giovedì 29 dicembre 2011
Studiosi a confronto: l'edilizia storica ha retto meglio del nuovo. Per i cedimenti i principali imputati sono gli «inserimenti» di cemento armato. Il sindaco Cialente chiede a Palazzo Chigi contributi per tutti gli immobili danneggiati secondo criteri «più oggettivi».
COMMENTA E CONDIVIDI
Si infilano a piccoli gruppi tra i tubi in­nocenti, vincendo il senso di vertigine, per andare incontro a San Bernardino. Nessun aquilano ha mai visto il Santo sene­se così da vicino, da quando un allievo di Lu­ca Giordano l’ha dipinto quassù, mentre la bottega di Ferdinando Mosca da Pescoco­stanzo finiva di decorare il soffitto dorato con i ceci, un effetto speciale del ’700, come spie­ga la guida. La basilica che fino al terremoto custodiva le spoglie mortali di Bernardino da Siena è il primo cantiere avviato nel centro storico ed è per questo che la Sovrintendenza ha deciso di aprirlo alle visi­te. Su appuntamento, chiunque può salire sul­le impalcature e assiste­re ai restauri. La scelta non è casuale: siamo nel cuore della de­vozione aquilana, da queste navate s’incam­mina la processione del Venerdì Santo e il cam­panile sbrecciato è stata una delle immagini strazianti che il 6 aprile 2009 hanno fatto il gi­ro del mondo. «Non so se basteranno quat­tro miliardi di euro per restituire all’Aquila­no i monumenti danneggiati dal sisma ma so che dovremo trovarli perché non abbiamo al­ternative », ci spiega il vicecommissario dele­gato ai beni culturali, Luciano Marchetti, un veterano dei terremoti. Segue personalmen­te numerosi progetti di restauro, a partire da quelli finanziati con le adozioni internazio­nali e dalle 'chiese di Natale' (116 già resti­tuite al culto, 43 pronte nei prossimi mesi). Il terremoto ha ferito la quasi totalità dei mo­numenti della città, che rappresentano la ba­se produttiva della sua industria culturale e turistica, ma anche un fattore identitario. Non a caso, le visite a San Bernardino hanno tan­to appeal. Non a caso, qui si parla ancora con pudore del futuro di santa Maria di Pagani­ca, una delle chiese nate con la città e della quale restano solo i muri perimetrali. Non a caso i lavori al Teatro comunale o a palazzo Ardinghelli sono annunciati con grande pom­pa dai politici. Non a caso, infine, il ministe­ro dei Beni culturali ha già aperto una qua­rantina di cantieri in città e fa di tutto per pro­teggere e valorizzare l’immenso patrimonio artistico che era custodito in chiese e palaz­zi dell’Aquila. L’ultima collezione, la Signori­ni- Corsi, viene trasferita in questi giorni a Sul­mona, ci annuncia Fabrizio Magani, diretto­re dei beni culturali e paesag­gistici dell’Abruzzo, prima re­gione ad aver completato la verifica della vulnerabilità si­smica degli edifici di interesse storico artistico. Questa corsa contro il tempo è assoluta­mente motivata: basta parla­re con uno dei restauratori che incontri sui ponteggi di San Bernardino per rendersi con­to dello scempio che umidità e ghiaccio producono nelle strutture lesionate. Tuttavia, è proprio dalle profondità dei muri agonizzanti dell’Aquila medievale e rinasci­mentale che giunge, malgrado tutto, una buo­na notizia. Un convegno organizzato dal Mi­bac insieme al Comune dell’Aquila, alla C­ciaa e a diverse Università, ha svelato che chiese e palazzi antichi hanno retto egregia­mente al 5.9 richter che ha ucciso 308 perso­ne e ne ha ferite 1600, perché l’edilizia stori­ca aquilana, diversamente dalle costruzioni moderne, sarebbe stata realizzata con crite­ri antisismici. Gli studiosi non si sono spinti a dichiarare che, diversamente, il tributo di sangue sarebbe stato ben più pesante, ma hanno confermato che i danni non sono im­putabili alle murature storiche – realizzate, come scriveva Nicola Cavalieri San Bertolo nell’Ottocento, come «un ammasso artefat­to di pietre disposte in guisa tale che quelle forze, per cui tenderebbe ciascuna di esse a spostarsi, s’impediscano e si elidano nel vi­cendevole conflitto» – quanto alle trasfor­mazioni che quelle hanno subito nel corso del tempo, a partire dal 'generoso' inseri­mento di elementi di cemento armato delle ristrutturazioni anni ’50 e ’60. «Abbiamo effettuato numerosi test sulle strut­ture aquilane – ci dice Sergio Lagomarsino, or­dinario di tecnica delle costruzioni all’Uni­versità di Genova – e i cedimenti sono da ri­condurre alle modifiche apportate, non alle murature antiche dell’Aquila che hanno re­sistito alle sollecitazioni meglio di strutture più moderne. Del resto, dove, come in A­bruzzo, sono frequenti i terremoti se ne con­serva l’esperienza nella tecnica delle costru­zioni, che per almeno due generazioni utiliz­za i sistemi di prevenzione necessari, come l’inserimento di catene e di legno nelle mu­rature. Non a caso resta poco di Santa Maria di Paganica, che fu riparata dopo il sisma del 1703, mentre S.Agostino, che fu ricostruita ex novo, ha retto».
