venerdì 15 dicembre 2023
Al documento sventolato al Senato da Meloni per "incolpare" Conte, risponde il controfax di Di Maio che smentisce la versione della premier. Ma sul salva-Stati manca il coraggio della verità
Giuseppe Conte

Giuseppe Conte - Ansa

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La vera notizia è il ritorno dei fax sulla scena pubblica. Mentre in qualche angolo del mondo si fantastica di sostituire i decisori pubblici con l’intelligenza artificiale, in una fase storica in cui un gruppo parlamentare decide la linea politica via whatsapp, il vecchio caro fax è chiamato in ballo per dirimere una diatriba tutto sommato inutile: sia perché il sì del governo Conte II al Mes riformato è stranoto, sia perché ciò non toglie o aggiunge nulla al fatto che a breve la maggioranza che sostiene Giorgia Meloni dovrà decidere se ratificare o meno il Trattato.

Intanto un riepilogo della vicenda: mercoledì al Senato la premier Giorgia Meloni, pressata dalle opposizioni sulla ratifica del Mes, ha sventolato un fax del 20 gennaio 2021 che avrebbe attestato, a suo parere, che Conte e l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio avrebbero dato l’assenso al Mes «con il favore delle tenebre», ovvero quando l’esecutivo-bis dell’avvocato pugliese - questa la ricostruzione di Meloni - era dimissionario. In realtà, il 20 gennaio 2021 Conte era ancora in sella, le dimissioni sarebbero arrivate il 26 gennaio. Il semplice incrocio tra le date mette sotto accusa l’uomo che avrebbe passato il documento fuorviante alla premier, ovvero il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ribattezzato ieri da Conte «Faxolari». C’è modo anche di divertirsi. E chi sa se si concretizzerà la sfida che il leader M5s ha lanciato alla premier: «Invitatemi ad Atreju a parlare del Mes...». L’ex premier scalpita per un confronto in cui ribadirebbe che ad approvare e ratificare il primo Mes - quello che all’utilizzo si è rivelato più dannoso - è stato l’ultimo governo Berlusconi, «con Meloni ministra della Gioventù».

Insomma i fax fanno tornare a galla vecchi ricordi e, soprattutto, determinano una riapparizione a sorpresa. Ieri sera Luigi Di Maio, ex leader M5s, ex vicepremier, ex ministro degli Esteri, ora rappresentante Ue per la regione del Golfo, è andato in tivvù da Corrado Formigli a parlare di Cop 28 e del suo nuovo lavoro politico-diplomatico. Ma è stata l’occasione per portare alla luce del sole un altro fax, anzi il contro-fax che vorrebbe chiudere la partita con Giorgia Meloni. Si tratta di un appunto informativo, su carta stampata della Farnesina e datato 10 dicembre 2020, in cui si dispone che «a seguito dell’intesa raggiunta dall’Eurogruppo lo scorso 30 novembre» e che avrebbe avuto «formale luce verde» l’indomani, la firma sul Mes «sarà apposta dai Rappresentanti permanenti presso l’Unione europea dei Paesi parte degli accordi, a margine del Coreper II del prossimo 27 gennaio», come poi fatto dall’ambasciatore Maurizio Massari, citato mercoledì in Aula al Senato sempre dalla premier come destinatario del “fax tenebroso” di Di Maio e Conte. Passaggi in cui era centrale l’allora ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, oggi sindaco di Roma, che non manca di intervenire: tutto è stato fatto, dice, «tutto alla luce del sole».

Che poi l’intera storia del Mes si gioca su un equivoco creato ad arte: così come il sì di Conte in sede europea non creava i presupposti automatici perché l’Italia lo usasse, così l’eventuale ratifica da parte del Parlamento non comporterebbe in automatico l’utilizzo del Fondo (semmai, permetterebbe ad altri Paesi di usarlo in caso di bisogno). Insomma, tante polemiche al vento: l’unico sforzo che va fatto sul Mes è spiegarsi bene con i cittadini, e spiegare con serenità anche alcuni “cambi di linea”.

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