giovedì 22 settembre 2011
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La svolta della giornata è nel volto silente di Roberto Maroni che gela Pier Luigi Bersani, alla bouvette di Montecitorio. «Salvando Milanese rischiate di perdere il contato con il Paese reale, sarete travolti anche voi», dice il segretario del Pd a un ministro dell’Interno che l’ascolta ma non proferisce una sola parola. La Lega non mollerà Marco Milanese come ha fatto con Alfonso Papa. Tocca a Marco Reguzzoni in serata ufficializzare la linea del Carroccio, sancita a un vertice alla quale Bossi - dato per assente - alla fine ha deciso di partecipare. «Voteremo per il respingimento della richiesta d’arresto senza se e senza ma». Niente libertà di coscienza, dunque la linea è una sola: difendere il collaboratore dell’amico Giulio, consapevoli che in ballo, stavolta, c’è il futuro dell’esecutivo.«Voto per non far cadere il governo», aveva detto Umberto Bossi, reduce - insieme allo stato maggiore del Carroccio - dal vertice pomeridiano con Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, anticipando la linea del partito. Una frase che significa molte cose. Significa, innanzitutto, che anche un solo voto potrebbe essere decisivo e il senatur non farà mancare il suo. A differenza di quanto fece sul caso Papa, quando, alla votazione finale, Bossi scelse di non esserci, ufficialmente impegnato in visite mediche improcrastinabili.Ma ora lo scenario cambia. Berlusconi ne fa una questione di sopravvivenza del governo, Calderoli ne fa una questione d’onore con l’amico Giulio, e Maroni (indicato come ispiratore del pollice verso della Lega, o di gran parte di essa, su Papa) capisce che non conviene neanche a lui intestarsi la responsabilità di uno strappo decisivo per la vita del governo. E dunque, se, nonostante la maggioranza si sia ricompattata, Milanese dovesse cadere, la conseguenza inevitabile, par di capire, sarebbero le dimissioni di un governo sconfessato dalla base parlamentare su quello che è diventato un punto d’onore, anche se non suggellato da un voto di fiducia. Ma di fatto, per come si sono spesi Bossi e Berlusconi insieme in questa contesa, la questione di fiducia c’è nella sostanza, con tutte le conseguenze del caso in caso di sconfessione da parte della base parlamentare nel segreto - che più di uno contesta come tale - dei tasti elettronici.«Non vogliamo fare cadere il governo», dice Bossi. «Tanto - taglia corto - l’inchiesta e il processo vanno avanti lo stesso». Provano a chiedergli se la base leghista capirà, che è poi l’argomento usato da Bersani per tentare di convincere Maroni. Ma Bossi non lascia spiragli: «Se lo diciamo assieme io e Maroni vuol dire che abbiamo ragione. La base è sempre con noi, non vi illudete». «Non dico niente, ha detto tutto Bossi», chiude la partita Maroni.Per il leader del Carrrocio il durissimo attacco di Antonio Di Pietro: «È deprimente assistere alla deriva culturale e politica di Bossi che afferma il suo voto contrario all’arresto di Milanese solo per non far cadere il governo. Così facendo si comporta come un qualsiasi malavitoso di periferia che pratica voto scambio per controllare le istituzioni», tuona il leader dell’Italia dei Valori.
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