sabato 15 dicembre 2018
La maggioranza tira avanti con la linea dura nei confronti dei mezzi d'informazione. Salvini attacca Avvenire e tira in ballo i disabili per giustificare i tagli ai «giornaloni»
Matteo Salvini (Lapresse)

Matteo Salvini (Lapresse)

COMMENTA E CONDIVIDI

Sui tagli all’editoria la maggioranza tira dritto per la linea dura. Da un lato il capogruppo del M5s al Senato Stefano Patuanelli ha presentato ieri l’atteso emendamento alla legge di bilancio che prevede la progressiva riduzione dei contributi diretti alle cooperative editoriali, a partire dal 2019 fino alla totale abolizione dal 2022.

Dall’altro Matteo Salvini cita in generale i destinatari del provvedimento, gli ormai celebri "giornaloni". Ma per nome solo Avvenire. «Adoro la libertà di stampa», premette. Ma, è l’affondo, «se ci sono alcuni giornaloni che prendono 6 milioni di contributi pubblici all’anno, penso ad Avvenire, che leggo con estremo affetto e attenzione, penso che la libertà di stampa debba corrispondere alla libertà del mercato e alla fiducia dei lettori». I milioni risparmiati - argomenta in maniera a dir poco capziosa per convincere della bontà della sua tesi - «potrebbero andare ad aiutare un disabile in difficoltà». Il leader leghista cerca poi di ridurre la portata della norma, parlando di «taglio minimo».

Come anticipato da Avvenire, la decurtazione dei finanziamenti sarà in quattro fasi annue: inizialmente del 20% della parte eccedente i 500mila euro che ciascuna testata percepisce, poi il 50%, il 75%, infine il 100%. A futuri decreti della presidenza del Consiglio sono demandate le modalità di sostegno a progetti, pubblici e privati, che vadano nel senso del pluralismo dell’informazione, dell’innovazione digitale, della comunicazione partecipata e dal basso.

La misura, una volta approvata, metterebbe in difficoltà parecchie testate, costringendone probabilmente più d’una alla chiusura. Per questo sale l’allarme. Ieri Alleanza delle Cooperative, File, Fisc e Uspi hanno rivolto un appello al premier Giuseppe Conte, chiedendo un «ripensamento urgente» sui «tagli indiscriminati» al Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, con il ritiro dell’emendamento. Poi la convocazione di un tavolo di confronto per cercare soluzioni. I firmatari paventano, infatti, «ripercussioni pesantissime su diversi giornali cooperativi e altre realtà no profit, e su tutto l’indotto».

Lo Stato, argomentano, dovrebbe essere «parte attiva e vigile per la promozione e la tutela del fondamentale diritto a un’informazione plurale, in coerenza con l’articolo 21 della Costituzione, e non mortificare il pluralismo con tagli così pesanti e repentini». Occorre «un lavoro serio e di insieme per evitare conseguenze disastrose», conclude l’appello di cooperative, piccoli editori di giornali, Federazione dei settimanali cattolici e Unione stampa periodica.

«L’unico effetto sarà di svuotare le edicole di giornali e allargare l’esercito dei giornalisti precari», aggiungono il sindacato Fnsi e il consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Per i quali l’emendamento va nella direzione auspicata dal vicepremier Luigi Di Maio e dal sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi, cioè «soffocare il pluralismo dell’informazione e colpire il diritto dei cittadini a essere informati», scrivono in una nota congiunta.

Per Fnsi e Ordine «non potendo adottare provvedimenti punitivi contro i grandi giornali, M5s avvia un regolamento dei conti con la categoria dei giornalisti, di cui mal sopporta libertà e autonomia, accanendosi contro i più piccoli, realtà che rappresentano il giornalismo di opinione o sono voce di piccole comunità territoriali o minoranze linguistiche». Critico Giacomo Portas (Pd), che accusa i grillini di essere «teorici del pensiero unico».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI