sabato 22 gennaio 2022
Con la convocazione da parte del presidente della Camera dei grandi elettori ha inizio la procedura per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il mandato di Mattarella scade il 3 febbraio
Il Parlamento convocato il 24 gennaio. Ecco come sarà eletto il presidente
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Il presidente della Camera, Roberto Fico, sentito il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha convocato il Parlamento in seduta comune, con la partecipazione dei delegati regionali, lunedì 24 gennaio, alle 15, per l'elezione del Presidente della Repubblica. L'avviso di convocazione è stato pubblicato il giorno 20 nella Gazzetta Ufficiale.

La seduta convocata per l’elezione del presidente della Repubblica è unica e si svolge a Montecitorio senza soluzione di continuità per concludersi al momento in cui viene eletto il nuovo capo dello Stato, con votazioni tutti i giorni e, in tempi "normali" anche più scrutini nella stessa giornata.

Con la convocazione da parte del presidente della Camera dei grandi elettori per il giorno per lunedì 24 gennaio ha inizio ufficialmente la procedura per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio a 7 anni esatti dal suo discorso di insediamento davanti alle Camere riunite in seduta comune e nell’intento dei presidenti delle Camere in piena sintonia con il capo dello Stato uscente c’è la volontà di fare in modo che per quella data sia già concluso l’iter dell’elezione. Le votazioni si svolgeranno nell’aula di Palazzo Montecitorio e saranno presiedute dal presidente della Camera Roberto Fico che avrà accanto la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

PROCEDURA E REQUISITI

La nostra Costituzione trattandosi dell’elezione del garante dell’unità nazionale favorisce il raggiungimento della più ampia convergenza possibile fra le forze politiche. In base all’articolo 83 viene eletto dal Parlamento riunito in seduta comune, a cui si aggiungono 3 delegati per ogni regione, scelti dai rispettivi consigli regionali – fatta eccezione per la Valle d’Aosta che ne esprime uno solo. Può essere eletto ogni cittadino italiano che abbia compiuto 50 anni e che goda dei diritti civili e politici.

I GRANDI ELETTORI E IL VOTO

Saranno 1009: 630 deputati, 321 senatori (inclusi i senatori a vita) e 58 delegati regionali. Il voto è previsto a scrutinio segreto. Nelle prime tre votazioni serve il quorum qualificato di due terzi dell’assemblea parlamentare, equivalente a 673 elettori su 1009. Dal quarto scrutinio, invece, è sufficiente per l’elezione raggiungere la maggioranza assoluta: cioè 505 elettori su 1009. Non parteciperanno al voto i Presidenti di Camera e Senato.

IL COVID ALLUNGA I TEMPI

La seduta per l’elezione del presidente della Repubblica è unica. Ciò vuol dire che l’assemblea non si scioglie fin quando non viene eletto il successore al Quirinale. Naturalmente tra una votazione e l’altra sono previste delle interruzioni. I tempi consentono normalmente lo svolgimento di due sedute al giorno, una mattutina e una pomeridiana, ma con il riesplodere della pandemia si renderà necessaria, fra una votazione e l’altra una complessa opera di sanificazione che non permetterà lo svolgimento di più di un voto al giorno. Anche per questa ragione è stato anticipato l’avvio dell’iter.

LE PRIME TRE VOTAZIONI

Sono solo due i Presidenti della Repubblica eletti entro i primi tre scrutini: Francesco Cossiga nel 1985 e Carlo Azeglio Ciampi nel 1999. Il plenum è ancora in fase di ultimazione. Convalidato il subentro del senatore del Pd Fabio Porta a quello del Maie Adriano Cario, dichiarato decaduto per irregolarità nella procedura del voto in Sudamerica, i deputati attualmente in carica sono 629, essendo ancora vacante il seggio lasciato libero dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ma domenica 16 gennaio ci saranno le elezioni suppletive, pertanto il nuovo eletto farà appena in tempo a integrare il plenum appena verrà proclamato.

IL PESO DEGLI SCHIERAMENTI

Nessuno ha i numeri per eleggere da solo il Presidente, neanche dal quarto scrutinio, quando basteranno 505 voti, pari alla metà più uno del grandi elettori. Pesa il ruolo del gruppo misto e di un centinaio che sono collocati in posizione autonoma rissetto agli schieramenti.

