venerdì 31 maggio 2019
La Bahri Tabuk, il cargo già contestato nel porto di Marsiglia, ha attraccato per una sosta non dichiarata nel porto sardo caricando diversi container. Rete Disarmo: il governo fermi export di morte
Il cargo saudita Bahri Tabuk al suo arrivo stamattina nel porto canale di Cagliari (photo credit Kevin McElvaney)

Il cargo saudita Bahri Tabuk al suo arrivo stamattina nel porto canale di Cagliari (photo credit Kevin McElvaney)

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Un nuovo carico di bombe prodotte a Domusnovas dalla Rwm potrebbe stato imbarcato in Italia per rifornire la coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita in guerra contro lo Yemen, nel conflitto che ha già prodotto migliaia di morti tra civili, tra cui moltissimi bambini. La denuncia è della Rete italiana per il Disarmo, che ha documentato fotograficamente l'arrivo della nave da carico Bahri Tabuk, il transito dei tir, le operazioni di carico dei primi quattro container. In totale quelli di armi sarebbero una dozzina, assieme ad altri di materiale non bellico. Un'operazione condotta nella massima riservatezza, per gli orari e con modalità tali da scongiurare controlli portuali e possibili mobilitazioni e proteste, come successo non solo nel porto francese, ma anche a Genova per la nave gemella Bahri Yanbu, dove sono state impedire le operazioni di carico di generatori elettrici destinati alle forze militari saudite.

La nave è arrivata prima dell'alba, poco dopo le 4, nel golfo di Cagliari, dove si è diretta verso il porto canale del capoluogo, per una sosta inizialmente non dichiarata. La nave era partita dal porto di Marsiglia-Fos nella serata del 29 maggio, dopo essere stata oggetto, durante la sua sosta francese, di proteste da parte di attivisti delle organizzazioni pacifiste e di dichiarazione di blocco da parte dei lavoratori portuali contro una qualsiasi ipotesi di carico di nuove armi. La nave dovrebbe avere già in stiva materiale d’armamento caricato nelle precedenti soste nordamericane.

I quattro tir scortati da guardie giurate portano i container al porto (photo credit Kevin McElvaney)

I quattro tir scortati da guardie giurate portano i container al porto (photo credit Kevin McElvaney)


Per tutta la giornata di ieri, giovedì 30, gli analisti di Rete Disarmo hanno seguito la navigazione della Bahri Tabuk, che ufficialmente era diretta ad Alessandria d’Egitto, ma ha iniziato a rallentare all’altezza della Sardegna. Il tutto suggeriva un attracco a Cagliari, inizialmente non dichiarato alla partenza da Marsiglia il 29 maggio sera, come poi è effettivamente avvenuto alle 6.40. «Il forte sospetto - afferma Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo - è che l’attracco significhi una nuova spedizione di bombe “made in Sardegna” destinate alle forze armate saudite. Va infatti ricordato come già in passato, sicuramente a partire dal 2016, cioè a conflitto in Yemen già iniziato da oltre un anno, il cargo Bahri Tabuk sia stato protagonista di soste in Sardegna per caricare ordigni prodotti a Domusnovas dalla RWM Italia. Secondo i registri navali consultati da giornalisti investigativi la Bahri Tabuk mancherebbe dalla Sardegna da metà 2018».

Come per il recente caso della Bahri Yanbu a Genova, anche in questo caso la Rete Italiana per il Disarmo fa appello ad autorità, lavoratori portuali, società civile della Sardegna affinché non venga caricato sul cargo saudita alcun tipo di materiale militare. «Non possiamo più continuare ad essere complici di bombardamenti indiscriminati che colpiscono i civili yemeniti e contribuiscono alla maggiore catastrofe umanitaria attualmente in corso nel mondo». L'esportazione di bombe di produzione italiana, afferma l'organizzazione pacifista, «concretizza una vendita chiaramente contraria ai dettami e principi della norme nazionali (Legge 185/90), europee (Posizione Comune del 2008) e globali (il Trattato ATT) sull’export di armi».