DAL GOVERNO 30 MILIONI, NE SERVONO 130 Spettrale e caotica. L’Aquila si presen­tava così nei giorni di Natale. Il cen­tro storico aspetta una ricostruzione che non parte. Tutt’intorno, la città delle Case e dei Map, dei nuovi quartieri satel­liti, affoga nel traffico: il sisma ha tolto le case agli aquilani ma ha moltiplicato le lo­ro automobili. La rassegnazione della gen­te è palpabile: la perenne schermaglia tra il governatore del centrodestra (e com­missario alla ricostruzione) Gianni Chio­di e il sindaco di centrosinistra Massimo Cialente non si arresta neanche di fronte alla consapevolezza che, passato Berlu­sconi, l’Aquila non è più una priorità per la politica nazionale. «Per il 2011 – ha det­to il primo cittadino – per il cratere sono stati stanziati 350 milioni di euro, 280 nel 2010, mentre per il 2012 sono previste ri­sorse per soli 30 milioni di euro». Certi nu­meri parlano. Ieri, Cialente e Chiodi hanno incontrato il premier rivendicando quel che manca, 130-160 milioni di euro secondo i punti di vista. Per Monti devono bastarne trenta e il vertice si è concluso con un rinvio. «Ab­biamo ottenuto – ha dichiarato Cialente uscendo da Palazzo Chigi – la proroga di tutti i contratti di lavoro e la copertura delle spese dell’emergenza per tre mesi. Nel frattempo è stato stabilito, su mia proposta, di istituire un tavolo di lavoro a Roma per quantificare le spese dell’e­mergenza e della ricostruzione e per pro­grammare le risorse economiche da stanziare per il 2012». Nel cratere, finora, sono partiti solo i la­vori sugli alloggi meno danneggiati. Cia­lente ci spiega che «con 530 milioni l’A­quila ha ripristinato 20.000 abitazioni e 40.000 cittadini sono rientrati in casa». Ve­ro, ma mancano all’appello ancora le abi­tazioni inagibili (8.500) e tutto il centro sto­rico (più di 10.000 alloggi). Il fabbisogno – monumenti esclusi – è di 4,8 miliardi. Nel­­l’Italia delle manovre di salvezza, l’Aquila è una grande voce di spesa. Secondo il sin­daco i soldi ci sarebbero, ma si tira in lun­go per non spenderli: «Sono stati stanzia­ti tre miliardi di fondi Fas e 1,5 disponi­bili alla cassa depositi e prestiti» finora «artatamente bloccati»; sottinteso, da Chiodi e dalla Struttura tecnica di mis­sione, il braccio operativo del commis­sario, guidata da Gaetano Fontana che una volta era un grande amico del sin­daco e del Pd aquilano, ma che poi ha cercato di imporre ai comuni terremo­tati un’unica pianificazione della rico­struzione. E l’amicizia si è rotta. Nei prossimi giorni, il sindaco renderà pubblico un piano di ricostruzione che prospetta «una città ad alta qualità della vi­ta, turistica, che attrae industria high tech e iniziative di alta formazione», ma so­prattutto «che riporta subito nel centro storico tutti gli uffici pubblici». Vuole «ri­vitalizzare in fretta il centro» e sta cercan­do di snellire le procedure per l’erogazio­ne dei contributi alle imprese di costru­zione, ma soprattutto insiste perché si au­torizzino i progetti di ricostruzione confor­mi al vigente Prg, saltando a piè pari Chio­di, la Stm e i loro piani di ricostruzione... Al di là dello scontro politico, c’è il rischio concreto di un deficit di cassa: senza una scala delle priorità i lavori alle novemila 'case E' (totalmente inagibili) che si tro­vano fuori dalle mura dell’Aquila e a tutte le altre ubicate nei 63 Comuni terremota­ti rischiano di assorbire tutti i fondi di­sponibili per tre anni. Sarebbe il colpo di grazia per il centro storico, sulla cui sorte grava l’incognita dell’elevato numero di seconde case, per le quali al momento non è previsto alcun contributo. Per sbloccare l’empasse, ieri Cialente ha inviato a Palazzo Chigi la bozza di una nuo­va ordinanza. Prevede di concedere il con­tributo a tutti gli immobili danneggiati «a qualunque uso adibiti», cioè comprese le seconde case, individua parametri di co­sto più oggettivi (i pochissimi cantieri par­titi in questi due anni sono già sotto in­chiesta; ndr) ma anche procedure più snel­le per l’autorizzazione dei progetti; inoltre, crea canali di finanziamento 'paralleli' che devono garantire risorse congrue e im­mediate ai centri storici; infine, pur non ri­vedendo l’elenco dei centri terremotati che fu al centro di molte polemiche, im­pone di tenere conto, nell’assegnare i fi­nanziamenti, del livello di danno effetti­vamente rilevato in ciascun Comune e del­la popolazione che vi risiede.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: