile di Alcide De Gasperi
Interviste inedite, ora pubblicate in edizione critica, aiutano a ricostruire la strategia dello statista nella svolta del 1947 e negli anni del centrismo

Impossibile dimenticare Alcide De Gasperi: è stato il padre fondatore della democrazia italiana. La sua figura, però, si allontana sempre di più nel tempo e sono sempre più numerosi quanti ne parlano senza solide conoscenze. Ma non è il caso Pierluigi Ballini e Federico Mazzei che hanno curato il volume De Gasperi. Interviste (1944-1954). Edizione critica (Fondazione De Gasperi-Studium, pagine 608, euro 45,00).
Gli scritti e discorsi di De Gasperi sono stati raccolti in un’ampia serie di volumi pubblicati da Il Mulino. Ma il rinvenimento di 54 interviste inedite ha suggerito questa nuova pubblicazione che fa emergere la strategia comunicativa con cui lo statista ha accompagnato molte delle sue scelte più importanti dopo la ripresa della sua attività politica durante la Seconda guerra mondiale, come mette bene in luce Federico Mazzei. Dopo una fase in cui le interviste gli servirono soprattutto per spiegare i motivi di dissenso con gli alleati socialisti e comunisti, comunicare attraverso la stampa gli permise di chiarire che la svolta del maggio 1947 non era stata fatta contro nessuno: la fine della collaborazione con le sinistre non aveva quel significato anti-comunista che in seguito le è stata attribuita. La svolta anticomunista sarebbe giunta, sul fronte comunicativo, nell’autunno successivo, a seguito dell’orientamento assunto dal Cominform. Indubbiamente, continua la ricostruzione di Mazzei, nelle elezioni del 18 aprile 1948 fu la contrapposizione frontale con le sinistre a prevalere: lo sottolineò lo stesso De Gasperi in un’intervista alla fine della campagna elettorale. Ma anche in quest’intervista volle prendere le distanze dall’”anticomunismo economico”, sottolineando che il suo era un “antibolscevismo” dettato dalla pregiudiziale antitotalitaria ed insistendo sul “programma cristiano-sociale” della Dc, da lui definito “partito di centro che cammina verso sinistra”.
Non sui programmi ma sulle alleanze si fermò invece nelle successive interviste, negando che la maggioranza quasi assoluta ottenuta in Parlamento dalla Dc potesse preludere all’autosufficienza politica del suo partito e affermando che la coalizione centrista non era strumentale o contingente. Ne spiegò la ragione nel 1950 alla «Neue Zeitung»: “l’Italia non ha oggi soltanto da realizzare un programma di governo, ma deve consolidare e difendere la democrazia stessa”. L’area centrista non era solo l’“area di governo”: coincideva anche con l’“area della democrazia”, risultante della duplice conventio ad excludendum nei confronti delle forze monarchico-neofasciste e di quelle comuniste. La sua strategia comunicativa abbinò sempre la difesa dell’ordine democratico contro minacce eversive alle riforme economico-sociali. Il VI Governo De Gasperi venne formato proprio per realizzare le riforme, in particolare quella agraria, ma la guerra di Corea lo costrinse a cambiare rotta. De Gasperi scelse nuovamente il “New York Times” per spiegare che fermare la minaccia comunista si imponeva in quel momento come necessità assoluta. Ma escluse che il suo governo avesse l’intenzione di “prendere misure eccezionali [o] di mettere fuori legge o di imbavagliare i comunisti”: “le leggi costituzionali [erano] sufficienti a mantenere l’ordine pubblico, e […] un Governo forte [era] capace di far rispettare la legge”. Anche nella famosa intervista sullo “Stato forte” rilasciata al “Messaggero” l’8 luglio 1952, chiarì che l’anticomunismo non era l’unico obiettivo del suo governo. Attraverso le sue interviste – che rilasciò mantenendo sempre un grande autocontrollo e dicendo solo quello che voleva dire – è possibile dunque cogliere con chiarezza un disegno politico che teneva conto del mutamento delle circostanze storiche ma non si appiattiva su di esse.
Pierluigi Ballini, invece, ricostruisce il percorso politico degasperiano dopo il crollo del fascismo, dando soprattutto spazio a quella che, secondo Giovanni Spadolini, è stata la “vera proposta politica di De Gasperi”: il centrismo. Due sono, ad oggi, le più importanti interpretazioni storiografiche di De Gasperi e del centrismo: quella di un De Gasperi cristiano, democratico e antifascista, tracciata da Pietro Scoppola quasi cinquant’anni fa; e quella di un De Gasperi liberal-conservatore, delineata da Pietro Craveri nel 2006. Sono, in nuce, anche due interpretazioni dell’intera storia della Democrazia cristiana e dell’Italia repubblicana fino a primi anni Novanta. Scoppola ha guardato al centrismo degasperiano soprattutto sotto il profilo del metodo, Craveri sotto quello del merito: il primo l’ha vista quale espressione di una scelta irrinunciabile per il pluralismo democratico, contro spinte in senso confessionale del mondo cattolico; il secondo ne ha evidenziato il valore come orientamento politico alternativo all’alleanza con le sinistre, coerente con “la scelta occidentale”. Di entrambi Ballini raccoglie molte suggestioni nel suo raffinato saggio introduttivo.
Ma sono due proposte interpretative diverse. Quella di Scoppola, ad esempio, si interroga sulla fede cristiana del leader trentino quale elemento chiave anche per comprenderne la visione politica. In particolare, per capire in tale visione quale ruolo storico il cristianesimo – e cioè in Italia la Chiesa cattolica, per usare le sue parole – fosse chiamato a giocare nell’Italia post-fascista. Per il De Gasperi di Scoppola,il sostegno della Chiesa alla democrazia ha potuto realizzarsi perché i cattolici hanno agito da credenti ma attraverso un partito politico autonomo dall’istituzione ecclesiastica. Per Craveri, invece, lo statista fu costretto a subire l’iniziativa del Vaticano, che gli impose un partito fondato sull’unità dei cattolici ed estraneo, anzi per certi versi contrario, al suo disegno: il “vero” De Gasperi sarebbe stato l’uomo di governo, non il leader di partito. Tale diversità interpretativa si riflette anche nella valutazione dell’atteggiamento degasperiano verso il fascismo che nella visione di Scoppola ha avuto per De Gasperi un ruolo cruciale: su questo terreno si giocò infatti il passaggio dei cattolici alla democrazia. Per Craveri invece, assai più dell’antifascismo furono in lui decisivi il senso della continuità dello Stato, l’antigiacobinismo e tutto ciò che ne avrebbe fatto un sincero liberale, non troppo dissimile da quelli del periodo prefascista. Diverse sono anche le valutazioni di Scoppola e di Craveri sulla “scelta occidentale” di De Gasperi e così via. Ballini sembra propendere per l’interpretazione di Craveri. Personalmente, ritengo più fondata quella di Scoppola, che mi sembra aver trovato diverse conferme storiografiche. Ma il dibattito è aperto.
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