Le operazioni di carico dei container sulla nave mercantile saudita (photo credit Kevin McElvaney)

Le operazioni di carico dei container sulla nave mercantile saudita (photo credit Kevin McElvaney)

Come documentato fotograficamente, grazie alle immagini scattate da Kevin McElvaney, stamattina attorno alle 7.30 quattro tir che trasportavano container da 30 tonnellate sono stati scortati nel Porto Canale di Cagliari. Il materiale poi è stato caricato sul cargo saudita Bahri Tabuk. «Il trasporto è stato fatto con uso di aziende private di sicurezza - testimoniano gli attivisti - e agendo con percorsi e procedure al di fuori delle normali regole. Di fatto by-passando il controllo dei lavoratori portuali. Sui container non erano presenti evidenti segni di riconoscimento di materiale esplosivo - spiegano - ma viste le tempistiche delle operazioni di carico e lo spiegamento di strutture di sicurezza è alto il sospetto che si sia trattato di un carico di nuovi ordigni prodotti in Sardegna e diretti in Arabia Saudita». Rete Italiana per il Disarmo ha documentato fotograficamente la sequenza degli eventi di questa mattina: la nave Bahri Tabuk che arriva nel porto canale di Cagliari attorno alle 06.40, l'arrivo alle 7.30 dei 4 container da trenta tonnellate su camion con seguito di scorta privata, le operazioni di carico sulla Bahri Tabuk alle 8.30. Nel corso della giornata sono stati caricati altre decine di container, anche di materiale civile. A quanto risulta, sarebbero almeno 12 i container contenenti materiale militare.

Rete Italiana per il Disarmo si rivolge alle autorità locali in Sardegna (Prefetto e Questore), alle autorità portuali di Cagliari e al Governo «perché chiariscano se il carico di questa mattina sul cargo battente bandiera saudita sia stato legato o meno all’export di bombe verso Paesi coinvolti nel conflitto Yemenita, e quali siano state le condizioni di sicurezza del trasporto (e in caso di conferma come mai i container non avevano segni evidenti legati a materiale esplosivo). Chiediamo anche conto del fatto - prosegue Rete Disarmo - che il carico sia avvenuto di primo mattino (con ingresso praticamente notturno della nave in porto e attracco non segnalato preventivamente ed esplicitamente da Bahri) e di fatto non seguendo le normali procedure, impedendo quindi ai lavoratori portuali di Cagliari di attivarsi per evitare eventuale export di armamenti (come avvenuto in diversi porti italiani ed europei di recente)».

«Ancora una volta facciamo appello al Governo - chiede Rete Disarmo - affinché abbia il coraggio di fermare il flusso di armi verso una delle catastrofi umanitarie più grandi attualmente presenti al mondo, catastrofe in buona misura causata dai bombardamenti eseguiti anche con bombe italiane».


Il presidente della Conferenza episcopale sarda, l’arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, ribadisce il «no al commercio di armi e al ricatto occupazionale» in un'area depressa come il Sulcis-.Iglesiente. E ricorda il documento del 28 dicembre 2018 i cui i vescovi sardi avevano espresso parole chiare sull'argomento, alla vigilia della tradizionale Giornata mondiale della pace del 1° gennaio. Monsigonr Miglio rilancia la richiesta di investimenti per la riconversione a produzioni civili dell'industria bellica. Interviene anche Pax Christi che chiede «un sussulto morale».

Sul caso lancia l'allarme la Filt Cgil: «I nostri porti continuano ad essere meta di navi del gruppo Bahri per i rifornimenti bellici ai paesi sauditi - dice il segretario nazionale della Filt Cgil, Natale Colombo - ma il governo continua a tacere nonostante le denunce e le manifestazioni di protesta che ci hanno già visti impegnati per analoghi casi, prima a Genova e poi a Monfalcone». Secondo Colombo «anche a Cagliari, come a Monfalcone, è stato nascosto, per agire indisturbati, l’arrivo della nave con la sua missione volta a completare il proprio carico di armamenti ed esplosivi. Non vogliamo essere complici delle stragi di incolpevoli civili».

«Due giorni fa sono transitati per il porto di Monfalcone bazooka e missili ucraini - dichiara Nicola Fratoianni di Sinistra italiana - nel silenzio delle autorità italiane, per il governo dell'Arabia Saudita e destinate evidentemente alla guerra in corso nello Yemen. Ora Cagliari. È inaccettabile che i porti italiani si trasformino in meta delle navi del gruppo saudita Bahri per i rifornimenti bellici. Chiediamo al governo italiano di non nascondersi, di fermare l'export di armamenti, i ministri vengano a dire la verità in Parlamento, dove abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare».

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