domenica 23 dicembre 2018
Per la prima volta le aziende di stoccaggio e riciclo si confrontono con le associazioni che si battono per la legalità embientale. Troppe quantità nei depositi e cattiva organizzazione
Gli imprenditori campani dei rifiuti: «Si rischiano nuovi roghi di impianti»
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«Se non facciamo economia circolare vera e una raccolta differenziata meglio organizzata, domani avremo un altro impianto di rifiuti che brucerà». Una denuncia forte, parole gravi. A pronunciarle non è un ambientalista, ma un imprenditore che si occupa di rifiuti. Oltretutto campano. È Antonio Amatucci della Jcoplastic, azienda con due stabilimenti in Italia, Battipaglia e Sant’Angelo Le Fratte, quattro società controllate in Spagna, Austria, Grecia e Turchia, e una società commerciale in Inghilterra. Impresa modello che da plastica riciclata produce cassonetti per i rifiuti e cassoni per la raccolta dei pomodori. Lui e altri imprenditori del settore rifiuti si sono ritrovati a Casa don Diana a Casal di Principe, per un primo incontro promosso da Polieco, Comitato don Peppe Diana, Rete di cittadinanza e comunità. Per la prima volta parlano gli imprenditori. Una prima occasione per conoscersi tra mondo dell’impresa e associazioni che da anni si battono per la legalità ambientale.

Nel mirino degli imprenditori ci sono soprattutto i Comuni e il sistema dei consorzi che gestiscono il riciclo dei rifiuti, in particolare gli imballaggi, come Conai e Corepla. Un incontro che acquista una valore particolare dopo i ripetuti incendi di impianti di rifiuti. Proprio quelli evocati da Amatucci che teme concretamente il loro ripetersi perché, insiste, «se non siamo in grado di riutilizzare i rifiuti, da qualche parte li dobbiamo mettere. Così quello che non si riesce a recuperare, finisce nei capannoni dove aumentano i rischi». Un’analisi che fa anche Antonio Diana, presidente di Sri, di Carinaro, una delle più avanzate imprese di selezione di imballaggi provenienti dalla raccolta differenziata. «Gli incendi dicono che ci sono troppi rifiuti non differenziati in mezzo. E dopo gli incendi, questo lo abbiamo ancora più chiaro». E come mai accade questo? Da un lato, spiega Diana, «gli imballaggi stanno aumentando e non sono riciclabili». Dall’altro, «i Comuni vogliono solo disfarsi dei rifiuti. Ma l’obiettivo non può essere la percentuale di raccolta differenziata, ma quanta se ne ricicla». E purtroppo, denuncia, «manca un sistema industriale, non c’è un mercato dei prodotti riciclati ed è carente la ricerca».

E degli incendi parla anche Renato Natale, sindaco di Casal di Principe, Comune che è passato in tre anni dal 12 al 62% di raccolta differenziata. «Fateci capire. Prima i rifiuti si bruciavano per strada, ma ora cosa devo dire ai cittadini che fanno bene la differenziata e poi vedono prendere fuoco i rifiuti che loro differenziano?». E fa l’esempio di Caivano, impianto dove il Comune conferiva, incendiato il 25 luglio. Giuseppe Di Gennaro della piattaforma di Caivano, prende subito la parola per replicare. «Siamo vittime e poi non abbiamo preso fuoco solo noi. Non siamo delinquenti. Non posso parlare perchè c’è un’inchiesta in corso, però non ci sto a passare per il cattivo. La nostra è un’azienda storica, è vero che avevamo cumuli di rifiuti ma io avevo scritto più volte al consorzio Conai per chiedere dove dovevo portarli perché non trovavo vie di smaltimento ed ero terrorizzato da quello che poteva succedere. E infatti poi è accaduto».

A difendersi è anche Gennaro Sacco, della piattaforma di Pastorano, specializzata in esportazione di plastiche e cartoni in Cina, proprio quel settore ora in crisi per il blocco deciso da Pechino. «I nostri prodotti sono selezionati, sono di ottima qualità. Ma noi recuperiamo dal circuito industriale che funziona e non da quello della raccolta differenziata urbana che vive solo grazie ai contributi». Di nuovo la questione delle modalità di organizzazione del sistema. Che poi ha conseguenza su tutta la filiera come ricorda Amatucci. «Abbiamo fatto un accordo con gli agricoltori. Ogni tre cassoni rotti che ci consegnano, ne diamo uno nuovo. Alle amministrazioni comunali diciamo che i cassonetti a fine vita li andiamo a prendere noi. Ma è più facile con gli agricoltori. Coi Comuni è complicatissimo. Il cassonetto è un bene pubblico? Si può vendere? Devo fare una gara? Così alla fine diventa un rifiuto con un danno economico e ambientale ». E torniamo al problema iniziale. «Ci sono troppe quantità di plastica che non si riesce a recuperare. Con costi per la differenziata incredibili». E rischi di incendi. Così, avverte Vincenzo Cenname, ingegnere ambientale e responsabile dell’ufficio tecnico di Casal di Principe, «finiamo di parlare per slogan. Soprattutto ai cittadini. Non è vero che con la differenziata, se fatta correttamente, si paga di meno. Non è gratuita». Un’analisi sincera, senza sconti. E solo una prima tappa. «Ora – spiegano gli organizzatori – faremo un approfondimento con imprenditori e esperti, e coi cittadini che vogliono essere accanto agli imprenditori che vengono incontro alle esigenze del territorio perché è sbagliato criminalizzare tutto ». Sperando di arrivare prima del prossimo incendio.

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