martedì 12 novembre 2019
Le richieste sono in crescita, ma aumenta il lavoro nero o "grigio". Stranieri penalizzati per la mancanza di "quote" di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti "decreti flussi"
Un anziano con la badante (Ansa)

Un anziano con la badante (Ansa)

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L’«esercito della salvezza» per centinaia di migliaia di anziani (e di loro famiglie) conta oltre 850.000 uomini; anzi, per la maggior parte si tratta di donne... E sono una "legione straniera". Parliamo dei lavoratori domestici, cioè colf e badanti, che a fine 2018 ammontavano esattamente – secondo gli elenchi Inps – appunto a 859.233, di cui 613.269 immigrati: un quarto esatto dei 2,4 milioni di lavoratori stranieri presenti nel Belpaese.

Eppure le badanti risultano in calo: come mai? Ci sono forse meno anziani da assistere? Tutt’altro: l’utenza è in crescita ma – con essa – è in aumento purtroppo il lavoro nero. «Nel 2012 – spiega infatti Andrea Zini, vice-presidente dell’Associazione nazionale Datori di lavoro domestico (Assindatcolf) – i lavoratori stranieri regolarmente impiegati nel comparto erano 823mila. Quindi in 7 anni si sono persi 210mila contratti, a causa di una politica che non ha saputo riformare il welfare familiare e valorizzare questa forza lavoro, contribuendo al contempo al dilagare del lavoro 'nero' o 'grigio' che nel settore ha percentuali altissime: si stima infatti che 6 domestici su 10 siano irregolari, ovvero 1,2 milioni di lavoratori».

La stessa Assindatcolf presenta una fotografia aggiornata del settore grazie al Dossier Statistico Immigrazione 2019 elaborato da Idos Centro Studi e Ricerche e presentato ieri a Milano. Gli stranieri sono indispensabili soprattutto nel settore della cura e dell’assistenza domiciliare, dove la loro incidenza supera il 70% del totale, ma di fatto sono penalizzati per la mancanza di 'quote' di lavoratori stabili all’interno dei cosiddetti 'decreti flussi'.

«Dal 2011 in poi – chiarisce Luca Di Sciullo, presidente Idos – l’Italia ha sostanzialmente bloccato i canali d’ingresso legali agli stranieri che intendano venire stabilmente per motivi di lavoro. Tanto che ad oggi, per molti migranti economici, l’unica possibilità di entrare in Italia è quella di unirsi ai flussi di chi arriva come richiedente asilo, pur non avendo i requisiti per il riconoscimento. Una situazione che da una parte penalizza il mercato del lavoro, lasciando scoperti ambiti a forte domanda di manodopera estera e aumentando il lavoro nero, e d’altra parte complica la già critica gestione dell’immigrazione, sciupando un potenziale beneficio per la società e lo Stato».

Da qui l’appello alla politica: «È necessario tornare a una programmazione dei flussi d’ingresso, prevedendo quote dedicate a lavoratori non stagionali e modificando anche il sistema di rilevazione del fabbisogno. Si devono prendere in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie, superando così una delle tante contraddizioni di una gestione miope».

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