CENTRODESTRA Può contare sulla carta su 451 grandi elettori, un vantaggio rafforzato dal peso dei rappresentanti delle Regioni, tuttavia la maggioranza assoluta resta lontana. Sono 197 i parlamentari della Lega, 129 di Fi, 58 di Fdi, 29 di Coraggio Italia-Idea-Cambiamo, 5 di Noi con l'Italia, ai quali si aggiungeranno i 33 delegati regionali.

CENTROSINISTRA Può contare su circa 415 voti (difficicile ricostruire la mappa degli attuali orientamenti degli ex M5s) se si esclude Iv, mentre arriverebbero a circa 460 se si conteggiasse anche il partito di Renzi (43). Il Pd conta 133 grandi elettori, M5s ne ha 233, Leu 18, Azione-+Europa 5, il Centro democratico di Bruno Tabacci ha 6 deputati. A questi si aggiungono i 25 delegati regionali, più Gianclaudio Bressa, iscritto al gruppo per le Autonomie ma eletto con il Pd, e potrebbe aggiungersi il successore di Gualtieri se il collegio non cambierà colore.

SENATORI A VITA Ne sono in carica 6: il presidete emerito Giorgio Napolitano e 5 senatori "nominati", Mario Monti, Liliana Segre, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia.

AUTONOMIE Il gruppo delle autonomie-minoranze linguistiche conta 4 deputati e 5 senatori, al cui gruppo a Palazzo Madama sono iscritti anche Gianclaudio Bressa, Pier Ferdinando Casini (Centristi per l'Europa) e i senatori a vita Cattaneo e Napolitano.

GRUPPO MISTO Il gruppo più numeroso è composto dagli ex M5s di Alternativa c'è che conta su 19 grandi elettori, Azione-+Europa-Radicali (5), Centro Democratico (6 deputati), Maie (3 deputati, 3 senatori), FacciamoEco (3 deputati), Nci (5 deputati). Nel Misto al Senato c'è anche LeU (6) e tanti altri ex del M5s (24) alla Camera che risultano non iscritti a nessuna componente, mentre a Palazzo Madama sono nel misto 15 ex M5s, i 3 ex 5s ora Italexit di Gianluigi Paragone e 1 un ex 5s ora con Potere al Popolo.

PARTITI IN RITARDO

In base ai numeri per schieramento è chiaro che ci sono due prospettive possibili per arrivare a eleggere il capo dello Stato. O un voto largamente condiviso, tendenzialmente unanime, come potrebbe ipotizzarsi al momento per Mario Draghi, tenendo conto che non sarebbe comunque una passeggiata, ricordando il precedente simile di Carlo Azeglio Ciampi che a fronte di una quasi totale condivisione fece registrare ben 185 franchi tiratori, superando il quorum di soli 33 voti, in una situazione politica molto meno confusa dell’attuale, che vede ridotto il ruolo dei partiti politici, aumentato il numero dei "battitori liberi" ed accresciuto il timore del voto anticipato (in caso di dimissioni di Draghi dal governo) per via della riduzione del numero dei parlamentari. In alternativa, puntando alla quarta votazione, si tratterà di individuare un candidato in grado di tenere unite tutte le componenti di una coalizione, con potenzialità di fare breccia anche al centro e nello schieramento avverso. Occhi puntati quindi sui renziani, sul gruppo misto e sull'ampia galassia ex M5S, e pare essere proprio questa la prospettiva a cui guarda chi propone Silvio Berlusconi. Ma considerando le difficoltà a tenere unita una coalizione che va da Meloni a Carfagna, in presenza del fuoco di sbarramento opposto da Pd ed M5s, il rischio è quello di bruciare una soluzione condivisa (adeguata alla fase di emergenza che il Paese vive) senza che ci siano - sulla carta - prospettive concrete di successo nemmeno dalla quarta votazione. I prossimi giorni saranno dunque decisivi per le forze politiche per tentare di uscire da una situazione che appare al momento, alquanto ingarbugliata.

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